Matteo Salvini, Giorgia Meloni e tutti quelli secondo cui la difesa è sempre legittima hanno torto.
Il caso della morte del pusher marocchino Abderrahim Mansouri per mano del poliziotto Carmelo Cinturino è emblematico. Le indagini hanno portato alla luce che probabilmente il poliziotto era da tempo in rapporti con lo spacciatore, al quale pare chiedesse denaro e droga con frequenza regolare. Il che apre uno scenario di corruzione, di connivenze e di crimini ben diverso dall’episodio di legittima difesa sul quale – secondo Salvini – sarebbe stato perfino superfluo indagare.
La teoria di Fratelli d’Italia e Lega secondo cui la difesa è sempre legittima confligge non solo con lo stato di diritto, ma anche con la realtà dei fatti.
In uno stato di diritto, nulla vale più che la vita umana, perciò la difesa è legittima solo laddove sia minacciata una vita. Il proprietario di casa che spara alle spalle del ladro in fuga non esercita una difesa legittima, perché la vita, compresa quella del ladro, vale più della refurtiva.
D’altra parte, nel caso di Rogoredo, l’ipotesi attualmente al vaglio degli inquirenti è addirittura l’omicidio volontario.
Posto che Salvini non si è mai scusato nemmeno con Ilaria Cucchi, nessuno si aspetta da lui quel sussulto di dignità che dovrebbe muoverlo a scusarsi per la fretta e l’approssimazione con cui ha giudicato la vicenda di Rogoredo.
Come al solito, la realtà si è mostrata più complessa e articolata rispetto alla puerile quanto rassicurante semplificazione con cui la destra guarda al mondo, dividendolo in buoni e cattivi.
È proprio la complessità del reale che dovrebbe indurre la maggioranza meloniana a rinunciare alla proposta dello scudo penale alle forze dell’ordine, oltre che il principio di eguaglianza di fronte alla legge sancito dall’articolo 3 della Costituzione. Per di più nel paese del G8 di Genova, di Federico Aldovrandi e appunto di Stefano Cucchi.
Il giornalista Luigi Mastrodonato ha pubblicato alcune inchieste sui decessi suscettibili di indagini avvenuti durante i fermi e le operazioni di polizia a partire dal 2000, contandone 67. La maggior parte riguarda persone di origine straniera, il che accende una luce sinistra non solo sulla violenza, ma anche sul razzismo di una parte delle forze dell’ordine. Insomma, oltre i casi che hanno avuto risonanza mediatica, ci sarebbero decine di morti sospette, rimaste in larga misura senza verità e senza giustizia. Le condanne, infatti, sono state pochissime e molto lievi.
D’altronde, l’Italia – diversamente da Francia, Spagna, Regno Unito, Germania, Irlanda e altri – non è fra i 13 paesi europei che rendono noti con regolarità i dati sulle morti causate dalle forze di pubblica sicurezza, nonostante le raccomandazioni delle Nazioni Unite in tal senso. In effetti, nel 2024, esperti indipendenti dell’ONU, durante le revisioni periodiche dei diritti umani in Italia, hanno messo in rilievo la necessità di una maggior trasparenza dei dati, segnalando anche la mancanza di statistiche pubbliche a riguardo.
Di tutta risposta il governo Meloni, nell’ultimo Decreto Sicurezza, ha allargato le maglie della legittima difesa e ha istituito il fermo preventivo di 12 ore applicabile a persone considerate “a rischio” anche in assenza di flagranza.
D’altronde, alla destra meloniana non sono mai piaciuti tanto i diritti, né quelli civili e sociali, né quelli umani.
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