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L'etica cristiana nel corso dei secoli: Francesco Emmolo racconta l'"etica della libertà"

Nel suo interessante volume, Etica della libertà (Jaca Book 2021, pp. 208, € 22.00), Francesco Emmolo, partendo dal suo “vissuto” alla luce del Vangelo, sviluppa una riflessione degna di interesse sull’etica cristiana

L'etica cristiana nel corso dei secoli: Francesco Emmolo racconta l'"etica della libertà"
Papa Francesco

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26 Aprile 2022 - 17.06


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di Antonio Salvati

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Nel nostro paese esiste una cultura chiassosa e supponente, che, avvalendosi di batterie pesanti, vuole imporre una visione della persona e della società individualista, capovolgendo il significato di termini belli e sacri – anche laicamente perché fondativi come amore e libertà, etica e vita. In realtà, in un tempo in cui si diffonde un’umanità infragilita, ci sta il Paese reale, la grande maggioranza della gente che vive una cultura che potremmo dire “silenziosa” ma ancora desiderosa di credere nella persona come relazione e nella libertà come responsabilità; che vuole una società come rete di rapporti solidali, come comunità di vita e di destino. La gente ha fame di senso per la propria vita. Persone che sentono il proprio dovere come punto d’onore, che si guadagna la giornata con dignità e sacrificio, che si dedica ai propri vecchi. Gente comune che non fa notizia, ma costruisce la storia e favorisce la coesione sociale. Questo tessuto, che non appare, meriterebbe la ribalta non per sé stesso, ma per incoraggiare tutti e per orientare il Paese in tempi di sbandamento.

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La riflessione intorno ai principi che devono guidare le azioni dell’uomo è uno dei problemi fondamentali della storia del pensiero. Da secoli si confrontano due filoni: uno crede che questi principi scaturiscono da una fonte trascendente (gli dei, la religione, l’universale di Socrate o l’imperativo assoluto kantiano, per esempio). L’altro, invece, cerca sulla terra le basi sulle quali costruire la propria “etica” “Etica” è oggi un termine molto usato sia come sostantivo che come aggettivo (per esempio “etica laica”, “etica laica” o “etica dell’impresa”, ma anche “codice etico” e così via). Sappiamo cosa significa, meno consapevoli del fatto che questa parola indica uno dei due o tre problemi fondamentali di tutta la storia del pensiero. Il termine etica è stato introdotto nel linguaggio filosofico da Aristotele e significa “comportamento, costume”, o meglio l’insieme dei principi che regolano il comportamento umano, in vista del raggiungimento di un fine (sacro o laico che sia). E’ la riflessione intorno al comportamento pratico dell’uomo, ai principi che lo devono guidare e al problema di dove trarre questi principi.

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Nel suo interessante volume, Etica della libertà (Jaca Book 2021, pp. 208, € 22.00), Francesco Emmolo, partendo dal suo “vissuto” alla luce del Vangelo, sviluppa una riflessione degna di interesse sull’etica cristiana che nel corso dei secoli ha assunto molteplici aspetti: «la “preparazione”, se non addirittura “conquista”, di una vita piena proiettata nel futuro; un esercizio di autoperfezionamento, finalizzato alla realizzazione di una figura di umanità conforme alla volontà di Dio; e altro. Sebbene il cristianesimo abbia sempre tenuto viva la consapevolezza che l’etica ha a che fare con la “edificazione del regno di Dio” e che l’esercizio del cristianesimo sia finalizzato a rendere operante l’insegnamento del Maestro nel presente, si è spesso smarrita la dimensione dinamica dell’etica cristiana, che ha finito per trasformarsi in una etica “antiquaria”: preservare alcuni atteggiamenti, o come si suole dire “valori”, che garantiscano il rispetto della volontà del Maestro e attuino nel presente il suo disegno di salvezza. Che dire poi di alcuni capisaldi dell’etica cristiana, penetrati nella coscienza dell’uomo occidentale fino a diventare (più o meno inconsapevolmente) parte della sua percezione del mondo e persino dalla sua autocomprensione: il sacrificio, l’altruismo, la “rinuncia a se stessi”, il senso di colpa etc. Volenti o nolenti questa eredità ha plasmato e continua a plasmare la nostra cultura, a diversi livelli».

L’autore spiega che il messaggio cristiano, il Vangelo, è nella sua natura più profonda non solo un “annuncio di liberazione”, «ma una pedagogia della libertà. Ciò che noi chiamiamo “etica cristiana” è il tentativo di educare alla libertà di Dio; a una visione dell’uomo e della realtà che veda con «gli occhi di Dio», che sono liberi. Lo sfondo entro cui collocare l’etica cristiana, nella prospettiva che ho qui adottato, è la redenzione come realtà operante nel presente, che, forse anche più della creazione, è il principio cardine dell’antropologia cristiana. L’azione di Dio è liberare, l’essenza profonda dell’essere uomo è la libertà, il terreno entro cui si gioca la possibilità della relazione tra uomo è Dio è la libertà. È quantomeno singolare che, avendo il cristianesimo il suo perno nell’opera redentrice di Cristo, tra le virtù cristiane la più trascurata sia propria la libertà. Si parla della fede, della carità, del perdono, della misericordia, della speranza, ma mai della libertà. Eppure, l’opera redentrice di Gesù ha come obiettivo proprio quello di ristabilire il rapporto dell’uomo con Dio a partire dalla riscoperta della sua (dell’uomo e di Dio) libertà».

