Modugno e Tenco, gli anni della rivoluzione poetica e del Sanremo d'autore
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Modugno e Tenco, gli anni della rivoluzione poetica e del Sanremo d'autore

Quando la poesia scese dal foglio e salì sul palco. Due date che hanno segnato una trasformazione decisiva nella canzone italiana, due figure simboliche del cantautorato che hanno restituito alla musica l’eredità culturale e identitaria della poesia.

Modugno e Tenco, gli anni della rivoluzione poetica e del Sanremo d'autore
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4 Febbraio 2026 - 10.42 Culture


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di Martina Narciso

All’alba di un nuovo Sanremo si riaprono le porte anche ai ricordi legati al Festival; episodi intramontabili che hanno lasciato un marchio indelebile nella storia della kermesse e della musica italiana. É tra il 1958 e il 1967 che si fece spazio nella canzone il cantautorato come pratica poetica, ma é, forse, con Luigi Tenco e Domenico Modugno che i componimenti presentati sul palco più importante d’Italia che diventarono espressione individuale, rivendicazione, sfida e innovazione.

Fin dall’antichità la poesia è stata legata alla musica: dai cantori dell’Antica Grecia, ai trovatori medievali, sino ad arrivare al melodramma settecentesco, parola e suono hanno a lungo condiviso uno stesso spazio espressivo. Già dalla fine dell’Ottocento, tuttavia, questo intreccio così saldo inizia a perdere forza e all’inizio del nuovo secolo è la poesia a essere il punto di riferimento dei giovani – è nei versi di Montale e d’Annunzio che ci si rifugiava, giovani compresi, per validare la propria emotività.

Poi, con il progressivo affermarsi dei nuovi media, c’è un ennesimo rovesciamento: la lettura poetica diviene questione per pochi, perché la massa si affida ai moderni mezzi che più facilmente parlano alla maggioranza. Già Pier Paolo Pasolini colse questo spostamento, puntando a un’ibridazione delle arti e “contaminando” la letteratura con il cinema, la musica e il teatro. È in questo contesto che la canzone iniziò ad assumere un ruolo sociale simile alla poesia, soprattutto nelle sue funzioni primordiali di creazione identitaria, gestione dei propri sentimenti e testimone della storicità dei tempi. E ciò è tanto più vero quando persino alcuni dei massimi autori italiani del Novecento, come Caproni, Fortini, Flaiano, Moravia ed Eco, iniziano a cimentarsi nella realizzazione di testi per musica, contribuendo alla nascita del cantautorato e della canzone impegnata. 

Luigi Tenco, considerato uno dei più importanti cantautori italiani, rappresentò uno dei casi più evidenti di trasposizione della poesia lirica nella canzone, soprattutto per quella funzione sociale ed esistenziale che da essa riprende. Quello che aveva in mente era un progetto culturale ampio, che mirava a rinnovare dall’interno la sempre più popolare musica leggera, trovando ispirazione tra i piani bassi della tradizione popolare più che nelle alte Muse del Parnaso.

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«Le mie canzoni vanno viste non tanto nel quadro della musica leggera da ballo, quanto in quella della musica popolare – spiega il musicista in un’intervista – (…) io penso che al di là di un eccessivo conformismo nei testi poetici, al di là di fratture musicali più o meno di moda, la musica popolare resti pur sempre il mezzo più valido per esprimere reazioni e sentimenti in modo schietto, sincero e immediato». Così la sua ferma volontà di cambiare le cose si riversò nei suoi componimenti e anche nei suoi gesti: pur controvoglia, appellandosi all’impegno di rivoluzione popolare che permeava le sue canzoni, decise di partecipare al Festival di Sanremo del 1967 con l’intento di diffondere ulteriormente la propria idea di musica.

