Il “Corriere” dalla nascita al digitale: centocinquant’anni di notizie
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Il “Corriere” dalla nascita al digitale: centocinquant’anni di notizie

Il 5 marzo 1876 usciva il primo numero dalla tipografia di Galleria Vittorio Emanuele a Milano. L’ era di Luigi Albertini terminò con il fascismo e la ripartenza, dopo il 25 aprile, fu affidata a Mario Borsa. Le crisi finanziarie, il coinvolgimento nello scandolo della P2, Ottone, Ostellino, Mieli, de Bortoli, Fontana e l’arrivo di Urbano Cairo.

Il “Corriere” dalla nascita al digitale: centocinquant’anni di notizie
La “Sala Albertini” in Via Solferino 28 dove ancora oggi si riunisce la redazione
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Marcello Cecconi Modifica articolo

5 Marzo 2026 - 12.21 Culture


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Sono centocinquant’anni che le pagine del Corriere della Sera continuano a uscire. Oggi, stampate con le moderne rotative offset o nel sempre più invadente digitale, mantengono la capacità di raccontare i cambiamenti sociali e culturali del Paese. Era il 5 marzo del 1876 quando, in Galleria Vittorio Veneto, salotto di Milano, nasceva un quotidiano destinato a diventare molto più di un semplice giornale, dal primo numero. 

Ripercorrerne la storia significa attraversare le tante stagioni dell’Italia unita dalla fine dell’Ottocento, alle tensioni del Novecento e fino alla rivoluzione digitale. È la storia di una testata che ha saputo di volta in volta reinventarsi sia nei momenti positivi che nelle crisi che l’hanno attraversata. Fu Eugenio Torelli Viollier a fondare il Corriere. Il giovane garibaldino napoletano, dopo l’esperienza francese con Alessandro Dumas, tornando in Italia, maturò l’idea di un quotidiano nuovo.

Alla morte di Torelli, nell’aprile 1900, la guida passò al ventinovenne Luigi Albertini che modernizzò il giornale raddoppiando le pagine, lanciando la “Domenica del Corriere” e “La Lettura”. In quelle pagine avrebbero scritto  D’Annunzio, Pirandello e Deledda. Il Corriere Si trasferì poi in via Solferino 28 e quella via e quel numero divennero, da allora, il simbolo stesso del quotidiano. Interventista nel 1915, sostenne la guerra e all’arrivo del fascismo Albertini, da conservatore, guardò al nuovo come argine all’anarchia e al socialismo, non accettando mai però la svolta autoritaria del regime. Fu costretto alle dimissioni.

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Con Aldo Borelli il quotidiano divenne organo del regime anche se il direttore si permetteva di lasciare in Terza pagina spazi liberi a Ojetti e Pirandello e ai giovani Montanelli e Buzzati. Dopo la Liberazione, la direzione passò a Mario Borsa che per liberarsi delle scorie di un brutto passato, fece stampare Il Nuovo Corriere. Tornerà a chiamarsi Corriere della Sera dal maggio del 1946, poco prima di festeggiare l’arrivo della Repubblica. 

Il primato di giornale nazionale per eccellenza fu scosso dalla nascita de Il Giorno di Gaetano Baldacci, sostenuto dall’Eni di Mattei, innovatore del modo di fare giornalismo dopo l’arrivo della televisione targata Rai. Negli anni Sessanta, dopo investimenti in innovazione i conti peggiorarono. Giulia Maria Crespi, rimasta sola alla guida della proprietà, spinse la linea politica del giornale verso una relativa autonomia chiamando prima Giovanni Spadolini e poi, dopo breve tempo il giovane Piero Ottone che ridimensionò i notabili della redazione. Montanelli, indispettito per non essere stato scelto come direttore, sbatté la porta , per fondare Il Giornale Nuovo, ma il Corriere di Ottone mostrò coraggio chiamando a scrivere in prima pagina Pasolini, Sciascia e altri artisti e intellettuali fuori dalla logica partitica. 

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Le difficoltà finanziarie portarono in società Agnelli e Moratti accanto a Giulia Maria Crespi ma il bilancio non migliorò e alla fine arrivò Rizzoli, unico proprietario con il difetto del necessario sostegno del Banco Ambrosiano di Calvi attraverso l’intermediazione di Licio Gelli. Lo scandalo della P2 travolse il gruppo. Toccò ad  Alberto Cavallari rimetterlo in ordine e farlo tornare appetibile sul mercato.

Intervenne Mediobanca che dette i natali a Rcs Editori con Piero Ostellino alla direzione del Corriere proprio mentre  la Repubblica di Scalfari superava per la prima volta il Corriere nelle vendite. Nel 1992 esplose Mani Pulite, la questione morale divenne sempre più sentita e toccò a Paolo Mieli riportare il quotidiano al primo posto nelle vendite. Nel 1994 ebbe il coraggio di pubblicare in esclusiva la notizia del primo avviso di garanzia a Silvio Berlusconi e, per la prima volta in Italia, posizionare un giornale indipendente a sostegno aperto di una formazione alle elezioni politiche: l’Ulivo di Prodi. 

Dopo di lui Ferruccio de Bortoli avviò il sito web e consolidò il profilo del giornale ma dopo l’11 settembre, tra crisi del cartaceo e nuovi assetti proprietari, ci fu l’alternanza tra Mieli e de Bortoli mentre la crisi dei subprime impose tagli, ricapitalizzazione e si prospettò la vendita della storica sede di Via Solferino. Dopo che nel 2015 la direzione passò a Luciano Fontana giunse inattesa l’Opas di Urbano Cairo, tramite la Cairo Communications, che lo portò al controllo di Rcs MediaGroup. Era il 2016 e si apriva una nuova fase per il primo quotidiano italiano.

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L’ex delfino di Berlusconi assumeva le cariche di presidente e amministratore delegato di Rcs MediaGroup e portava il gruppo Cairo, divenuto un colosso della cossmedialità  italiana, a essere una colonna centrale dell’industria culturale italiana.

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