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Il volume non si configura come “disputa teologica” sull’etica cristiana, l’autore non ha intenzione di “dimostrare” nulla, «né tantomeno di “avere ragione” o di dire cose più esatte di altri. (…) Ma questo non può voler dire in alcun modo abbandonarsi a una sorta di “qualunquismo”, che accetta acriticamente tutte le posizioni possibili. Credo che ciò che si possa fare sia raccontare il proprio vissuto, sperando che diventi terreno d’incontro. Così, spero che questa mia lettura possa fare da specchio a esperienze simili, o “liberare” nuove riflessioni».

Emmolo fa giustamente proprie le considerazioni del teologo protestante Bonhoeffer – protagonista della resistenza al Nazismo e impiccato nel campo di concentramento di Flossenbürg pochi giorni prima della fine della guerra – secondo il quale non bisogna riguardare quali contenuti il cristianesimo prescrive in materia di comportamento, ma in che modo il cristianesimo può illuminare il nostro modo di intendere il comportamento, ancora troppo legato, per Bonhoeffer, a un paradigma intellettualistico. Il bersaglio polemico di Bonhoeffer è “lo spirito greco”, che, con il suo intellettualismo etico, ha permeato il cristianesimo producendo l’idea che il comportamento cristiano sia adesione e realizzazione di precetti fissati in maniera inviolabile. Per Bonhoeffer il più grande fraintendimento è quello di fare «dei comandamenti e del Discorso della montagna di nuovo una legge, riferendola letteralmente al presente. Non solo è assurdo, perché inattuabile, ma anche contro lo spirito di Cristo che trae la libertà dalla legge. […] nel NT non c’è nessuna prescrizione etica che noi dovremmo o potremmo riprendere letteralmente. La lettera uccide e lo spirito vive, dice notoriamente Paolo; questo significa che lo spirito fissato una volta per tutte non è più spirito. Quindi, anche l’etica esiste solo nel compimento dell’azione, non nella lettera, cioè nella legge. […] per questo motivo i nuovi comandamenti di Gesù non possono mai essere concepiti come principi etici, essi devono essere compresi nel loro spirito, non letteralmente». La rivoluzione introdotta da Gesù è la «liquidazione dei principi, dei fondamenti, detto con le parole bibliche della legge». Se esistessero principi o leggi universalmente valide, l’agire cristiano sarebbe privato della sua «relazione immediata con Dio»; ma quel che è più grave, l’uomo sarebbe schiavo dei suoi stessi principi, finendo per sacrificare la sua libertà: «Gesù restituisce all’umanità il dono più grande, che aveva smarrito, la libertà. L’agire etico cristiano è un agire con libertà». Se, infatti, considerassimo ogni singola regola di condotta di Gesù vincolante, dice Bonhoeffer, non saremmo liberi, ma schiavi della sua imitazione. Bonhoeffer afferma ripetutamente che il cristiano deve rinunciare a qualsiasi pretesa su sé stesso. Non dobbiamo pensare – spiega Emmolo – che si riferisca ad un “fatalistico abbandono a Dio”, che agirebbe al suo posto o attraverso di lui, usandolo come se fosse uno strumento inerte. Dobbiamo piuttosto riferirci alla pretesa dell’uomo di concepire il proprio vissuto spirituale come un esercizio di autoperfezionamento. Bonhoeffer cita Tolstoij che ne La Confessione racconta di come avesse frainteso profondamente il significato della sua fede, indentificandola con lo sforzo di divenire perfetto, di migliorare il suo modo di essere.

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Le riflessioni sull’etica – sia in termini laici che religiosi – ci insegnano che non possiamo proprio vivere separati. Constatiamo che la vita è un pericolo continuo, che la sicurezza morale e persino quella fisica sono un mito. Pochi di noi sanno che cosa fare della propria vita, della propria forza e volontà, della propria intelligenza e libertà. Il cuore – spiegava il rabbino Abraham Joshua Heschel –

è fragile e cieco; senza guida, diventa selvaggio e si dispera. E più facile «vincere i virus e i germi che non l’insensibilità del cuore o l’impercettibile decadimento interiore. Senza aiuti, che cosa faremmo se non offendere e recare danno? Chi penserebbe a fermarci quando fossimo intenti a distruggere ciò che nessun uomo mai potrà ricostruire?». Nonostante la nostra mente sia dotata della capacità di intendere fini superiori e di dirigervi l’attenzione, indipendentemente da ogni vantaggio materiale, la volontà – sottolinea Heschel – è portata per natura a indulgere a fini egoistici, trascurando le intuizioni della mente. Nulla è poco affidabile quanto la capacità dell’uomo di rinnegare sé stesso. Serve dotarsi di una disciplina: «soltanto gli uomini liberi, coloro che non sono disposti a canonizzare ogni capriccio, non confondono l’autocontrollo con la completa rinuncia a sé stessi, poiché sanno che non esiste uomo libero che non sia padrone di sé, che quanto più libertà godiamo, tanto maggiore disciplina è necessaria». Disciplina e responsabilità secondo quanto formulato inteso da Hans Jonas; l’etica della responsabilità di Jonas, proponendosi come un’etica per la civiltà tecnologica, vuole evidenziare la forza potenzialmente distruttiva del processo tecnologico moderno. Un progresso che se non controllato rischia di causare ingenti danni i cui effetti si noteranno nelle generazioni future. Laici e non avvertono è sorprendente la leggerezza con cui l’uomo moderno considera la propria responsabilità verso il proprio mondo e quanto contiene. Onnivoro nei suoi desideri, incontenibile nei suoi sforzi, tenace nei suoi propositi, egli cambia gradatamente la faccia della terra; né pare ci sia qualcuno che voglia impedirglielo o che voglia sfidare la sua supremazia. L’etica della libertà ci indica le nostre sfide future.

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