Giotto ritrova il suo spazio nella Cappella Bardi in Santa Croce
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Giotto ritrova il suo spazio nella Cappella Bardi in Santa Croce

Concluso il restauro delle Storie di San Francesco in Santa Croce. L’intervento restituisce leggibilità al capolavoro e rivela la complessa architettura dipinta progettata dal maestro.

Giotto ritrova il suo spazio nella Cappella Bardi in Santa Croce
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12 Settembre 2026 - 20.02 Culture


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Dopo quattro anni di lavori è stato completato il restauro delle Storie di San Francesco nella Cappella Bardi della Basilica di Santa Croce. L’intervento restituisce una lettura più chiara della pittura giottesca, mettendone in evidenza la ricchezza, l’intensità espressiva e la rivoluzionaria concezione dello spazio dipinto e del suo rapporto con quello reale.

A presentare il restauro sono stati Alessandro Tortorella, direttore del Fondo Edifici di Culto del Ministero dell’Interno; Irene Sanesi, presidente dell’Opera di Santa Croce; Giovanni Bettarini, assessore alla Cultura del Comune di Firenze; Emanuela Daffra, soprintendente dell’Opificio delle Pietre Dure; padre Franco Buonamano, rettore della Basilica di Santa Croce; Carlo Sisi, membro del Consiglio di amministrazione della Fondazione CR Firenze; e Dominique Marzotto, presidente di ARPAI, l’Associazione per il Restauro del Patrimonio Artistico Italiano.

Le pitture murali di Giotto, testo capitale del primo quarto del Trecento e punto di riferimento per gli artisti delle generazioni successive, tornano a essere pienamente fruibili dai visitatori provenienti da tutto il mondo. Il progetto di studio e il successivo restauro sono stati promossi dall’Opera di Santa Croce insieme all’Opificio delle Pietre Dure, che ha progettato e realizzato l’intervento. A sostenere il progetto sono stati il Ministero della Cultura, Fondazione CR Firenze, ARPAI e un gruppo di appassionati e donatori privati, tra cui Veronica e Dominique Marzotto e William von Mueffling. La campagna Giving4Giotto ha accompagnato il restauro, coinvolgendo sostenitori da tutto il mondo.

Per Irene Sanesi, presidente dell’Opera di Santa Croce, la conclusione dei lavori assume un significato particolare proprio nell’anno dell’ottavo centenario della morte di Francesco d’Assisi. «È assolutamente emblematico che nel 2026, ottavo centenario della morte di Francesco d’Assisi, il ciclo delle Storie del Santo venga restituito al mondo e ai visitatori che ogni giorno sono accolti nella Basilica di Santa Croce», ha sottolineato. Un’opera fondamentale, ha aggiunto, «per la sua intensità espressiva e per la comprensione del linguaggio giottesco» e un restauro capace di rivelarne i segreti insieme a una nuova leggibilità.

Nell’anno in cui si celebra l’ottavo centenario del Transito di Francesco d’Assisi, le sei scene della Cappella Bardi, ispirate alla Legenda maior di Bonaventura da Bagnoregio, nella quale Francesco viene presentato come alter Christus, raccontano alcuni momenti cruciali della vita del santo: la rinuncia ai beni paterni, l’approvazione della Regola, l’apparizione al Capitolo di Arles, la prova del fuoco davanti al Sultano, la morte e l’apparizione a frate Agostino e al vescovo Guido.

La nuova campagna di restauro permette inoltre di comprendere meglio il rapporto tra Giotto e gli artisti che lavorarono al suo fianco. È noto infatti che sul ponteggio, accanto al maestro e sotto il suo coordinamento, operassero diversi altri pittori, soprattutto nella fase matura della sua carriera. Le indagini hanno consentito di distinguere con maggiore chiarezza le differenze tecniche e stilistiche tra le diverse mani, confermando come la Cappella Bardi sia stata un vero incubatore di novità. Novità che, sviluppate a partire dal linguaggio di Giotto, avrebbero segnato gli sviluppi artistici dei decenni successivi.

Il restauro conferma anche la capacità di Giotto di adattare le tecniche alle proprie esigenze espressive e operative. L’artista lavorava su una base ad affresco, facendo però ampio ricorso alle tecniche a secco. Una scelta che gli consentiva di disporre di una gamma più ampia di pigmenti, variando gli effetti cromatici e spaziali e gestendo con maggiore flessibilità i tempi del cantiere.

