Veltroni: la destra è in crisi e Grillo finito
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Veltroni: la destra è in crisi e Grillo finito

Intervista all'ex segretario del Pd: ora i democratici possono diventare la maggioranza riformista del Paese. [Fabio Luppino]

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12 Giugno 2013 - 15.07


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di Fabio Luppino Tu proponi una soluzione sul modello francese, il semipresidenzialismo per meglio governare. Non basterebbe cambiare la legge elettorale e basta? Le riforme in Italia si annunciano ma non si fanno…

Cambiare la legge elettorale è certamente necessario ed è stato un tragico errore non essere riusciti a farlo nella scorsa legislatura con la conseguenza di aver accresciuto la delusione e il distacco dei cittadini dalla politica. Credo però che dovremo porci un obiettivo più ambizioso, quello di dare alle nostre istituzioni un assetto nuovo capace di rispondere ai bisogni dell’Italia. E quindi certo la fine del bicameralismo perfetto, la nascita di un Senato delle autonomie, ma credo che il problema dei problemi sia quello dell’efficacia dell’azione di governo. Nasce di qui la riflessione su un modello come quello che esiste in Francia, dove gli elettori scelgono con chiarezza e direttamente il presidente, mantenendo insieme un forte ruolo del Parlamento. Quel modello contiene in se anche un sistema elettorale che è quello del doppio turno per il presidente e del doppio turno di collegio per quel che riguarda i parlamentari. E in Italia dovrebbe contenere una seria norma sul conflitto di interessi.

Senza un cambio della legge elettorale gli elettori di centrosinistra vedrebbero un altro tradimento dal Pd. Sei d’accordo?

Credo che se tutto dovesse restare com’è, se si tornasse a votare per la quarta volta col porcellum sarebbe una disgrazia per il Paese. Non voglio neppure prendere in considerazione questa ipotesi i cittadini avrebbero tutti i motivi per sentirsi traditi. Ma sono convito che almeno per quanto riguarda il Pd la voglia e l’impegno a cambiare la legge c’è.

Letta governa da quasi due mesi. Si è visto solo l’accantonamento dell’Imu. Sul lavoro si parla troppo e si fa poco. Secondo te da dove si deve e si può partire?

Siamo all’inizio e molti degli interventi, soprattutto quelli legati al rilancio dell’economia sono legati a doppio filo con le posizioni dell’Europa. Certo ora è necessario muoversi con più rapidità e trovo stucchevole da parte di Berlusconi il tentativo di intestarsi certe decisioni del governo e di frenarne altre. È una fase da cui bisogna uscire perché questo è un governo nato da una emergenza e che ha senso solo se riesce a dare risposte a questa emergenza.

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I drammi aumentano. La politica dovrebbe mostrare più vicinanza. Quanto meno è un obbligo morale di chi sta a sinistra.

La crisi sta mordendo duramente, la situazione sociale non solo economica è difficilissima e il rischio è che il tessuto che tiene insieme il paese si strappi. Credo che vicinanza e solidarietà a chi sta peggio siano un valore storico che la sinistra non deve smarrire e credo ancora di più che chi ha responsabilità politiche deve orientare le grandi scelte a questi obiettivi. E il problema più grande è quello del lavoro. Nel mio libro, “E se noi domani”, io parlo della necessità di guardare al lavoro superando vecchi steccati, sapendo che in tantissimi casi imprenditore e dipendente lavorano fianco a fianco e condividono interessi e destini. Per questo parlo di un patto tra chi produce.

Nel tuo libro parli di radicalità. Partiamo dai temi. Investire nella scuola pubblica, con una decisa inversione di tendenza sarebbero centrali nella politica per il futuro che tu immagini?

Questa è una scelta radicale che va compiuta: scommettere sulla scuola, sulla cultura, sulla formazione, su uno strepitoso capitale umano di cui il nostro Paese è ricco. Credo che investire in questi settori sia un passaggio chiave se vogliamo uscire dalla crisi e creare una società capace di competere nella grande sfida mondiale che oggi si gioca proprio su questi terreni.

