Meloni annuncia 'legge e ordine' ma i suoi provvedimenti garantiscono l'impunità di ricchi e 'tangentisti'
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Meloni annuncia 'legge e ordine' ma i suoi provvedimenti garantiscono l'impunità di ricchi e 'tangentisti'

Il mantra “legge e ordine”, così comprensibilmente attrattivo per ampie fasce di elettorato, non ha nulla a che fare con l’Italia meloniana, dove le condanne penali definitive e la certezza della pena sono vere e proprie chimere. 

Meloni annuncia 'legge e ordine' ma i suoi provvedimenti garantiscono l'impunità di ricchi e 'tangentisti'
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Giovanna Musilli Modifica articolo

19 Gennaio 2026 - 15.08


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Il mantra “legge e ordine”, così comprensibilmente attrattivo per ampie fasce di elettorato, non ha nulla a che fare con l’Italia meloniana, dove le condanne penali definitive e la certezza della pena sono vere e proprie chimere. 

Ecco perché. 

Innanzitutto, nel 2024, il ministro della giustizia Carlo Nordio ha partorito una trovata geniale atta senz’altro ad acciuffare meglio i colpevoli: l’avviso di arresto. 

In spregio al senso del ridicolo, Nordio ha stabilito l’introduzione dell’obbligo di interrogatorio preventivo da parte del G.I.P., prima dell’adozione di una misura cautelare coercitiva: insomma, chi deve essere arrestato viene avvisato alcuni giorni prima. Con ogni evidenza, il ministro ha grande fiducia negli esseri umani e ritiene che una persona consapevole di dover essere arrestata a breve non inquinerà le prove a suo carico e non fuggirà.

Il governo di Giorgia Meloni ha anche limitato l’uso delle intercettazioni telefoniche, e ha in animo di limitare, se non vietare, l’uso del trojan. Probabilmente Nordio, nell’era dell’IA, ispira le sue riforme a Sherlock Holmes: vorrebbe che gli investigatori e i magistrati tornassero alla vecchia lente di ingrandimento. 

Gli spauracchi dell’aumento dei reati e dell’aumento delle pene massime che il giudice può comminare sono trovate pubblicitarie che non incidono minimamente sull’efficienza della giustizia, né sulla sicurezza dei cittadini. Si comprenderà facilmente quanto sia controproducente appesantire il già ingolfato sistema penale con azioni giudiziarie motivate dalla partecipazione a un rave party, o dall’imbrattamento di un monumento con vernice lavabile. Quanto ai “nuovi” reati come l’omicidio nautico, o quello perpetrato nei pressi di una stazione ferroviaria, si potrebbe ipotizzare che chi mai avesse in mente di compierne immaginasse già prima delle riforme Nordio che l’omicidio fosse illegale.

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Per non parlare dei reati finanziari, verso i quali il governo mostra una particolare indulgenza. Presentando il suo ultimo libro, Una nuova giustizia, Nordio ha candidamente invocato la meritata impunità per “modestissime mazzette”, stigmatizzando l’inciviltà di strumenti investigativi che violino la privacy dei tangentari. 

Peraltro, se il referendum costituzionale per il quale siamo chiamati a votare a marzo dovesse promuovere la riforma della separazione delle carriere fra PM e giudici, c’è da aspettarsi che la mossa successiva sia quella di sottoporre la magistratura inquirente ai dettami dell’esecutivo, stabilendo che sarà il governo a decretare anno per anno i reati da perseguire prioritariamente. In barba a una giustizia uguale per tutti.

Inoltre, fin dal 2022, il governo Meloni si è affrettato a emanare i decreti attuativi della famigerata riforma Cartabia, varata pochi mesi prima dal governo Draghi, che a partire da quest’anno causerà l’interruzione di circa metà dei processi penali in corso in nome di quel bizzarro istituto giuridico chiamato “improcedibilità”. “Impunità” pareva brutto. 

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In sostanza, tutti i processi di appello che supereranno i due anni e quelli di cassazione che supereranno un anno di durata andranno in fumo. Letteralmente: l’imputato non riceverà conseguenze penali, i soldi dei contribuenti saranno sprecati e il lavoro svolto fino a quel momento dai magistrati e dalle forze dell’ordine sarà come non ci fosse mai stato. Con buona pace delle vittime, che non avranno mai giustizia. Il tutto naturalmente senza uno straccio di investimento sulla giustizia, per velocizzarne i tempi. 

Come se non bastasse, quella luminosa riforma – evidentemente condivisa da Meloni&co – rende procedibili solo su querela di parte una grande quantità di reati, minando il sacrosanto principio costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale. Senza una denuncia della vittima, non sono più perseguibili reati come lesioni personali, molestie, violenza privata, furto, truffa, sequestro di persona non aggravato… E altre cosucce di questo tenore. 

Per fare un esempio recente, Chiara Ferragni è stata prosciolta dall’accusa di truffa aggravata per l’affaire del Pandoro Gate, perché ha preventivamente risarcito le vittime, in cambio del ritiro della querela. Il che non c’entra nulla con l’assoluzione nel merito, l’innocenza, o l’infondatezza dell’indagine. 

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A tutto ciò si aggiungano la prescrizione – che la legge Bonafede durante il governo Conte1, immediatamente asfaltata dal governo Draghi, aveva sensibilmente modificato stabilendone l’inizio non dal compimento del reato, ma da quando il reato veniva scoperto – e quel bislacco istituto giuridico afferente ai concetti di “esiguità del danno” e “tenuità del fatto” (vedasi le “modestissime mazzette”) che è causa di non punibilità, e che presenta l’ineliminabile criticità dell’arbitrio nella valutazione. 

Il governo Meloni non è intervenuto in nessuno dei due casi. 

Insomma, va bene tutto, ma nessuno creda alla favola di un paese più sicuro.

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