Per la diciassettesima edizione del Festival, Tenco portò in coppia con Dalida Ciao amore ciao, che in origine aveva un altro testo e un altro titolo: Li vidi tornare. Trattava esplicitamente l’argomento antimilitarista e si schierava senza mezzi termini contro la guerra. Quel modo “schietto, sincero e immediato” a cui si appellava per Sanremo fu troppo schietto, troppo sincero e troppo immediato; ecco perché gli venne suggerito un rimaneggiamento del testo, riadattato in Ciao amore ciao, canzone amorosa sul dramma dell’urbanizzazione dell’Italia contadina. Con soli trentotto voti su novecento, venne però eliminata al primo turno, incompresa dalla giuria e dal pubblico. 

La sera del 26 gennaio 1967, Tenco salì a esibirsi sul palco dell’Ariston stordito dagli alcolici e dalle pastiglie. Sarebbe stata l’ultima volta che avrebbe cantato. Il giorno dopo venne ritrovato senza vita nella sua camera d’albergo, con un foro alla tempia destra e una pistola tra le mani. Al suo fianco un biglietto che leggeva: «Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda Io tu e le rose in finale e ad una commissione che seleziona La rivoluzione. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi.»

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In anni in cui la musica leggera iniziava a svuotarsi di significato a favore di una rielaborazione di consumo, Luigi Tenco aveva cercato di portare nelle sue canzoni non solo melodia, ma pensieri e idee, denunce e prese di posizione, che avessero realmente qualcosa da dire a chi avesse saputo ascoltare. 

Un tentativo (di successo) di ridefinizione di ciò che poteva essere detto e cantato era già stato messo in atto diversi anni prima con Domenico Modugno, quando il 1 febbraio 1958 vinse il Festival con il brano Nel blu dipinto di blu, anche conosciuto al pubblico come Volare. Ad oggi è una delle canzoni italiane più famose di sempre ed è considerata uno dei brani più innovativi della musica italiana, che segnò un punto di rottura e di svolta nella storia della tradizione musicale. 

La genesi della canzone è incerta, e va dall’ispirazione giunta guardando il quadro Le coq rouge dans la nuit di March Chagall, allo sguardo perso in un cielo azzurro sopra casa, sino ad arrivare a una passeggiata e conversazione rivelatrice sul Ponte Milvio. Ciò che è certo, e confermato dagli autori stessi, è che Volare parla di un sogno («Penso che un sonno così non ritorni mai più») e l’interpretazione più accreditata è che si tratti di un sogno d’amore, in cui il protagonista è rapito in cielo e vola sempre più in alto, lontano dalla vita di tutti giorni ed eternamente felice, anche al risveglio. 

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Le parole, di fatti, sembrano alludere alla sfera della sessualità, che però è qui vissuta con gioia, sollievo e leggerezza, senza inibizioni e senza quel senso di colpa socialmente imposto. Del resto, il colore blu di cui l’io si dipinge il volto all’inizio del brano, è anche comunemente associato alla sicurezza, alla fiducia e alla libertà. 

La rottura con la musica italiana tradizionale, poi, avvenne anche nell’esibizione: sul palco dell’Ariston, con la vittoria in tasca, Modugno non solo cantò, ma mimò il testo, piroettando su se stesso e spalancando le braccia quasi come se stesse per prendere il volo e accolse l’ondata di applausi del pubblico e fazzoletti bianchi che sventolavano entusiasti. Un gesto simbolico, a suo modo, se si tiene a mente che il terreno da cui cercò di “prendere il volo” era quello di un’Italia ancora segnata da rigidità sociali, linguistiche e culturali.

Così, il cantautorato dimostrò di aver raccolto l’eredità della poesia nella sua funzione primordiale, quella di saper esprimere temi esistenziali, sociali e immaginativi. Ed è su questo sfondo che Modugno e Tenco dialogano: nel non lasciare la poesia confinata alla pagina, ma nel farla sopravvivere in un canto che diventa gesto, voce e dichiarazione. La parola cantata torna così a essere spazio di riflessione condivisa ed espressione della complessità dell’esperienza umana e le date del 1958 e del 1967 sono simbolo della possibilità del cantautorato italiano di essere non solo semplice supporto della melodia, ma vero e proprio luogo di scrittura consapevole. 

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