L’esperimento simbolo della politica migratoria del governo Giorgia Meloni rischia di avere una data di scadenza definitiva. Tirana ha fatto sapere che l’accordo con l’Italia sui centri per migranti in Albania non verrà rinnovato alla sua naturale conclusione, prevista nel 2028. Una presa di posizione che apre un nuovo fronte politico per Palazzo Chigi e mette in discussione uno dei progetti più controversi e costosi dell’esecutivo.
A far saltare il banco sono state le dichiarazioni del ministro degli Esteri albanese Ferit Hoxha, riportate da Euractiv e rilanciate dalla stampa italiana: «Non ci sarà alcuna proroga perché saremo membri dell’Unione Europea».
Il ragionamento di Tirana è semplice ma politicamente devastante per Roma. L’accordo firmato nel 2023 tra Meloni e il premier albanese Edi Rama si fondava sull’idea di creare strutture sotto giurisdizione italiana ma collocate fuori dal territorio dell’Unione Europea. Con l’ingresso dell’Albania nell’Ue — obiettivo che Tirana punta a raggiungere entro il 2030 — quel meccanismo perderebbe la sua natura “extraterritoriale” e dunque la sua funzione politica e giuridica.
Il progetto simbolo della destra italiana
Quando Meloni e Rama presentarono il protocollo Italia-Albania, il governo italiano lo descrisse come un modello innovativo destinato a cambiare la gestione europea dei flussi migratori. L’intesa prevedeva la costruzione di due strutture sul territorio albanese: un centro nel porto di Shëngjin e un grande hub a Gjader, destinato inizialmente all’identificazione e al trattenimento dei migranti soccorsi nel Mediterraneo da navi italiane.
L’operazione aveva anche un enorme valore simbolico. Per la premier italiana rappresentava la dimostrazione concreta della linea dura promessa contro l’immigrazione irregolare. Non a caso Meloni aveva difeso il progetto con forza, sostenendo che i centri “avrebbero funzionato” e che altri Paesi europei guardavano con interesse al modello albanese.
Ma la realtà si è rivelata molto più complicata.
I centri mai davvero partiti
Sin dall’inizio il protocollo si è scontrato con ostacoli legali, ricorsi giudiziari e dubbi sulla compatibilità con il diritto europeo. Diversi tribunali italiani hanno bloccato o non convalidato il trattenimento dei migranti trasferiti in Albania, contestando soprattutto il sistema dei “Paesi sicuri” e la possibilità di deportare richiedenti asilo fuori dal territorio nazionale.
Il risultato è che le strutture sono rimaste in gran parte vuote, mentre i costi continuavano a crescere. Secondo opposizioni e associazioni per i diritti umani, il progetto si è trasformato in una gigantesca operazione di propaganda con spese pubbliche enormi e risultati quasi nulli.
Negli ultimi mesi il governo italiano aveva tentato di rilanciare il piano trasformando parte delle strutture in CPR — Centri di permanenza per il rimpatrio — destinati non più ai richiedenti asilo appena sbarcati ma ai migranti già destinatari di un decreto di espulsione. Una modifica introdotta anche attraverso un nuovo decreto approvato nel 2025.
La svolta di Tirana
Fino a poche settimane fa, Edi Rama aveva continuato a difendere l’accordo, definendolo una “concessione esclusiva” all’Italia e respingendo l’ipotesi di replicarlo con altri Paesi europei.
Ora però il tono è cambiato. Le parole del ministro Hoxha segnano la prima vera presa di distanza ufficiale del governo albanese dal progetto. E lo fanno nel momento più delicato: mentre Bruxelles si prepara all’entrata in vigore del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo e mentre la Corte di giustizia dell’Unione Europea continua a esaminare i dubbi giuridici sull’intero impianto del protocollo.
Per il governo Meloni si tratta di un colpo politico pesante. I centri in Albania erano stati presentati come il laboratorio della nuova strategia europea contro l’immigrazione irregolare. Oggi rischiano invece di diventare il simbolo di un progetto costoso, contestato e mai realmente decollato.
E soprattutto con una scadenza già scritta.