Lo Stretto di Hormuz, l’interruttore che accende e spenge l’economia mondiale
Top

Lo Stretto di Hormuz, l’interruttore che accende e spenge l’economia mondiale

Molto prima del petrolio, Hormuz era già un passaggio cruciale tra Mesopotamia, Persia, India e Africa orientale. Nel secondo dopoguerra, sfruttando il Canale di Suez, diventava la porta d’uscita delle nuove ricchezze energetiche verso l’Europa e oltre.

Lo Stretto di Hormuz, l’interruttore che accende e spenge l’economia mondiale
Immagine da www.startmag.it
Preroll

Marcello Cecconi Modifica articolo

18 Marzo 2026 - 09.42 Culture


ATF

Bab as-Salam, la ‘Porta della Pace’, così come in arabo viene comunemente definito lo Stretto di Hormuz, è un punto del pianeta largo appena una cinquantina di chilometri che, più di ogni altro, racconta la fragilità della globalizzazione. Divide la penisola arabica dalle coste dell’Iran ed è l’unico passaggio che collega il golfo Persico con il golfo di Oman e il mar Arabico, un corridoio d’acqua che oggi appare come un interruttore capace di accendere o spegnere l’economia mondiale.

Molto prima del petrolio, Hormuz era già un passaggio cruciale. Spezie, tessuti, perle e metalli preziosi transitavano da qui nelle rotte commerciali tra Mesopotamia, Persia, India e Africa orientale. Già seimila anni fa queste culture iniziarono a intrattenere relazioni commerciali grazie a una serie di queste rotte via terra e, soprattutto, via mare, che furono il preludio di una serie di scambi, legami culturali e commerciali tra il Mediterraneo, il Medio Oriente, l’Africa e l’India.

Questo scambio sarebbe continuato per secoli e sarebbe arrivato fino all’età moderna, facendo di Hormuz un nodo regionale strategico, conteso prima da imperi come quello persiano e, più tardi, da potenze marittime come i portoghesi del XVI° secolo. Il salto è avvenuto nel XX° secolo. Il 26 maggio 1908, il geologo inglese George Bernard Reynolds che stava scavando da sette anni in Persia, trovò finalmente il petrolio nel pozzo di Masjid Sulaiman. Intanto nel mondo era arrivata l’elettricità, le auto con motori a combustione interna erano solo all’inizio così che il carbone continuava a fare la voce grossa.

Leggi anche:  Guerra all'Iran, un precedente che cambia (in negativo) la storia delle relazioni internazionali

Fu solo nel secondo dopoguerra, sfruttando il Canale di Suez che rendeva evitabile la circumnavigazione del continente africano, che Hormuz diventava la porta d’uscita, verso l’Europa e oltre, delle nuove ricchezze energetiche anche di tutti gli altri Paesi del Golfo Persico che intanto le avevano scoperte. Lo Stretto assumerà così valore planetario con la globalizzazione economica, che continuando ad affidarsi sempre più agli idrocarburi, attingeva e attinge ancora oggi a quello che ne è divenuto il principale serbatoio.

I maggiori produttori di petrolio dell’area sono l’Arabia Saudita, l’Iran, (secondi e terzi sul podio dei produttori mondiali subito dopo il Venezuela), ma anche l’Iraq, gli Emirati Arabi Uniti e Kuwait, mentre i maggiori produttori di gas sono Iran e Qatar che nel Golfo Persico condividono il giacimento di gas naturale più grande del mondo (secondi e terzi sul podio dei maggiori produttori mondiali dopo la Russia) e poi anche Arabia Saudita.

Oggi attraverso Hormuz si stima che transiti circa un quinto del petrolio e quasi un terzo di gas naturale liquefatto, di tutti i consumi mondiali. Le varie corsie di passaggio dello Stretto sono condivise tra Iran ed Oman e normate da accordi stipulati nel 1975 con regolamentazioni di separazione del traffico severe al fine di evitare collisioni tra mezzi di navigazione. Nonostante che dal 1975 l’Iran abbia subito stravolgimenti politici e religiosi l’accordo continua a reggere e fa del sultanato di Oman il “partner” forse più neutrale fra i Paesi arabi nonostante abbia subito anch’esso, pochi giorni fa, un attacco con droni ad una raffineria (l’Iran nega però la paternità dell’operazione).

Leggi anche:  Guerra tra Israele, Iran e Libano: dubbi sulle decisioni di Trump e Netanyahu e timori globali crescenti

L’Iran usa lo stretto come leva contro Stati Uniti, Israele e alleati, ma così facendo colpisce anche partner economici come la Cina, grande importatrice di energia dal Golfo e potenze industriali come la Corea del Sud. Quest’ultima, essendosi poco impegnata nella riconversione energetica ha ancora enormi industrie di semiconduttori dipendenti dal petrolio che passa da Hormuz e in queste settimane di guerra ha visto crollare la borsa più di altri Paesi. Le cose non procedono molto diversamente per India e gran parte dell’Asia.

Nelle guerre del sistema geopolitico così interconnesso colpire un nodo significa colpire tutti, amici inclusi. Ma non solo, il paradosso è che, anche per l’Iran, Hormuz è un passaggio fondamentale e un prolungato blocco potrebbe portarla a un vero e proprio suicidio economico. Teheran lo sa, ma considera il blocco di Hormuz uno strumento di deterrenza estrema con la speranza di costringere il mondo a reagire al più presto.

Native

Articoli correlati