di Emiliano Deiana
Chissà cosa avrebbe pensato ieri Pietro Nenni nel vedere le piazze di Roma.
Il suo “piazze piene ed urne vuote” come lo avrebbe declinato, stavolta?
Perché l’immagine che usciva da Piazza San Giovanni, dal Colosseo e da Piazza del Popolo raccontava della crescente disaffezione dei cittadini dalla politica dei palazzi.
Qualcuno, certo, dirà che la piazza di Grillo era un po’ più piena, qualcun altro dirà che quella piazza era piena a metà. Quel che non cambia, a mio avviso, è la percezione di un idem sentire fra i cittadini contro una politica che ormai è solo chiacchiera, perdita di tempo, litigio inconcludente.
La paura di chi guarda alle sorti dell’Italia con preoccupazione e senza venature qualunquistiche non può che essere quella della quantità di cittadini, fra gli oltre 7 milioni chiamati a votare, che domani e lunedì si recheranno in un seggio per dichiarare la propria preferenza per uomini e donne, partiti, movimenti o per tracciare lì la propria insoddisfazione con una scheda bianca o nulla.
La paura, la preoccupazione di chi fa politica (massimamente ai livelli più alti) non può che riguardare, prima che la vittoria della propria parte politica, la quantità di cittadini che dimostrerà di credere ancora nello strumento democratico per eccellenza: il voto.
La partita politica, è inutile negarlo, si gioca essenzialmente su Roma con il Pdl prigioniero dello sfascio causato in questi anni dall’Amministrazione guidata da Alemanno, con il Pd imbrigliato dal sostegno all’alleanza del “famolo strano” con Pdl e Scelta Civica e con Grillo e il M5S non ancora capace di dispiegare la sua “forza propulsiva” a livello locale (dopo l’expolit di Parma e la debacle del Friuli) dove i candidati sono più riconoscibili e percepibili da parte della cittadinanza.
L’impressione è che queste non siano – come nel paludato linguaggio televisivo eravamo soliti definirle – “forze politiche”, ma bensì delle vere e proprie “debolezze politiche”. La vittoria in buona sostanza sarà decretata non per la propria abilità, vigore nella proposta o originalità programmatica, ma sostanzialmente per la debolezza dei competitori.
Certo, la figura di Ignazio Marino è quella che per freschezza, novità e rinnovamento appare meglio capace di interpretare i bisogni, le esigenze e le aspirazioni di una città come Roma che con Zingaretti alla guida della Regione può davvero trasmettere all’elettorato una scossa benefica e salutare. Tuttavia, in questa fase, anche Marino appare vittima della debolezza del Pd, delle sue indecisioni, dell’adesione acritica al modello della larghe intese nel quale sguazzano i doppiogiochismi berlusconiani e il protestantesimo movimentista.
I risultati dell’esperienza di Alemanno, poi, sono sotto gli occhi di tutti: vinse le precedenti elezioni sulla paura della gente, sulla lotta alla criminalità (in realtà mai avviata), sulla paura del migrante, del barbone o dell’accattone. Una gestione che si è fondata sul privilegio, sul familismo, su una visione della città Capitale totalmente ripiegata con se stessa incapace di concorrere con Berlino, Parigi, Londra, Amsterdam, Madrid, Barcellona. Una Capitale ferma mentre il resto del mondo corre: ferma nella cultura, nel turismo, nell’apertura e nell’inclusione sia sociale che umana. Una città incapace di farsi carico, per quanto le compete, dei bisogni di un Paese intero alle prese con una drammatica situazione economica.
Il M5S, al di là di quello che pensano alcuni detrattori ottusi, un merito ce l’ha ed è reale: è quello di aver fatto appassionare – anche sull’onda di una protesta talvolta inconcludente – persone che si sarebbero rifugiate nell’astensione o in altri movimenti che nient’altro dovrebbero essere se non ricordi della Storia. Questo merito andrebbe universalmente riconosciuto a Grillo anche se da solo, il riconoscimento, non basta a farsi proposta politica che mira a governare un paese allo stremo.
Da queste tre debolezze (che possono riverberarsi anche negli oltre 500 comuni dove si vota con composizioni molto “civiche” nella proposta politica) chi rischia di uscirne sconfitta o indebolita è, ancora una volta, la democrazia.
Mai come oggi, forse, conta il quantum rispetto alle persone che si recheranno alle urne.
Ed è lì che si combatte la vera partita di una politica credibile.
Quella che coinvolge ed alimenta passioni.
Perché è nell’indifferenza che covano i vecchi e nuovi fascismi.
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