La politica allo specchio: chi difende le donne e c'è ancora chi si ostina a non capire cos'è il femminicidio
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La politica allo specchio: chi difende le donne e c'è ancora chi si ostina a non capire cos'è il femminicidio

Il 17 settembre il presidente della Repubblica sarà a Grosseto, nella Stanza Rosa dove nacque il Codice Rosa. Intanto, da Vannacci a Meloni, da La Russa a Fontana, da Schlein a Conte, la politica si confronta sul femminicidio: quasi unanime nel condannare la violenza, molto meno nel definire cosa significhino davvero libertà, uguaglianza e autonomia delle donne.

La politica allo specchio: chi difende le donne e c'è ancora chi si ostina a non capire cos'è il femminicidio
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Marcello Cecconi Modifica articolo

16 Settembre 2026 - 14.20 Culture


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Giovedì 17 settembre Sergio Mattarella sarà a Grosseto. Alle 17 visiterà la “Stanza Rosa” del Pronto soccorso dell’ospedale Misericordia, proprio nel luogo dove nel 2010 nacque il Codice Rosa, il protocollo per l’assistenza alle donne vittime di violenza, ai minori e alle persone più vulnerabili. La visita arriva dopo un’estate segnata da nuovi, drammatici femminicidi e dopo un anno nel quale la parola è diventata anche una categoria giuridica.

Dal dicembre 2025 il femminicidio è infatti un reato autonomo, punito con l’ergastolo nei casi previsti dalla legge. Non perché la vita di una donna valga più di quella di un uomo, ma perché il legislatore ha riconosciuto la specificità di un delitto motivato da odio, discriminazione, possesso, controllo o dalla volontà di impedire alla donna l’esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà.

La politica, però, su questa parola non parla con una voce sola. E le divisioni non coincidono perfettamente con quelle classiche tra destra e sinistra. A riaprire il dibattito è stato Roberto Vannacci: “Il femminicidio è un omicidio come tutti gli altri”, fino alla conclusione più decisa e provocatoria: “Il femminicidio non esiste”. Una posizione fondata sull’uguaglianza formale davanti alla legge: la vittima è una persona, il delitto è un omicidio, il sesso non dovrebbe determinarne la qualificazione.

Ma Vannacci non rappresenta tutta la destra. Ignazio La Russa, presidente del Senato ha definito la sua posizione “un errore clamoroso”, ricordando l’“altissimo numero di donne uccise da chi dice di amarle” e sostenendo la necessità di un reato specifico. Non averlo capito, ha aggiunto, “non appartiene alla destra”. Anche Lorenzo Fontana, presidente della Camera, non ha dubbi nel condannare la violenza contro le donne: “Questo orrore deve finire”. Ma il suo resta il volto di un conservatorismo che ha fatto battaglie politiche sulla famiglia e sulla maternità che raccontano infatti un’idea tradizionale dei ruoli di genere, nella quale la donna rischia di essere pensata prima di tutto dentro la famiglia e come madre. Condannare il femminicidio è ormai un punto di partenza quasi obbligato ma riconoscere pienamente l’autonomia e la libertà delle donne è un’altra cosa.

Anche Giorgia Meloni ha preso le distanze. Il punto, ha spiegato, non è attribuire un valore diverso alla vita di uomini e donne, ma capire la motivazione che porta a uccidere, fino al rifiuto della libertà di una donna. “Sono contenta che ci sia oggi questo reato nel nostro ordinamento”, ha detto. Ancora più netta Giulia Bongiorno. Non è che la morte di una donna “pesa” più di quella di un uomo, ma conta la spinta a ucciderla per odio o disprezzo, considerandola inferiore. E ha evocato il rischio di una nostalgia del vecchio delitto d’onore. Matteo Salvini, dal canto suo, ha tagliato corto: “Il reato di femminicidio non si discute”.

In Forza Italia, Antonio Tajani insiste invece sulla responsabilità culturale e pubblica nel contrasto alla violenza di genere. Eugenia Roccella ha definito l’introduzione del reato una “novità dirompente”, non solo giuridica ma culturale, legata a “questioni strutturali della società”. Più controversa la posizione di Carlo Nordio. Presentando la riforma aveva parlato di “risultato epocale” e “grande svolta”, ma le sue successive parole sulla presunta resistenza maschile alla parità, radicata nel “subconscio” e perfino nel “codice genetico”, hanno spostato il discorso dalla legge alla natura dell’uomo, provocando dure polemiche.

Anche Giuseppe Valditara ha scelto di contestare la lettura della violenza di genere attraverso la lente del patriarcato. Nel novembre 2024, alla presentazione della Fondazione Giulia Cecchettin, il ministro dell’Istruzione ha sostenuto che “il patriarcato non esiste più”, collocando la questione soprattutto sul terreno dell’educazione e del rispetto. Una posizione che lo allontana dalle letture progressiste e che ha riaperto il confronto su quanto la violenza contro le donne sia figlia di una cultura ancora patriarcale.

Matteo Renzi oggi non fa del femminicidio una delle parole identitarie della propria comunicazione politica. Ma da presidente del Consiglio, nel 2016, definì la violenza di genere “innanzitutto una battaglia culturale, una battaglia sociale e anche politica”, sostenendo il rafforzamento dei fondi ai centri antiviolenza. Italia Viva continua inoltre a occuparsi di violenza di genere e orfani di femminicidio.

Elly Schlein ha messo al centro la “cultura del possesso” e l’idea che “non basta la repressione senza la prevenzione”, indicando nell’educazione all’affettività e alle differenze uno strumento per contrastare la cultura patriarcale. Giuseppe Conte ha definito una “bestialità” l’idea di cancellare il reato, parlando di “logica proprietaria” e di uomini che non si rassegnano alla libertà delle donne. Chiara Appendino, invece, ha insistito sugli strumenti concreti: possibilità effettive di denunciare, protezione delle vittime e rafforzamento degli strumenti investigativi.

A sinistra del Pd, Nicola Fratoianni riconduce la violenza alla dimensione culturale del patriarcato e difende il ruolo dell’educazione. Angelo Bonelli legge invece il tema dentro un conflitto culturale più ampio, contestando le resistenze all’educazione sessuale e affettiva.

Il quadro, dunque, è meno semplice della consueta contrapposizione tra destra e sinistra. E dentro queste posizioni c’è una questione più profonda: il paternalismo non appartiene a uno schieramento solo. Può esserci quando la donna viene vista soprattutto come soggetto da proteggere, ma anche quando, in nome di un’astratta uguaglianza, si rifiuta di riconoscere forme specifiche di violenza legate al possesso, al controllo e alla discriminazione.

E se per la legge sul Femminicidio dell’anno scorso abbiamo visto il Parlamento compatto nel riconoscere questa specificità, la società, invece, è ancora in discussione.  Ed è forse questo il significato più forte della visita di Mattarella a Grosseto. Il Presidente vuole ricordarci che fuori dalla “Stanza Rosa” continueranno le discussioni sul patriarcato, sulle pene, sulla legge, sull’educazione sessuale e affettiva, ma dentro, invece, non ci saranno categorie politiche. Ci sarà una donna che chiede di essere creduta, curata e protetta.

E ci sarà la possibilità, forse l’ultima, di arrestare una violenza prima che diventi un delitto. Lì lo Stato non dovrà scegliere una parola ma dovrà di rispondere presente.

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