Amici e parenti di mafiosi: chi c'è dietro la Lega di Salvini al sud

La trasmissione Report ha fatto la radiografia degli esponenti meridionali del Carroccio. Il ministro dell’Interno: «Non fatemi fare processi ai parenti»

Domenico Furgiuele è l’unico deputato calabrese della Lega in parlamento. Al suocero condannato in via definitiva per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso è stata confiscata una cava.

Domenico Furgiuele è l’unico deputato calabrese della Lega in parlamento. Al suocero condannato in via definitiva per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso è stata confiscata una cava.

globalist 11 dicembre 2018

Report ieri sera su Rai3 ha passato ai raggi X la Lega di Salvini nel Sud Italia. Lo racconta su La Stampa Andrea Carugati: Cucendo in un lungo racconto vicende note e meno note, la trasmissione ha messo in luce alcuni casi imbarazzanti nella selezione della classe dirigente del meridione. L’inchiesta di Claudia Di Pasquale è partita dal coordinatore della “Lega per Salvini premier” in Calabria, Domenico Furgiuele, al cui suocero Salvatore Mazzei (condannato in via definitiva per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso) è stata confiscata una cava a Lamezia Terme. Furgiuele risulta, secondo Report, domiciliato in un immobile della moglie confiscato. Il coordinatore e deputato leghista nello scorso maggio ha venduto la sua quota di una società con sede nella cava confiscata al cognato Armando Mazzei. «L’unica mia colpa è essermi innamorato a 15 anni di una ragazza che ora è mia moglie, la mia condotta è trasparente», ha risposto Furgiele. «Non fatemi fare processi ai parenti, non rispondo neppure di quello che fa mio suocero», la replica di Salvini. Report ha sentito anche altri esponenti leghisti calabresi, come Michele Marcianò, intercettato nel 2006 a casa del boss Cosimo Alvaro a cui avrebbe offerto “disponibilità” e l’avvocato Enzo Caccavari, amico e legale dell’ex Forza Italia Antonio Matacena, ora latitante a Dubai.


In Puglia c’è il senatore Roberto Marti, anche lui come tanti nuovi leghisti con un passato prima nel Msi e poi in Forza Italia, finito in una inchiesta della procura di Lecce sull’assegnazione delle case popolari. Secondo gli inquirenti si sarebbe prodigato per far assegnare una abitazione al fratello di un boss.


In Campania Report ha puntato i riflettori sulla cittadina di Afragola e sul ruolo di Vincenzo Nespoli (ex parlamentare di An e Pdl), condannato in secondo grado per bancarotta fraudolenta. Suo nipote Camillo Gracco ora è assessore comunale per la Lega e sostiene nell’intervista che suo zio «ha dato una mano» a fare le liste della Lega. Sul nipote assessore è in corso un’indagine con l’ipotesi di riciclaggio. C’è poi il caso di Avellino, dove è stato eletto in Comune con la lista leghista (prima dello scioglimento) Damiano Genovese, figlio di Amedeo, condannato per omicidio e ritenuto a capo di un clan. Nell’intervista il figlio non prende le distanze dal padre, «per noi niente era vero di quelle accuse». Il coordinatore campano della Lega, il deputato Gianluca Cantalamessa (ex An) spiega che «non lo avremmo candidato se avessimo saputo».


In Sicilia ha messo le prime radici il movimento “Noi con Salvini” che è stato il contenitore nel Mezzogiorno prima della nascita ufficiale della Lega per Salvini premier. Il primo segretario di NCS è stato Angelo Attaguile, catanese, ex diccì ed ex Mpa di Raffaele Lombardo, che nella scorsa legislatura alla Camera aiutò la Lega a formare il gruppo parlamentare. Report racconta la storia di Antonio Mazzeo, uno dei primi leghisti a ottenere consensi nella sua Meletto (provincia di Catania) e di suo zio acquisito Mario Montagno Bozzone su cui pende una condanna in primo grado per concorso in omicidio. Report segnala la presenza dello zio al comizio del nipote per la corsa a sindaco a Meletto. Lui replica: «I parenti non si scelgono, io ho sempre condannato la mafia». C’è poi il caso di Carmelo Lo Monte, ora leghista dopo essere stato assessore in Sicilia con Totò Cuffaro (con un passato anche nell’Mpa, nel Centro democratico di Tabacci e nei socialisti), su cui pende una condanna della Corte dei Conti per presunte assunzioni illegittime al 118.


La puntata racconta anche alcune vicende dei salviniani di Palermo, con il caso dei due fratelli Salvino e Mario Caputo: dopo la condanna del primo per tentato abuso d’ufficio, il secondo si è candidato alle regionali. Secondo i magistrati ci sarebbe stato un inganno nei confronti degli elettori chiamati a scrivere semplicemente “Caputo” sulla scheda. Per questa ragione i due fratelli sono stati agli arresti domiciliari.


Alessandro Pagano, coordinatore dei salviniani nella Sicilia occidentale (e vicepresidente del gruppo Lega alla Camera), ha pagato politicamente per questa operazione. Da Milano è stato mandato come commissario in Sicilia il senatore e sottosegretario agli Interni Stefano Candiani. E si è trovato alle prese con il caso di Tony Rizzotto, unico deputato leghista all’Assemblea regionale siciliana, ex presidente dell’Ente di formazione Isfordd, denunciato da alcuni dipendenti per la presunta sottrazione di fondi dello stesso ente. Lui si dichiara del tutto estraneo alle accuse, «non so dove sono finiti quei soldi, di certo io non li ho presi». Candiani, interpellato sull’elevato numero di transfughi confluiti nella Lega da altri partiti (ad Agrigento il referente è Angelo Collura, ex alfaniano, a Enna Edoardo Leanza, ex Fi, a Messina Matteo Francilia, ex Udc), ha spiegato: «Si vede che sono stati folgorati sulla via di Damasco, non si tratta di trasformismo, a volte cambiare opinione è sintomo di intelligenza». Quanto ai bilanci di “Noi con Salvini”, Attaguile non li ha forniti a Report. E neppure il tesoriere della Lega Nord Giulio Centemero.


Spunta anche un codice etico per i leghisti in Sicilia: c’è scritto che chi ha condanne anche non definitive per reati contro la Pa non può far parte del partito di Salvini. Peccato, fa notare Claudia Di Pasquale, che una condanna per i rimborsi in Regione sia stata comminata in Piemonte a Riccardo Molinari, capo dei deputati leghisti. I due pesi li spiega Candiani: «In Sicilia ci siamo voluti tutelare maggiormente per evitare che esponenti mafiosi si avvicinassero al partito».