Gaza: la situazione catastrofica riportata da Medici Senza Frontiere
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Gaza: la situazione catastrofica riportata da Medici Senza Frontiere

L’Alta Corte israeliana blocca temporaneamente l’espulsione di 37 organizzazioni umanitarie attive nei Territori Palestinesi Occupati. Le ONG denunciano una crisi ormai “catastrofica” mentre le restrizioni e le violenze continuano.

Gaza: la situazione catastrofica riportata da Medici Senza Frontiere
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27 Febbraio 2026 - 15.56 Culture


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In questi giorni da uno dei palchi più importanti d’Italia si parla di pace. Parole solenni, applausi convinti, messaggi universali. Eppure, mentre il tema viene evocato, il confronto resta superficiale: si evita di entrare davvero nel merito, di nominare i conflitti concreti, di pronunciare persino la parola Palestina, mentre la realtà sul campo continua a essere descritta come catastrofica dalle organizzazioni umanitarie.

 L’Alta corte israeliana ha bloccato temporaneamente l’espulsione di 37 organizzazioni umanitarie internazionali attive nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania. Una misura che, almeno per ora, impedisce l’interruzione di una rete di assistenza considerata vitale per centinaia di migliaia di civili. Il ricorso era stato presentato nei giorni precedenti da 17 ONG,  tra cui Oxfam, Norwegian Refugee Council e Medici Senza Frontiere, contro la decisione del governo israeliano di revocare le autorizzazioni operative entro la fine del mese. Nella petizione, le organizzazioni hanno ricordato di aver investito circa 500 milioni di dollari in aiuti d’emergenza destinati alla popolazione di Gaza: distribuzione di cibo e acqua, assistenza medica, supporto sanitario di base. La loro espulsione, sostenevano, avrebbe significato il collasso dell’intero sistema umanitario locale, con conseguenze definite senza esitazioni “catastrofiche”.

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Dello stesso avviso è Medici Senza Frontiere, che denuncia una crisi ormai strutturale. L’organizzazione chiede un aumento massiccio degli aiuti salvavita e un accesso umanitario privo di ostacoli, sottolineando come le restrizioni imposte dalle autorità israeliane continuino a limitare gravemente la capacità di intervento mentre la popolazione civile continua a pagare il prezzo più alto del conflitto. Nel comunicato, Medici Senza Frontiere evidenzia un paradosso: il diritto internazionale umanitario attribuisce alla forza occupante la responsabilità di assistere la popolazione civile, ma le norme amministrative rischiano di ridurre drasticamente proprio quelle strutture che rendono possibile tale assistenza. Medici Senza Frontiere ha ribadito la volontà di rimanere nei territori Palestinesi occupati il più a lungo possibile: “Msf è determinata a rimanere e a fornire assistenza nei Territori Palestinesi Occupati il più a lungo possibile, operando grazie alla sua registrazione con l’Autorità palestinese”.

Dietro le dichiarazioni ufficiali si intravede un sistema sanitario ormai allo stremo. Centinaia di migliaia di persone necessitano di cure mediche e supporto psicologico, mentre decine di migliaia di pazienti richiedono trattamenti continuativi, chirurgici e terapeutici che sono difficili da garantire in un territorio segnato da carenze croniche di attrezzature e forniture essenziali. Il segretario generale Christopher Lockyear dichiara: “I bisogni sono enormi e le drastiche restrizioni hanno conseguenze mortali. Centinaia di migliaia di pazienti hanno bisogno di cure mediche e di assistenza psicologica, mentre decine di migliaia di persone necessitano di cure continue e a lungo termine, sia chirurgiche che psicologiche”

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Nel frattempo, la violenza continua. Nuovi raid israeliani avrebbero causato diverse vittime nella Striscia di Gaza tra il campo profughi di Bureij e l’area di Khan Younis, mentre l’esercito israeliano afferma di aver colpito militanti di Hamas dopo la presunta violazione del cessate il fuoco da parte di uomini armati usciti da un tunnel nella zona di Rafah. Due narrazioni parallele,  sicurezza militare e crisi umanitaria, che convivono senza incontrarsi. A complicare ulteriormente il quadro emerge anche la crescente presenza di attori tecnologici privati nel monitoraggio degli aiuti. Secondo fonti diplomatiche, la società statunitense “Palantir Technologies” avrebbe un ruolo operativo nel Centro di coordinamento civile e militare istituito dagli Stati Uniti nel sud di Israele, fornendo strumenti di analisi e sorveglianza per tracciare la distribuzione degli aiuti tramite droni. Una collaborazione criticata dalla relatrice speciale ONU Francesca Albanese, che ha denunciato il rischio di creare un sistema parallelo, guidato da logiche tecnologiche e commerciali, accanto alle strutture umanitarie internazionali già esistenti.

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