Mafia: 4000 i beni confiscati ma bloccati
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Mafia: 4000 i beni confiscati ma bloccati

L'associazione Libera di don Ciotti ha illustrato dati allarmanti sul fenomeno e ha detto: la confisca è lo strumento più valido per aggredire i patrimoni mafiosi.

Mafia: 4000 i beni confiscati ma bloccati
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2 Marzo 2014 - 18.35


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Il tema della confisca dei beni è stato al centro ieri della conferenza nazionale dell’associazione Libera di don Ciotti, che ha illustrato dati allarmanti sul fenomeno: nel complesso i beni confiscati, secondo i dati di fine 2012, sono 11.238. Di questi 3.995 sono i beni ancora non destinati dall’Agenzia nazionale, di cui 1.666 bloccati dalle ipoteche bancarie. Gli altri ancora inutilizzati e occupati (1.376), inagibili o da ristrutturare. Sul totale dei beni confiscati 3.808 sono appartamenti, 2.245 terreni agricoli, 1.209 locali generici, 963 box e garage, 415 ville, 202 capannoni). I beni destinati e consegnati per le finalità istituzionali e sociali sono 5.859 (5099 ai Comuni, 760 allo Stato per motivi di sicurezza, soccorso o altro), mentre per 907 non si è giunti ancora alla consegna. per quanto riguarda la distribuzione territoriale guida la classifica la Sicilia, con 4.892 beni, segue la Calabria con 1.650, 1.571 in Campania e in Puglia 995.

“È dimostrato – ha sottolineato don Ciotti – che la confisca è lo strumento più valido per aggredire i patrimoni mafiosi. Abbiamo bisogno di una normativa senza inutili orpelli che la appesantiscano, lo diceva Sodano è adesso, ancora una volta, lo ribadiamo anche noi. Se non c’è uno scatto deciso anche contro la corruzione non andremo avanti, a volte si muore di troppa prudenza, la situazione del nostro Paese non può più attendere, è un problema di giustizia sociale”.

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L’obiettivo, a cui è dedicata in particolare l’iniziativa di “Libera il welfare”, è quello di arrivare al 100% di beni immobili confiscati e assegnati. La proposta è di attribuire all’Agenzia nazionale poteri diretti di assegnazione dei beni ai soggetti gestori (associazioni e cooperative). L’altra campagna, lanciata da Libera in occasione dell’assemblea nazionale a Roma, si intitola “Impresa bene comune”. Realizzata in collaborazione con Unioncamere, InfoCamere, organizzazioni del mondo economico, imprenditoriale, sindacale e professionale, vuole introdurre la logica della responsabilità sociale di impresa per il rilancio delle aziende confiscate nel nome del made in Italy.

A parte qualche eccezione, infatti, molte delle imprese sequestrate finiscono per chiudere e fallire, con perdita di molti posti di lavoro, o finire vendute, anche se a norma di legge dovrebbe essere solo un’ipotesi residuale. Fra le motivazioni vi sono la revoca dei fidi bancari e delle commesse di fornitori e clienti: viene fatta terra bruciata intorno all’azienda riconvertita alla legalità, cui si aggiunge l’aumento dei costi di gestione (dovuti alla regolarizzazione di pagamenti e contratti), e a una gestione spesso conservativa degli amministratori giudiziari, che non hanno risorse e competenze specifiche.

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La proposta di Libera è allora di coinvolgere direttamente il sistema imprenditoriale italiano, per affiancare, aiutare le imprese che devono uscire dal sistema illegale, con piani di sviluppo aziendale, partnership e sostegno nelle competenze, nomina di manager, tutoraggio e monitoraggio fino alla completa sostenibilità del futuro delle aziende. La campagna va a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare “Io riattivo il lavoro”, che vuole intervenire sul Codice delle Leggi antimafia per velocizzare i tempi dal sequestro alla confisca dei beni, aiuti economici e fiscali, incentivi alla creazione di cooperative di lavoratori e possibilità per gli enti di acquisire aziende, come già accade per i beni immobili, a fini sociali.

L’altra istanza presentata dall’associazione contro le mafie è la revisione dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, istituita con la legge 50/2010, soggetto unico per amministrare e destinare i beni mobili, immobili e aziendali sottratti alle mafie: potenziare gli organici, attualmente inadeguati, utilizzando il Fondo unico della Giustizia, e passare alle dipendenze della Presidenza del Consiglio dei ministri, al fine di garantirne una maggiore capacità d’intervento rispetto alle tante e diverse competenze che devono essere attivate per il pieno ed effettivo riutilizzo sociale di tutti i beni confiscati alle mafie, e realizzare una banca dati aggiornata, per monitorare l’effettivo utilizzo sociale dei beni.

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Nel corso della conferenza è stata presentato il primo censimento sulle buone prassi di utilizzo dei beni confiscati: sono 395 le realtà sociali censite non aderenti alla rete di Libera e che sono assegnatarie di beni confiscati nel nostro Paese il 65,8% delle quali si trova nel Sud Italia, il 25% nel Nord e il 9% nel Centro. La regione con il maggior numero di esperienze positive è la Sicilia, con 99 buone prassi, seguita dalla Lombardia, con 75 realtà sociali, mentre terza è la Campania, con 64. Più della metà sono associazioni (58,5%), il 23,4% cooperative, mentre il 2,3% riguardano fondazioni e comunità. Operano in attività per minori (22%), persone disabili (13,4%), reinserimento lavorativo (13%), soggetti farmacodipendenti (5,8%), anziani e migranti (4%) e il 2,7% con donne soggette a violenza; il restante 29,6% operano in altri settori. Sebbene alcune di esse possano avere in gestione più di un bene, e non si ha un calcolo ufficiale, si tratta comunque dell’utilizzo sociale di una quantità minima di beni rispetto al totale.

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