«Quello concluso sulla Cappella Bardi è stato un restauro necessario e non semplice», ha spiegato Emanuela Daffra, soprintendente dell’Opificio delle Pietre Dure. Necessario, ha precisato, perché le pareti presentavano «criticità molteplici, sia strutturali sia legate alla pellicola pittorica». Non semplice perché confrontarsi con «un testo capitale» non è mai un’operazione da affrontare a cuor leggero, soprattutto nel caso di un ciclo entrato nell’immaginario collettivo dopo un precedente restauro che aveva eliminato i veri e propri rifacimenti ottocenteschi e di un’opera «gravemente lacunosa e conservata in modo molto diseguale».

Gli obiettivi erano comprendere meglio il ciclo, metterlo in sicurezza «nella misura necessaria e sufficiente» e restituirgli, per quanto possibile, unità. Un risultato raggiunto, secondo Daffra, grazie a «un autentico lavoro di squadra», che ha coinvolto lo staff dell’Opificio, gli operatori guidati da Maria Rosa Lanfranchi con Renata Pintus, gli istituti impegnati nella diagnostica e nella documentazione, il comitato scientifico, la proprietà e i finanziatori.

L’immagine restituita dal restauro consente di comprendere meglio la straordinaria invenzione figurativa e spaziale di Giotto, mantenendo al tempo stesso visibili le vicende che hanno segnato il ciclo nel corso dei secoli: dalla scialbatura a calce dei primi decenni del Settecento alla riscoperta del 1851, con il restauro di Gaetano Bianchi, fino all’intervento di Leonetto Tintori, realizzato sotto la guida del soprintendente Ugo Procacci tra il 1957 e il 1959.

Per quattro anni le attività di indagine scientifica, conservazione, ricerca e documentazione hanno proceduto di pari passo, perseguendo essenzialmente due obiettivi. Il primo ha riguardato la soluzione dei problemi meno visibili ma più insidiosi, che avrebbero potuto compromettere l’integrità materiale del ciclo. Attraverso metodologie di analisi e intervento avanzate sono state consolidate le parti più fragili, comprese le fratture nelle pareti laterali, le aree a rischio di caduta dell’intonaco e i sollevamenti e le cadute della pellicola pittorica. Sono stati inoltre ridotti alcuni fenomeni di degrado, come la diffusa presenza di sali solubili, rimossi depositi e materiali alterati e sostituite molte delle vecchie stuccature sintetiche, risalenti al precedente restauro, con impasti più compatibili con gli intonaci originali.

Il secondo obiettivo ha riguardato la complessa definizione dell’immagine finale. La delicata integrazione delle lacune – dalle più grandi, che segnano in maniera evidente le pitture, alle numerosissime piccole mancanze, circa cinquemila, fino alle diffuse abrasioni – è stata affrontata attraverso sistemi differenziati, con l’obiettivo di restituire, quando possibile, continuità al testo figurativo rispettando al tempo stesso le tracce della complessa storia conservativa dell’opera.

Emerge così, in tutta la sua potenza, l’invenzione spaziale di Giotto. Le singole scene sono unite da una monumentale architettura dipinta, che si sovrappone a quella reale della cappella e la trasforma idealmente in una sorta di grande ciborio. All’interno di questa struttura illusionistica, destinata ad accomunare anche le altre cappelle del transetto, le scene si svolgono prevalentemente in ambienti chiusi rappresentati frontalmente, come grandi scatole aperte verso lo spettatore, che regolano la disposizione delle figure.

Anche negli episodi ambientati all’esterno, come la Rinuncia ai beni paterni, l’architettura svolge un ruolo centrale nella composizione. Il restauro ha inteso valorizzare questo aspetto, ricostruendo, attraverso interventi sempre riconoscibili, la continuità del dispositivo spaziale sovrapposto a quello reale. Un elemento cruciale della rivoluzione pittorica di Giotto, la cui importanza è sottolineata dalla minuzia con cui questi elementi sono stati costruiti sulla parete, attraverso incisioni sull’intonaco e linee tracciate con corde imbevute di colore e successivamente battute sulla superficie.

Per la prima volta tutti questi elementi sono stati oggetto di una mappatura digitale, che permette di leggerli nel loro insieme e di seguire passo dopo passo la progettazione dello spazio pittorico, rivelando una concezione sorprendente per complessità e precisione.

