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Lo ripeteremo come una goccia cinese: che aspettate a ritirare l'ambasciatore dall'Egitto?

Una domanda che ha due principali destinatari: il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio. L'inazione equivale a complicità con gli aguzzini di Giulio Regeni.

Verità per Giulio Regeni
Verità per Giulio Regeni

Umberto De Giovannangeli

11 Dicembre 2020 - 15.48


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Ogni giorno, come una goccia cinese, Globalist ripeterà questa domanda ai due destinatari: il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio: cos’altro deve accadere per decidere il ritiro del nostro ambasciatore dall’Egitto? E conteremo i giorni dell’inazione, che equivale a complicità con gli aguzzini di Giulio Regeni.

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Nella conferenza stampa di ieri a Montecitorio, Paola e Claudio Regeni, i genitori di Giulio, collegati in streaming, si sono rivolti alla “buona stampa” augurandosi “che faccia giornalismo investigativo e che talloni il nostro presidente del Consiglio o il ministro degli Esteri. Che cosa state facendo per accertare la verità su Giulio? Su tutti i Giulio d’Egitto? Chiediamo alla commissione d’inchiesta di fare chiarezza sulle responsabilità italiane: cosa è successo nei palazzi italiani al Cairo dal rapimento alla morte di Giulio? Perché un ragazzo è morto in un Paese ritenuto amico?”. Una stampa che non sfrutti la situazione “cannibalizzando l’immagine di Giulio, perché solo i familiari possono davvero parlare di lui” aggiungono. Scottati da anni di depistaggi e fango nei confronti del giovane ricercatore, Claudio e Paola Regeni rivolgono questo appello a tutti i mass media responsabili. Globalist questa responsabilità l’ha praticata e continuerà a farlo. 

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Con la certezza che dall’Egitto del presidente-carceriere Abdel Fattah al-Sisi non ci sarà, come non c’è mai stata, alcuna collaborazione.  L’ultima conferma viene rivelata da Pierfrancesco Curzi su Ilfattoquotidiano.it: “In molti – scrive – lo avevano dato per pensionato o messo a riposo dopo anni di carriera al servizio del regime egiziano. Lo si immaginava in vestaglia e pantofole a seguito del presunto retirement, avvenuto nel 2017, l’anno successivo all’omicidio di Giulio Regeni. Se non fosse stato per l’ostinata caparbietà degli inquirenti italiani che lo hanno inserito nel registro degli indagati   per quella efferata pagina criminale, di lui forse non si sarebbe più parlato. In realtà il distintivo della Nsa, l’Agenzia per la Sicurezza Nazionale, il Maggiore Generale Tarek Ali Saber non l’ha mai appeso al chiodo, continuando a svolgere il suo lavoro di cane da guardia per la salvaguardia della sicurezza del Paese. Lui, considerato l’elemento di maggior spicco del gruppo di ufficiali finiti nelle indagini sul rapimento, delle torture e dell’omicidio di Regeni  e regista della ridda di depistaggi messi in scena nei mesi successivi al ritrovamento del cadavere del ricercatore di Fiumicello lungo l’autostrada il Cairo-Alessandria d’Egitto, il 3 febbraio 2016. Nessuna punizione per quella serie di azioni da parte dei vertici del Ministero dell’Interno e tantomeno del governo e del Presidente Abdel Fattah al-Sisi, anzi la conferma del ruolo come una sorta di premio e di scelta protettiva nei suoi confronti”.

Genuflesso

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Quanto al titolare della Farnesina, c’è poco da attendersi. Perché lui, Luigi Di Maio, per al-Sisi ha un debole. Tanto da affermare: “Al Sisi ha detto ‘Giulio Regeni è uno di noi’. Credo che visite come queste possano contribuire ad accelerare l’accertamento della verità”. Il Cairo, 29 agosto 2018. Di Maio era in missione ufficiale in qualità di ministro dello Sviluppo economico, Lavoro e politiche sociali, nonché vice presidente del Consiglio, nel Conte I. L’Egitto, ha sottolineato in quell’occasione Di Maio: “È un Paese che ci è sempre stato amico. Ho avuto la confermato che loro ci vedono come uno dei Paesi più amici”. Le relazioni tra i due Paesi, secondo il ministro, “possono essere un’occasione ulteriore per stabilizzare la situazione in Libia”. Profezia, quest’ultima, rivelatasi una fake. La Libia è in piena guerra totale, e al-Sisi, sostenitore di Haftar, non ci si fila proprio. 

