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Il governo studia misure per arginare la delocalizzazione delle imprese

La Viceministra Todde (M5s): "Ipotesi di una norma ad hoc, notevolmente rafforzata per impedire di delocalizzare in modo aggressivo".

La viceministra Alessandra Todde
La viceministra Alessandra Todde

globalist

8 Agosto 2021 - 17.14


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Negli ultimi anni sono decine e decine le imprese delocalizzate per un costo del lavoro minore rispetto all’Italia.

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Si sta cercando però una soluzione per fermare questo fenomeno.

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Sono allo studio da parte della ViceMinistra Todde alcuni strumenti utili per cercare di mettere un argine alle delocalizzazioni che colpiscono il Paese.

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E’ quanto si apprende da fonti di governo che ricordano come proprio la Todde lo scorso anno abbia ideato il Fondo di Salvaguardia, che consiste nella possibilità per le aziende in crisi di ricevere un aiuto pubblico fino a 10 milioni tramite Invitalia. A patto però di non delocalizzare per cinque anni.

In particolare, sta prendendo forma l`ipotesi di una norma ad hoc, notevolmente rafforzata rispetto a quella del 2018, per impedire alle imprese di delocalizzare in modo aggressivo.

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Andrà trovata una sintesi politica dentro la maggioranza, e soprattutto bisognerà capire come configurare i nuovi strumenti per contenere il fenomeno della delocalizzazione.

L’obiettivo della stretta, nel pieno rispetto della libertà d’impresa, è stabilire delle regole affinché l’Italia non sia più per alcuni imprenditori stranieri solo un passaggio, giusto il tempo di usufruire di alcune agevolazioni e contributi per poi chiudere l`attività licenziando lavoratori e danneggiando l`indotto.

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La nuova legge antidelocalizzazioni, su cui stanno lavorando Todde per il M5S e Orlando per il Pd, potrebbe essere varata a settembre. E non è escluso si trovi il modo di applicarla alle vertenze in corso (Gkn, Whirlpool).

Le direttrici di intervento riprendono in parte la c.d. “legge Florange” francese. Tra le proposte all`interno quella di comunicare ogni scelta in maniera preventiva alle istituzioni, quella di convocare un tavolo istituzionale, quella di redigere un c.d. Piano di reindustrializzazione, che indichi le potenzialità del sito produttivo ed eventuali riqualificazioni, obbligare le imprese all`utilizzo forzoso degli ammortizzatori nel caso in cui non rispettino la procedura, obbligare a comunicare alle Istituzioni con congruo anticipo (circa 6 mesi) se si vuole chiudere.

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Sarà nominato un “advisor” al quale toccherà esplorare se esistono davvero soluzioni alternative, nuovi investitori interessati. Le aziende che non rispetteranno la procedura dovranno obbligatoriamente accedere agli ammortizzatori sociali.

Se nei precedenti cinque anni hanno preso soldi pubblici dovranno restituirli con gli interessi. E se violeranno la nuova procedura dovranno anche pagare una multa salata: il 2% del fatturato.

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Inoltre, la proprietà deve cercare per almeno tre mesi un potenziale compratore. In caso di violazioni lo Stato può chiedere indietro gli eventuali incentivi pubblici concessi e comminare multe fini al 2% dei ricavi.

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