Minzolini e la fedeltà assoluta
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Minzolini e la fedeltà assoluta

Il direttore del Tg1 si considera ‘in servizio’ fino a quando Berlusconi rimarrà premier. E poi candida il suo sponsor alla presidenza della Repubblica.

Minzolini e la fedeltà assoluta
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4 Giugno 2011 - 13.21


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Il Cavaliere lo ha definito il ‘direttorissimo’ e lui ha saputo distinguersi da tutti i suoi predecessori, confezionando il telegiornale più ‘politicamente corretto’ (per il governo, ovviamente) nella storia della Rai. Il giornalista ha detto ad un programma radiofonico un paio di giorni fa: “Sì, io credo che resterò alla direzione del Tg1 sino a quando ci sarà Berlusconi, poi non so. D’altronde in Rai funziona così, Riotta al mio posto è durato quanto è durato Prodi”.

Minzolini è talmente entrato nella parte da non comprendere di aver avvilito la propria professionalità da solo, avendo di fatto certificato di essere lì per curare gli interessi di qualcuno. E se lo stesso ha fatto Riotta questo non giustifica nè l’uno nè l’altro.

Ma se la lottizzazione è prassi in Rai e quindi non c’è da stupirsi per le dichiarazioni avventate dei suoi funzionari, la mancanza di senso della realtà è problema ben più serio. Il ‘direttorissimo’ infatti, sempre nello stesso programma, ha spiegato: “Berlusconi nel 2013 può puntare al Quirinale, magari creando un ticket legato alla nuova leadership per il centrodestra”.

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Quale commentatore di buon senso può pensare che l’Italia sia rappresentata da un uomo che al di là di ogni ragionevole dubbio organizzava a casa sua festicciole alle quali, stando alle stesse dichiarazioni del premier, si dibatteva di cultura e cinema, ma partecipavano prostitute come si diceva un tempo ‘note alle forze dell’ordine’?

Qualcuno immagina una seduta plenaria delle Nazioni Unite alle quali partecipa Obama appena uscito da un festino con prostitute? O la Merkel reduce da un massaggio fatto da uno gigolò? O Sarkozy da poco allontanatosi da un bar di lap dance?

La ‘fedeltà’ è un sentimento consono in alcune situazioni, non di certo nella professione giornalistica dove si dovrebbe privilegiare l’indipendenza, ma non deve comunque confondere le idee. Alle critiche, ovvie, espresse da più parti, il direttore del Tg1 ha risposto: “Di imbecilli è pieno il mondo. Io ho fatto solo una constatazione che non era neppure riferita a me, ma al mio predecessore. E cioè che quando Prodi lasciò Palazzo Chigi, Riotta lasciò il Tg1″. Senza riuscire a comprendere che comunque la lottizzazione prescinde dal professionismo e che quindi gli errori di uno non giustificano quelli di un altro, Minzolini ha continuato: “Questo non significa che Riotta sia stato schiavo di Prodi, come qualcuno potrebbe pensare se usasse lo schema logico di qualche idiota. Si tratta purtroppo di una prassi che in Rai è stata seguita a ogni cambio di maggioranza. Basta dare un’occhiata agli annali: da Rossella a Borrelli, da Sorgi a Mimun, per parlare solo degli ultimi direttori”.

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Il ‘direttorissimo’ non è il primo esternatore dell’orgoglio del lottizzato. In passato Bruno Vespa arrivò a parlare della Dc come del suo “editore di riferimento”, dimenticando che il servizio pubblico è di proprietà dei cittadini e non di ‘alcuni’ cittadini.

Lascia stupiti che il Cda della Rai non prenda una posizione. Anzi, meraviglierebbe se la prendesse, considerato che i suoi membri sono nominati dai partiti. Lottizzati anche loro, insomma.

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