Peppino Impastato: 100 passi contro l’indifferenza
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Peppino Impastato: 100 passi contro l’indifferenza

Sono passati 46 anni da quando Peppino Impastato è stato barbaramente assassinato dalla mafia e il suo corpo lasciato in bellavista sui binari della ferrovia Palermo-Trapani a inscenare un suicidio che non è mai avvenuto. 

Peppino Impastato: 100 passi contro l’indifferenza
Peppino Impastato
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8 Maggio 2024 - 09.57


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Sono passati 46 anni da quando Peppino Impastato è stato barbaramente assassinato dalla mafia e il suo corpo lasciato in bellavista sui binari della ferrovia Palermo-Trapani a inscenare un suicidio che non è mai avvenuto. 

Peppino Impastato non si è tolto la vita. Peppino Impastato è stato ucciso dalla mafia, per ordine di Gaetano Badalamenti, quel “Tano Seduto” che tante volte aveva sbeffeggiato dai microfoni di Radio Aut. 

Potenza della voce, eterea eppure fatta di carne, propagazione del suono che si diffonde e arriva a smovere le coscienze. Con qualche decennio di ritardo.

Peppino Impastato non era soltanto un brillante conduttore radiofonico che da Radio Aut, con la sua trasmissione satirica Onda Pazza, derideva mafiosi e politici; era un attivista, un militante rivoluzionario, iscritto a Democrazia Proletaria, che si spendeva per la sua comunità con l’ossessione, la rabbia e l’urgenza di cambiare il mondo. 

Cambiare il mondo. Due parole, e un articolo (!), che hanno maglie così larghe che a guardarci dentro si rischia di perdere di vista l’orizzonte in cui ci si muove che è quello delle città, dei quartieri e delle periferie. Questa è la parte di mondo che viene data in dote e che diventa l’orizzonte da rivoltare qui e ora senza cedere alla rassegnazione, al rimpianto, alla malinconia di ciò che è compiuto. 

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E rivoltarlo a partire da parole d’ordine chiare: sentire addosso l’urgenza della giustizia sociale, della pace, del lavoro, dei diritti, della solidarietà, del mutualismo che crea comunità strappando terreno alla solitudine senza che queste parole diventino vuoti slogan da esibire in manifestazioni di piazza più o meno riuscite o che vengano declinate secondo aleatori paradigmi di bellezza e di senso estetico.

Le città non sono più belle solo se rispettano i canoni di un’estetica che qualcuno ha deciso che debba valere per tutti. Le città, che sono comunità, sono belle quando non lasciano indietro nessuno, quando chi le vive ha il coraggio di schierarsi e di decidere da che parte stare, senza cedere ai compromessi, alle logiche malate del clientelismo, all’affarismo che deturpa – quello sì – la bellezza.

“Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà”. La frase ‘più citata’ di Peppino Impastato, eppure per certi versi, la meno compresa, la più abusata.

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La bellezza è un’arma collettiva che non spara colpi di fucile e non uccide. Ma non va insegnata salendo in cattedra. 

Bellezza è il sentire insieme, a mano a mano, giorno dopo giorno, il destino comune da affrontare a partire dai luoghi in cui si vive ogni giorno.

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