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Malesani si racconta: "Mi rivedo in Pep Guardiola, la mia tristezza per il Chievo"

Alberto Malesani e il calcio visto dai vigneti di Trezzolano, nella Val Squaranto, dove, dopo una vita da girovago del pallone, vive e produce un pregiatissimo vino rosso

Malesani si racconta: "Mi rivedo in Pep Guardiola, la mia tristezza per il Chievo"
Alberto Malesani

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12 Agosto 2022 - 10.52


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di Antonello Sette

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“E’ stata un’annata complicata per il caldo e la siccità. La quantità sarà scarsa, ma la qualità assolutamente fantastica”

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Alberto Malesani da Verona, 68 anni vissuti in fretta, parla al Foglio del suo amarone “Giuva”, come se fosse una squadra che ancora allena. Ha perso anche lei il conto di quante ne ha allenate? “In serie A mi sembrano siano state undici: una squadra intera!”

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Perché Giuva?

E’ l’acronimo che mette insieme le iniziali delle mie due figlie Giulia e Valentina, che lo producono con me

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Come le appare il calcio italiano, visto dai vigneti di Trezzolano, nella Val Squaranto, dove, dopo una vita da girovago del pallone, vive e produce un pregiatissimo vino rosso?

Il calcio italiano, almeno a livello delle big, si è dato una svegliata e ha capito che, senza adeguati investimenti, non si va da nessuna parte. Vedo anche, però, che i talenti si acquistano all’estero, anziché provare a farli uscire dai vivai. Questa scelta alla lunga potrebbe rivelarsi una sciagura.

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Se chiude gli occhi e si volta indietro, quale è stato l’attimo più bello?

Il più bello è stato quando ho vinto a Mosca la Coppa Uefa con il Parma. E, subito dopo, quello della storica promozione del Chievo in serie B.

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E quale è stato, invece, il giorno che non avrebbe mai voluto vivere?

Quello della retrocessione del Verona. Immeritata e terribile

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Rifarebbe quella esperienza? Tornerebbe a Verona?

Visto come è andata, è stato professionalmente un errore, ma era stato il cuore a portarmi lì.

Quale è l’allenatore, in cui più si rivede?

Le potrà sembrare esagerato, ma io mi rivedo in Pep Guardiola.

C’è un progetto che più di tutti gli altri l’incuriosisce?

Quello della Fiorentina. Vincenzo Italiano è bravo, ha entusiasmo e idee innovative. Mi auguro che Comisso gli dia non solo tempo, ma anche grandi giocatori. Senza campioni non ha mai vinto nessuno. Neppure Guardiola, Mourinho e Ancelotti.

A proposito di progetti, se leaffidassero quello giusto, sarebbe pronto a rimettersi in gioco dopo otto anni trascorsi fra i filari?

Assolutamente no. Io con la testa e con il cuore sono concentrato qui. Nella mia amatissima azienda di famiglia. Se devo essere sincero all’ennesima potenza, le confesso che farei un’eccezione solo per la Nazionale, che avrebbe potuto chiudere compiutamente il cerchio della mia carriera.

Lei è stato un allenatore di successo. Ha creato dal nulla il fenomeno Chievo e vinto una Coppa Italia, una Coppa Uefa e una Supercoppa con il Parma. Non le sembra di essere stato dimenticato senza ragione?

Al di là dei media, quello che hai fatto non può sparire. Dovunque vada, i tifosi di tutte le bandiere mi chiedono di tornare nel mondo del calcio. Vuol dire che qualcosa di importante ho lasciato. E poi mi è rimasto l’affetto dei miei calciatori. Mi vengono in mente Rolando Maran e Paulo Sousa. Ultimamente è venuto a trovarmi Luis Oliveira. Loro non mi hanno dimenticato e per me conta molto più di un titolo ad effetto sui giornali.

A proposito di affetti, hanno ucciso la sua creatura…

Lei ha trovato le parole giuste per quanto è accaduto. Il Chievo è stato ucciso. Mi rattrista molto. Era una famiglia, di cui ho fatto parte. E’ stata anche un’epopea. Pensi che per il primo derby fra Chievo e Verona si scomodò anche la Cnn. Il Chievo e la famiglia Campedelli sono stati abbandonati e traditi dalla Federazione e dalla città. Dicono che solo chi è senza peccato scagli la prima pietra. Nel caso del Chievo, lo ha lapidato anche chi aveva peccato, nella stessa misura e anche di più.

  Lei sembra un uomo sereno e appagato, ma mi dica la verità. L’assale qualche volta la saudade del rumore di un gol e del boato assordante del pubblico festante?

Lei mi fa venire la pelle d’oca. Il gol è la grande bellezza del calcio. Quando io esultavo, fuori dalle righe, con i miei pantaloni corti di ordinanza, venivo criticato. Adesso lo fan tutti. Klopp e Mourinho arrivano a correre all’impazzata per settanta metri. Vede, c’è un filo conduttore che lega tutta la mia vita. Senza passioni non mi sento vivo. Dopo ventisette da allenatore ad alti livelli, il calcio non può sparirti dall’anima, ma qui, fra i miei vigneti, sono felice. Ora alleno e voglio vincere qui.

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