La rivolta sociale infiamma l'Europa ma in Italia si disserta di primarie
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La rivolta sociale infiamma l'Europa ma in Italia si disserta di primarie

La destra fa la destra. Il punto è che la sinistra non fa la sinistra. O lo fa a parole. La narrazione corrente è di un ceto politico che si guarda con sospetto l’uno con l’altra, che si attovaglia per discutere di primarie, di un terzo candidato o “federatore” che dir si voglia

La rivolta sociale infiamma l'Europa ma in Italia si disserta di primarie
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

8 Ottobre 2026 - 19.34


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In Francia gli studenti infiammano le piazze. In Spagna, il premier socialista Sánchez gioca la carta delle elezioni anticipate, tutt’altro che la carta della disperazione come sentenzia la stampa mainstream nostrana, e lo fa nel vivo di una protesta sociale massiva, drammatica, che parte da una emergenza trasversale alle generazioni e alle classi sociali, esclusa la iper-minoranza dei super ricchi: l’emergenza casa. A Berlino, la leader della Linke, Elif Eralp, vince le elezioni facendo del diritto alla casa il perno della sua campagna elettorale, con proposte che solo gli ottusi “centristi”, politici e mediatici, del fu Belpaese liquidano come estremiste, addirittura “comuniste”: abbassare i costi degli affitti, tassando i super ricchi, espropriandoli, se è il caso, delle loro ville extralusso.

In Italia uno studente fuorisede non ce la fa più a sottostare ad affitti capestro: 600 euro per un posto letto. L’emergenza-casa è la punta dell’iceberg di una enorme, irrisolta questione sociale. Un malessere che – come dimostrano gli ultimi dati Istat – sta crescendo sempre più. Oltre 6 milioni sono le persone che vivono sotto la soglia di povertà. Milioni di lavoratori non ce la fanno a mantenere se stessi e le loro famiglie. Un tempo si diceva non arrivano alla fine del mese. Oggi, neanche all’inizio.

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Di fronte a questa situazione esplosiva, il ceto politico italiano sembra chiudersi in un proprio metaverso. Tutto va bene, dicono a destra, il numero degli occupati cresce, facendo finta di non sapere che questa “crescita” si fonda sullo sfruttamento, sui lavori poveri, senza garanzie e senza futuro. La destra, in Italia, in Europa, nel mondo, cavalca la paura, indirizza la rabbia e l’insicurezza della gente contro il nemico di comodo: i migranti che rubano il lavoro, spacciano, rendono insicure le nostre città e via criminalizzando. 

La destra fa la destra. Il punto è che la sinistra non fa la sinistra. O lo fa a parole. La narrazione corrente è di un ceto politico che si guarda con sospetto l’uno con l’altra, che si attovaglia per discutere di primarie, di un terzo candidato o “federatore” che dir si voglia, pronti alla battaglia delle candidature nelle liste elettorali. Tutte cose che a chi deve fare i conti con una angosciante quotidianità fregano il giusto. Cioè il nulla.

La sinistra partitica vive uno scollamento preoccupante dal Paese reale. Non ne raccoglie le grida di dolore, non è capace di organizzare e orientare il malessere sociale. In questo, è più che surreale il dibattito su chi può fregiarsi del titolo onorifico di “riformisti”. Riformismo ridotto a sinonimo di moderatismo, spacciato come pseudo cultura di governo. Riformismo come antidoto al virus della radicalità. Incredibile ma vero. C’è da chiedersi in quale pianeta vivano costoro. Chi frequentano, oltre i salotti televisivi. Quello che viviamo è tempo di radicalità. A destra e a sinistra. Il centro non esiste più, anzitutto sul piano sociologico e poi politico-elettorale. A contendersi la guida dei Paesi europei più avanzati sono una destra radicale e una nuova sinistra che ha scelto chi rappresentare. Vale per la Francia, vale per la Germania, vale per la Spagna, mentre in Italia il “campo largo” si arrovella su altro. 

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Statene certi: la piazza li “spiazzerà” un’altra volta. Come è avvenuto per la Palestina, con la “generazione Gaza” in prima linea nelle manifestazioni contro il genocidio dei palestinesi e la politica criminale di Israele. 

Sarà così anche quando le piazze torneranno a riempirsi sui bisogni materiali di vita, per il diritto alla casa, alla salute, a un lavoro che non ti porti alla fame o addirittura alla morte. 

Una piazza che già paga il prezzo di una economia di guerra, di oltre 800 miliardi che l’Europa, e in essa l’Italia, sperpererà nei prossimi anni in spese per armamenti, sottraendoli alle spese per una vita più degna, umana. Per una società e un mondo più giusti. La sinistra o è radicale, nelle sue proposte, nella sua visione, nelle battaglie dentro e fuori il parlamento, o non è. 

Una sinistra “Ztl” non ha alcuna capacità di attrazione soprattutto verso i giovani, quelli a cui chi comanda al mondo sta rubando il futuro. Le battaglie vanno combattute quando si crede nella giustezza degli interessi e delle speranze di chi s’intende rappresentare, e non quando si ha la certezza di vincere. Si combatte sapendo da che parte stare. E’ la grande lezione di Enrico Berlinguer ai cancelli della Fiat, con il sostegno alla lotta degli operai che si opponevano ai licenziamenti politici, alla cassa integrazione di massa. Che combattevano i “padroni”. Berlinguer scelse da che parte stare. E lo fece fino in fondo. 

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Non chiediamo, sarebbe improponibile, ai leader di oggi della sinistra di essere a quell’altezza. Ma di non farci vergognare, questo sì, lo dobbiamo esigere. 

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