Sedici luglio 2020. Altra “perla” di Di Maio. Così la racconta Globalist:Ci vuole una bella faccia. Perché quello che sta accadendo è un vero e proprio tradimento delle aspettative di tutti quegli italiani (elettori M5s e della sinistra compresi) chiedono verità e giustizia per Regeni senza più farci prendere in giro dall’Egitto di al-Sisi. “L’Italia non ha mai incoraggiato con strumenti istituzionali la cooperazione commerciale tra le aziende italiane e l’Egitto. Le fregate Fremm sono oggetto di commissioni esistenti tra Fincantieri e Il Cairo”. Insomma, “non c’è una strategia del governo per portare le nostre aziende in quel Paese”.

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Così dixit il titolare, ahinoi della Farnesina, , rispondendo in Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Giulio Regeni sulla vicenda della recente vendita di armamenti italiani all’Egitto. Di Maio ha quindi osservato: “Dubito che la vendita di questi prodotti sia da intendere come un favore dell’Italia all’Egitto. Non credo che infici la ricerca della verità’ né possa essere intesa come una sorta di leva” per raggiungere quell’obiettivo. Utili in questa prospettiva, ha ribadito il ministro, l’azione “del governo, della magistratura, del corpo diplomatico e dell’intelligence italiana”.

Vale la pena restare, e riportare alla luce, quell’audizione. Perché lì c’è il compendio dell’essere ministro degli Esteri di “Giggino”: parole ridondanti contraddette dai fatti, giravolte dialettiche, impegni inevasi, lezioncine di geopolitica senza spessore. Ecco il campionario.

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“Ogni critica” da parte della famiglia Regeni “è legittima e comprensibile e deve essere una spinta” per il governo: “Come uomo di Stato dico che noi stiamo facendo il massimo”. Avete letto bene: “Stiamo facendo il massimo” E se non vi basta, ecco il carico da 11: il ministro sottolinea il “fortissimo impegno degli esecutivi di cui ho fatto parte, con un’azione continua e insistente” sulla quale “non devono esserci cali di tensione”. “È giusto pretendere anche nella società civile la verità e questo è un altro strumento di pressione sulle autorità egiziane, italiane e europee, che devono a mio parere sentirsi coinvolte molto di più”, ha aggiunto di Maio. “Quando sono arrivato alla Farnesina – ha detto ancora – era un anno che le procure non avevano più contatti. Subito dopo l’incontro con la famiglia assicurai l’impegno a voler far riprendere i contatti tra le procure. Anche perché era fondamentale per permettere passi in avanti. Con enorme difficoltà e con la pandemia di mezzo abbiamo fatto riprendere i contatti tra le procure e crediamo che l’azione del corpo diplomatico stia producendo questo processo che non è nato dal nulla”. 

Ed ancora: “L’autorità politica e la diplomazia continuano ad impegnarsi per pervenire alla verità, verità che dobbiamo alla memoria di Giulio Regeni, alla famiglia e a tutta l’Italia. La vicenda Regeni è una ferita aperta per tutto il paese”.

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Poi la lezioncina di diplomazia: “Riteniamo necessario coinvolgere costantemente al più alto livello le autorità del Cairo” sul caso e in tal senso “è fuorviante credere che avere un nostro ambasciatore al Cairo significhi non perseguire la verità e viceversa è fuorviante pensare che ritirarlo sia necessario per arrivare alla verità” “Tutto il governo – ha aggiunto – comprende il dolore della famiglia Regeni” ma la presenza dell’ambasciatore “rientra nella strategia” dell’esecutivo anche “per chi come Patrick Zaky è ancora lì”. “Uno degli strumenti di pressione” per far progredire il caso sulla morte di Giulio Regeni ” è continuare nell’azione che porta avanti il corpo diplomatico in Egitto, che è sempre in correlazione con intelligence e gli altri apparati dello Stato presenti”.  

