di Dario Spagnuolo
L’ossessione securitaria dei governi di destra è nota, soprattutto se nella compagine di governo c’è Matteo Salvini. Il ragionamento è sempre lo stesso: esibire muscoli che non si hanno. Basterebbe leggere qualche criminologo o qualche sociologo per sapere che una minaccia che non si ha la capacità di mettere in atto ha un effetto inverso a quello di dissuasione. È una manifesta dimostrazione della propria incapacità, buona forse per riscuotere un po’ di consenso dai più ingenui.
È l’eterna confusione tra autoritarismo e autorevolezza. Nel primo caso si pretende di ottenere determinati comportamenti attraverso le minacce, ponendosi sullo stesso piano – se non più in basso – di coloro che si pretende di comandare. Per questo motivo, l’autoritarismo invece di essere efficace alimenta il conflitto. L’autorevolezza, invece, è quando un determinato comportamento lo si ottiene senza bisogno di alcuna minaccia, ma perché si riescono ad infondere fiducia e rispetto. Quello che conta, per essere autorevoli, è l’esempio che si riesce a dare, è necessario essere credibili.
I provvedimenti del “pacchetto sicurezza”, composto da un decreto già approvato in Consiglio dei ministri e da un disegno di legge (DDL) sono tanti e analizzarli uno ad uno non è possibile attraverso un articolo. Ne ho presi in considerazione tre, perché utili a capire quale sia l’idea di sicurezza.
È previsto il fermo preventivo di 12 ore, non è una novità perché il codice in casi ben precisi consente di fermare un soggetto per 24 ore e, qualora sussistano seri indizi che il soggetto abbia commesso un delitto, per un periodo anche superiore. Il fermo preventivo consente a “ufficiali e agenti di polizia, nel corso di specifici servizi di polizia disposti in occasione di manifestazioni in luogo pubblico o aperte al pubblico, di accompagnare nei propri uffici, e ivi trattenere per non oltre 12 ore per i conseguenti accertamenti di polizia, persone per le quali, in relazione a specifiche e concrete circostanze di tempo e di luogo, sulla base di elementi di fatto, anche desunti dal possesso di armi, strumenti atti ad offendere, dall’uso di petardi, caschi o strumenti che rendono difficoltoso il riconoscimento della persona o dalla rilevanza di precedenti penali”. Una formulazione estremamente fumosa (quali elementi di fatto?), che non definisce nessuna fattispecie, come è invece prerogativa delle norme giuridiche, e che lascia campo libero per fermare chiunque.
Ovviamente, trattandosi di fermi “preventivi”, e dunque praticamente generalizzati, qualora fossero applicati bisognerebbe portare in questura centinaia di persone senza disporre del personale per la sorveglianza e l’assistenza, personale che in parte potrebbe essere reperito togliendolo dalle strade e, dunque, riducendo la sicurezza dei cittadini. Non sono certo i pochi euro messi a bilancio che riusciranno ad aumentare adeguatamente le forze di sicurezza impegnate sul territorio, ammesso che poi per qualche altro motivo non siano spedite in Albania.
È dunque un disegno di legge funzionale a rappresentare una realtà minacciosa, soprattutto là dove le minacce sono minime.
Esistono, poi, numerosi dubbi sulla legittimità della norma. In Inghilterra l’Habeas Corpus Act già nel 1679 impediva di imprigionare arbitrariamente qualcuno e in Italia il principio è recepito dall’art. 13 della Costituzione che prevede che qualunque limitazione della libertà possa avvenire solo “in casi eccezionali, di necessità e urgenza, indicati tassativamente dalla legge” . Non si capisce, insomma, se le leggi sono scritte superficialmente o se l’obiettivo sia quello di suscitare conflittualità con il sistema giudiziario, in modo da poter poi accusare i “magistrati comunisti” di rifiutarsi di applicare le disposizioni del governo.
Tra le misure che rientrano nel “pacchetto” c’è poi il DDL sull’immigrazione, cavallo di battaglia della Lega nonostante le uniche prospettive di sopravvivenza del paese siano proprio legate all’arrivo di migranti. Tra i provvedimenti spicca il c.d. “blocco navale”, la possibilità di interdire il transito alle navi e, addirittura, di intercettare le navi delle ONG e scortarle anche nei porti di paesi terzi. Il tema del blocco navale è un pallino della Lega: il 28 marzo del 1997 una corvetta della Marina militare italiana speronò e affondò un’imbarcazione carica di migranti albanesi. Furono recuperati 81 corpi, in maggioranza donne e bambini: era un Venerdì Santo. Pochi giorni prima, dai banchi del Parlamento l’allora presidente della Camera, la leghista Irene Pivetti, aveva chiesto l’intervento militare per contrastare i profughi provenienti dall’ex colonia italiana. Sarebbe sufficiente fare memoria di questo episodio per abbandonare per sempre l’idea del blocco navale contro i migranti. Viceversa, in un momento di particolare creatività la norma prevede che i natanti intercettati possano essere condotti presso paesi terzi. È una questione importante. L’unico paese terzo ad avere al momento un accordo con l’Italia è proprio l’Albania che, tuttavia, non ha assolutamente preso in considerazione l’ipotesi di accogliere nei propri porti le navi eventualmente condottevi dalla Marina Italiana. Altri accordi di partenariato simili non esistono e vendere la pelle dell’orso prima di averlo ucciso non è mai consigliabile. In ogni caso, un eventuale blocco costituirebbe una violazione del diritto internazionale e, anche qualora la Marina proceda a accompagnare una nave presso un paese terzo, questo dovrebbe assumersi un significativo impegno di spesa per il mantenimento alla fonda nelle proprie acque. Considerati i costi, è giusto chiedersi se un’adeguata politica di accoglienza non sarebbe meno costosa e più vantaggiosa.
Sempre il DDL sull’immigrazione, poi, prevede la sospensione dei benefici della Legge Zampa. Si tratta della L. 47/2017 che stabilisce il diritto all’accoglienza per i minori non accompagnati. Sono percorsi di inserimento sociali e lavorativo che possono proseguire anche dopo il raggiungimento della maggiore età. L’intento del governo è quello di cancellare questo beneficio, analogamente a quanto avviene già con il Decreto Caivano, che prevede che i minori già detenuti negli istituti di pena possano essere trasferiti nelle case circondariali per adulti una volta conseguiti i 18 anni, anche interrompendo i percorsi di recupero eventualmente in corso. Quali vantaggi possano derivare da un tale provvedimento di legge è veramente difficile da immaginare. Oltre ad infliggere una punizione gratuita e a disperdere energie e risorse, impedendo di portare a compimento dei percorsi di recupero e inserimento, non si intuiscono altri effetti possibili.
I tre provvedimenti, tuttavia, hanno un elemento in comune: si scagliano contro soggetti che non hanno fatto nulla (fermo preventivo) o contro soggetti fragili (migranti, minori). Pensandoci bene, la definizione più corretta sarebbe pacchetto “insicurezza”: insicurezza dei propri diritti per chi scende in piazza a manifestare dissenso e per chi fugge confidando nelle leggi, internazionali e morali, che dovrebbero tutelare i più deboli.