Il valore della restituzione non riguarda però soltanto la conservazione di un capolavoro. Per Giovanni Bettarini, assessore alla Cultura del Comune di Firenze, «restituire la Cappella Bardi significa restituire a Firenze e al mondo una delle pagine più alte della nostra storia dell’arte». Giotto, ha osservato, «è parte dell’identità profonda della città»: la sua capacità di innovare il linguaggio della pittura, costruire uno spazio nuovo e mettere «il talento di una squadra al servizio di un progetto unitario» rappresenta una delle radici della stagione culturale che ha reso Firenze un riferimento universale.

Bettarini ha sottolineato anche il valore del lavoro comune tra istituzioni, fondazioni e privati, definendo il restauro un esempio di collaborazione per la valorizzazione del patrimonio e della memoria collettivi. Particolarmente significativo, ha aggiunto, è che la restituzione avvenga nell’anno dell’ottavo centenario del Transito di San Francesco: «Le immagini della vita del Santo ci parlano di fraternità, solidarietà e attenzione agli ultimi: valori universali che Firenze, anche attraverso la propria cultura, continua ad avere il dovere di custodire e rilanciare».

Anche il rapporto con la città è stato al centro dell’intervento della Fondazione CR Firenze. Carlo Sisi, membro del Consiglio di amministrazione della Fondazione, ha ricordato che il restauro non è stato soltanto l’occasione per «studiare, approfondire e conservare uno dei capolavori più ammirati della nostra città», ma anche per restituire a Firenze «un patrimonio culturale che è parte integrante della sua identità». In questo spirito è stato promosso il progetto A tu per tu con Giotto, che ha consentito a oltre 2.500 fiorentini di ammirare gratuitamente dai ponteggi del cantiere il ciclo delle Storie di San Francesco, avvicinando la comunità a uno dei grandi gioielli storico-artistici del territorio.

Per padre Franco Buonamano, rettore della Basilica di Santa Croce, il significato del restauro si intreccia invece con la storia stessa del luogo. I compagni di Francesco, ha ricordato, quando arrivarono a Firenze «scelsero di stabilirsi nel quartiere di Santa Croce per prendersi cura dei più poveri e di coloro che vivevano ai margini della comunità». Una scelta che «appartiene alla storia della nostra Basilica» e che ancora oggi indica una strada fondata su «prossimità, accoglienza, fraternità e condivisione».

In questa prospettiva si inseriscono anche le iniziative previste per il 14 settembre, festa dell’Esaltazione della Santa Croce, con la celebrazione della Messa delle ore 11 e, al termine, un’agape fraterna nel Chiostro del Brunelleschi con i poveri e le persone più fragili della città. «Il pranzo sarà la continuazione concreta di quella celebrazione», ha spiegato padre Buonamano, «un gesto nel quale sederci alla stessa tavola, condividere il pane, incontrarci e riconoscerci fratelli con chi vive spesso ai margini della città».

A sottolineare il ruolo decisivo della partecipazione privata è infine Dominique Marzotto, presidente di ARPAI, che ha parlato della «profonda emozione» di vedere restituito alla sua forza e alla sua bellezza un capolavoro dipinto da Giotto quasi sette secoli fa. Un risultato reso possibile, ha detto, da «passione, generosità e, soprattutto, una profonda fiducia nel valore della cultura».

Sono gli stessi principi che, ha ricordato Marzotto, avevano ispirato i suoi genitori, Paolo e Florence, nella creazione di ARPAI, insieme ad amici appassionati e con l’indispensabile concorso del professor Gian Antonio Golin: l’idea che «l’arte e il patrimonio culturale non siano da guardare soltanto con ammirazione, ma da proteggere, conservare e restituire alle generazioni future». Per i suoi genitori, ha concluso, «l’arte non era un lusso. Era una responsabilità».

Una responsabilità che oggi, secondo Marzotto, continua attraverso le nuove generazioni. «Mia sorella Veronica e io crediamo profondamente che l’arte e la cultura siano il linguaggio più universale, che ci permette di comunicare gli uni con gli altri, attraversando il tempo e le differenze, e ci rende capaci di riconoscere l’umanità dell’altro, perché la conoscenza genera rispetto». In questo senso, il restauro della Cappella Bardi «non è soltanto un fatto fiorentino, italiano o europeo, è un messaggio di speranza rivolto al mondo».

Ed è proprio questo il senso più ampio della restituzione della Cappella Bardi: non soltanto la conservazione di un capolavoro della pittura medievale, ma la possibilità di tornare a leggere, con maggiore chiarezza, la straordinaria invenzione di Giotto e il lavoro di una squadra di artisti che, attraverso quel linguaggio, avrebbe contribuito a cambiare per sempre la storia della pittura.

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