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“In relazione all’audizione del Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale, on. Luigi Di Maio, presso la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Giulio Regeni, prevista per oggi, giovedì 16 luglio alle ore 14.00, invitiamo il Ministro a chiarire ufficialmente se è stata concessa l’autorizzazione alla fornitura all’Egitto delle due fregate Fremm giaà destinate alla Marina Militare italiana (la Spartaco Schergat e la Emilio Bianchi). 

Così si pronunciavano, in un comunicato congiunto, Rete Italiana per il Disarmo – Rete della Pace – Amnesty International Italia.

“Rinnoviamo inoltre la richiesta al Governo di sottoporre all’esame e al parere delle Camere la fornitura all’Egitto di altre quattro fregate, 20 pattugliatori, unitamente a 24 caccia multiruolo Eurofighter e 20 aerei addestratori M346 ed altro materiale militare del valore tra i 9 e gli 11 miliardi di euro. La legge 9 luglio 1990 n. 185 stabilisce infatti il divieto ad esportare armamenti “verso i Paesi in stato di conflitto armato, in contrasto con i principi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, fatto salvo il rispetto degli obblighi internazionali dell’Italia o le diverse deliberazioni del Consiglio dei Ministri, da adottare previo parere delle Camere” (art.1, c.6 a). 

La medesima legge esplicita inoltre il divieto ad esportare armamenti ‘verso Paesi la cui politica contrasti con i principi dell’articolo 11 della Costituzione” (art.1, c.6 b) e verso i Paesi ‘i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani, accertate dai competenti organi delle Nazioni Unite, dell’UE o del Consiglio d’Europa’ (art.1, c.6 d). In proposito segnaliamo che il Comitato contro la tortura” delle Nazioni Unite, con uno specifico rapporto (A/72/44) inviato all’Assemblea Generale nel maggio del 2017, ha accertato tali violazioni giungendo ‘alla conclusione inevitabile che la tortura è una pratica sistematica in Egitto. 

Anche il Parlamento europeo ha evidenziato in due specifiche risoluzioni (Risoluzione 13 dicembre 2018 Risoluzione 24 ottobre 2019) che in Egitto ‘continuano a essere commesse gravi violazioni del diritto alla vita attraverso la magistratura che ha emesso ed eseguito un numero mai così elevato di condanne a morte contro molti individui – minori inclusi – in particolare a seguito di processi militari e di massa privi delle garanzie minime di un processo equo’. 

Per questo rinnoviamo il nostro appello al Governo a sospendere tutte le esportazioni in atto e i contratti corso di autorizzazione per forniture di armamenti e sistemi militari all’Egitto fino a quando le autorità  egiziane non faranno piena luce sulla morte del giovane ricercatore italiano, barbaramente torturato e ucciso nel loro Paese… Cogliamo l’occasione per sollecitare il Governo a ottenere l’immediato e incondizionato rilascio di Patrick Zaki, lo studente dell’Università  di Bologna da oltre cinque mesi detenuto senza processo nella prigione di ToraRibadiamo ai genitori di Giulio Regeni la nostra vicinanza, la nostra solidarietà  e il nostro sostegno alla loro richiesta alle autorità di fare piena luce sull’uccisione di loro figlio affinché si giunga al più  presto a verità e giustizia”.

D’allora sono passati cinque mesi. Le due fregate sono state vendute, Zaki è in carcere per altri 45 giorni in arbitraria detenzione amministrativa in un penitenziario di massima sicurezza, e sul caso Regeni le provocazioni egiziane hanno superato l’inimmaginabile. E ora  signor presidente del Consiglio? Ed ora, signor ministro degli Esteri? Sono passate 24 ore dalla conferenza stampa della famiglia Regeni. Non solo non avete ancora ritirato l’ambasciatore Contini dal Cairo ma neanche vi siete degnati di convocare alla Farnesina l’ambasciatore egiziano a Roma per comunicargli ciò che un presidente del Consiglio e un ministro degli Esteri con la schiena diritta avrebbero dovuto fare già da tempo. 

 

 

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