Sui diritti civili è arrivato il momento di dire cose chiare e vicine a quanto la società chiede da anni, non trovi?
L’ho sempre sostenuto, ho spiegato che il Partito democratico deve essere un partito più fortemente riformista non più “moderato” specie sul terreno dei diritti civili e sociali. Cominciando anche dal riconoscimento giuridico del rapporto tra due persone che si amano, anche dello stesso sesso. C’è un ritardo che va superato.

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Ma il Pd è stato anche il partito tenuto in ostaggio nelle precedenti legislature dall’integralismo della Binetti. Partito aperto, dentro tutti, ma su certi temi non si può trattare. Plurali ma chiari, non ti pare che tutto ciò manchi ancora?

Rivendico l’idea del partito aperto al cui interno vivano posizioni che – su temi specifici – possono essere lontane. Ma in un contesto di dialogo, di confronto in cui emergono anche posizioni chiare, in cui i nodi legislativi vengono sciolti con proposte e deliberazioni inevitabilmente nette. Un grande partito deve saper fare anche questo lavoro.

Tre cose da fare subito per i giovani…

Lavoro, diritti  e cultura. La prima è la grande sfida che attende il nostro Paese: dare ai più giovani un lavoro e con questo la possibilità di costruire il loro futuro. Poi i diritti: dallo ius soli per i nuovi italiani alla regolamentazione dei diversi status di possibili coppie di fatto. Poi cultura, che non è alternativa al lavoro ma anzi è strettamente legata. Quindi più investimenti per la scuola, la ricerca e la formazione permanente. Quindi qualche iniziativa shock per abbassare seccamente il costo del lavoro insieme a provvedimenti strutturali sia di tipo fiscale che di cambiamento delle regole contrattuali per costruire un mercato del lavoro meno sbilanciato di quello che esiste oggi.

La rete continuerà a cambiare la nostra vita? È un’opportunità o un mezzo da governare?

Sono stato tra i primi a comprendere le potenzialità della rete: era la metà degli anni novanta e prima di ogni altro giornale l’Unità, che in quel tempo dirigevo, costruì il suo primo sito internet. Sono certo che la rete cambierà ancora la nostra vita ma non sono d’accordo con la mitizzazione del web come strumento di democrazia tanto più se lo si contrapporne alle forme tradizionali, “fisiche” di partecipazione e di relazione sociale. È giusto intrecciare ogni forma di democrazia, allargare e far diffondere la partecipazione.

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Non citi mai Bersani quando nel libro critichi la campagna elettorale delle politiche del Pd. Perché? Lo hai più sentito?

Il mio è un pamphlet in cui scrivo quello che penso, non è certamente un libro nato da polemiche personali. Per questo non ci troverete molti nomi. Non è nel mio modo di pensare la politica. Si può essere d’accordo o no sulle posizioni politiche ma non deve mancare rispetto. E poi l’ho detto: il Pd la deve smettere di mangiare i suoi leader, questo vale per quanto è avvenuto con me come per Bersani.

C’è una verità recondita, che non hai mai raccontato dietro ai motivi ufficiali che ti hanno spinto alle dimissioni da segretario nel 2009?

No, nessun segreto: l’ho detto e lo ripeto, in quel momento gli attacchi che si concentravano su di me rischiavano di portare alla fine del Partito democratico. Ho lasciato perché il Pd, che esisteva solo da poco più di un anno, potesse continuare ad essere in campo. E ci tengo a dire, anche alla luce dei risultati delle amministrative, che per un moderno partito della sinistra riformista, come quello che ho descritto nel mio libro, si apre uno spazio politico gigantesco. La evidente crisi della destra e il consumarsi dell’illusione rappresentata dal Movimento 5Stelle consentono, ad un Pd che torni ad essere ciò che era in origine, di proporsi realisticamente l’obiettivo di costituire per la prima volta una maggioranza riformista. E vorrei che il Pd discutesse di questo con un nuovo spirito unitario ed evitasse di lacerarsi nella consueta dialettica tra documenti e nomi.

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