Caro presidente Zingaretti,
fra i vari tormentoni agostani, circola in questi giorni sui social network la biografia, si suppone scritta di proprio pugno, postata da [url”Lidia Ravera sul suo blog ospitato dal Fatto Quotidiano”]http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/lravera/[/url]. Fra le cose più notevoli di questo breve paragrafo c’è la notizia che l’ultimo libro della signora Ravera (ne ha scritti ben 25) sarà dedicato a Stromboli: “l’isola in cui mi sono relegata da sola, per molti mesi l’anno, dato che l’attuale regime ha abolito il confino politico per i suoi fieri oppositori, sostituendolo con più sottili forme di discriminazione”.
Leggere queste parole sotto l’intestazione “Assessore alla cultura e allo sport della Regione Lazio”, fa venire in mente non poche riflessioni. Prima di tutto che la condizione di esule abbia subito un’imprevista evoluzione dai tempi di Dante o Foscolo, se la più sconfortante delle discriminazioni è diventare assessore e i luoghi di esilio sono celebri località balneari dove in agosto si pagano 100 o 200 euro a notte per un hotel (ma non dubito che l’esule Ravera abbia una casetta di proprietà).
Ciò che sconcerta in questa micro auto-agiografia non è tanto la rivendicazione di un ruolo scomodo che l’intellettuale ha sempre assunto nella sua dialettica con la società, ma la precisa e compiaciuta volontà di non dialogare con la società stessa dall’alto di una pretesa superiorità morale. Presidente, diciamo la verità: non solo l’assessore Ravera non è una dissidente o un’esiliata, ma ci comunica il suo pieno diritto, da persona arrivata e dunque potente, di non dialogare con nessuna tipologia di pubblico, dal momento che in un “regime” volgare e capitalistico come quello instaurato in Italia anche la gente non può che essere a sua volta spregevole.
Viene inoltre da chiedersi quale sia la nozione della cultura dell’assessore, probabilmente niente più che l’ostentazione di una propria qualità di scrittrice riconosciuta all’interno di un ristretto circolo di suoi pari (immagino ora tutti tristemente esuli alle Eolie). Un’idea di cultura da Club-Med ancora più deprimente se si pensa che la formazione intellettuale della signora è avvenuta a cavallo tra il ’68 e il ’77 nel pieno di rivolgimenti che si proponevano di democratizzare l’approccio artistico e culturale nei confronti delle masse.
Si può capire a livello umano una certa delusione per l’Italia contemporanea, tipica di queste generazioni dell’impegno, ma è impossibile poi condividere le conclusioni paternalistiche che spesso informano questi giudizi. L’atteggiamento di rifiuto e di non comunicazione non è l’esilio, è semplicemente l’atto di auto-riconoscimento di una élite che non solo non raggiunge più un suo pubblico, ma che proprio in virtù di questo fallimento pretende di essere considerata superiore.
Se le cose stessero così, Presidente, si potrebbe chiedere alla signora Ravera di abbandonare il suo ruolo nella su Giunta, che la costringe a piegarsi all’umiliazione di ricevere un lauto stipendio dal regime, per far posto a qualcuno che magari non abbia scritto 25 romanzi, ma sia più votato a proporre soluzioni culturali per i cittadini laziali. Il recente arrivo di una professionista come Giovanna Marinelli all’Assessorato alla Cultura di Roma sembra andare in direzione di una maggior concretezza di approccio, una tendenza che dovrebbe essere supportata il più possibile anche a livello regionale.
Non si tratta di fare il processo all’Assessore Ravera, ma di affrontare con rinnovato vigore la battaglia culturale nella nostra regione. E facendola tramite persone che abbiano un’idea non soltanto di cosa la cultura debba essere, ma anche di come debba essere comunicata, finanziata, sostenuta e portata verso la società. Servono competenze ma anche entusiasmo, soprattutto serve pensare che la cultura, per poter essere una valida opzione produttiva, deve aprirsi senza mai compiacersi della propria velleitaria autoreferenzialità.
*Duquesne University