Migranti sbarcati a La Spezia e portati a Foggia: la banalità del male targata Meloni-Piantedosi
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Migranti sbarcati a La Spezia e portati a Foggia: la banalità del male targata Meloni-Piantedosi

Esseri umani trattati come pacchi postali da un governo che ha deciso, e sta praticando, una guerra senza esclusione di colpi ai migranti e alle Ong che cercano di salvare vite umane nel Mediterraneo.

Migranti sbarcati a La Spezia e portati a Foggia: la banalità del male targata Meloni-Piantedosi
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

2 Febbraio 2023 - 14.57


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Fatti sbarcare a La Spezia. Trasportati in bus a Foggia. Una vergogna assoluta. Esseri umani trattati come pacchi postali da un governo che ha deciso, e sta praticando, una guerra senza esclusione di colpi ai migranti e alle Ong che cercano di salvare vite umane nel Mediterraneo.

Vergogna senza fine

Ne scrive Tommaso Coluzzi per fanpage.it: “I migranti che sbarcano in Italia continuano a viaggiare su e giù per il Paese, anche se si tratta di minori non accompagnati. La guerra del governo Meloni alle navi umanitarie, sia con il decreto Piantedosi – che complica inevitabilmente le missioni di salvataggio svolte dalle Ong nel Mediterraneo – sia con l’assegnazione dei porti sempre più lontani rispetto al luogo di soccorso. È il caso della Geo Barents, la nave di Medici senza frontiere che nei giorni scorsi è stata autorizzata a sbarcare a La Spezia, a più di cento ore di navigazione dalla zona dove si trovava al momento della comunicazione inviata alle autorità italiane.

Geo Barents, nel tragitto per raggiungere La Spezia, ha effettuato delle deviazioni, violando – per la prima volta da quando è entrato in vigore – il decreto Piantedosi che impone alle navi umanitarie di svolgere solamente un salvataggio alla volta. Le procedure di sbarco sono andate avanti nei giorni scorsi senza particolari intoppi e i controlli effettuati non hanno portato alla luce alcuna irregolarità, tanto che la nave di Medici senza frontiere è già ripartita per dirigersi verso il Mediterraneo centrale.

Dalla nave sono sbarcati 237 superstiti da tre naufragi differenti, salvati dall’equipaggio della Ong. Ma per molti di loro il viaggio non è finito a La Spezia, dove l’imbarcazione è stata inviata dal governo Meloni: molti migranti sono stati redistribuiti in pullman sul territorio nazionale, alcuni dei quali anche nel Sud Italia. E non parliamo di persone qualsiasi, ma di minori non accompagnati, verso i quali – come è normale che sia – l’attenzione dovrebbe essere ulteriormente alta.

I minori non accompagnati scesi dalla Geo Barents sono stati redistribuiti in tre centri d’accoglienza: degli 87 minorenni, infatti, 74 sono soli, senza genitori o accompagnatori. Di questi 74, solo 23 sono rimasti a La Spezia, mentre gli altri 51 sono stati trasferiti in giro per l’Italia: tra Alessandria, Livorno e Foggia. Da questo punto di vista è ancora più evidente come il criterio di sbarco in porti lontani e nel Nord dell’Italia sia controproducente anche per la gestione stessa dei migranti. Anche tutti gli altri, infatti, sono stati poi spostati in vari centri d’accoglienza nel Centro-Nord. In pochissimi sono rimasti in Liguria”.

Commenta con la dovuta durezza il segretario nazionale di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni: “Dopo giorni e giorni di inutile navigazione supplementare per raggiungere il porto di La Spezia dichiara Fratoianni – ora i minori che erano a bordo della nave di Medici senza Frontiere sono stati trasferiti di nuovo a sud, a Foggia. A 800 km di distanza”, “Evidentemente per qualcuno al Viminale non sono esseri umani da salvare, ma pacchi residuali da smistare. La banalità del male edizione 2023”. 

Un viaggio da incubo

Così lo racconta, per Today, Andrea Maggiolo: “Minori non accompagnati salvati in mare dalla Geo Barents, dopo le 100 ore per arrivare a La Spezia  e il conseguente sbarco, sono stati trasferiti in pullman a Foggia. Qualcuno l’ha definita “la logistica della crudeltà” (il copyright è della giornalista Eleonora Camilli). Da sud a nord via mare, un viaggio lungo giorni, e poi da nord a sud via terra. 100 ore in mare e 1.235 km per portarli dal punto di recupero fino a La Spezia, prima. Poi, per i minori non accompagnati, 760 km in autobus in direzione Puglia. Dopo aver sbarcato i 237 sopravvissuti nel porto ligure domenica, la squadra di Medici senza frontiere a bordo della GeoBarents sta invece tornando sulla rotta del Mediterraneo centrale, pronta a riprendere le operazioni di salvataggio in mare.

Non è un segreto che i luoghi attrezzati per determinate operazioni siano vicini ai porti solitamente usati per gli sbarchi nel Mezzogiorno. Assegnare porti lontani alle navi umanitarie è una mossa che suscita sempre più interrogativi. Il decreto del governo Meloni delinea un “codice di condotta” per le navi ong: stop al trasbordo dei naufraghi (cioè quando una nave più piccola compie un soccorso e poi trasferisce su una nave più grande i naufraghi per continuare a operare altri soccorsi) e ostacoli, nei fatti, ai soccorsi multipli (a meno che non siano richiesti dalle autorità della zona Sar).  Viene previsto l’obbligo di chiedere il porto di sbarco all’Italia immediatamente dopo aver effettuato il primo salvataggio. Porto che deve essere “raggiunto senza ritardo per il completamento dell’intervento di soccorso”. C’è un sistema sanzionatorio di natura amministrativa, in sostituzione del vigente sistema di natura penale; sono previste multe da 10mila fino a 50mila euro (per il comandante e per l’armatore). Prevista anche la (possibile) confisca della nave fino a due mesi.

Nel febbraio 2023 sono molto complicate le attività delle organizzazioni non governative. I costi dei soccorsi sono giganteschi anche per navi come Geo Barents e la Ocean Viking, che sono espressione di Ong strutturate come Medici senza frontiere e Sos Mediterranée. I costi stellari del carburante necessario per coprire tratte così lunghe hanno di fatto già costretto molte navi a fermarsi, e le Ong puntano su campagne straordinarie di donazioni. Spesso affatto sufficienti per partire, se si pensa che sono ferme la spagnola Open Arms e l’italiana Mare Jonio, e pure la nuova nave di Amnesty international. In porto anche le ong tedesche, Sea eye, Mission Lifeline, Sos Humanity. Soltanto la Sea Watch con la sua nuova nave colosso, si è messa in viaggio nei giorni scorsi grazie allo sforzo dei sostenitori, ma le sue altre cinque missioni pianificate per il 2023 non hanno ancora trovato finanziamenti.

Le navi Ong (il cui pull factor nel favorire le partenze dal Nordafrica non è mai stato provato, checché ne dicano autorevoli esponenti anche di questo governo) hanno salvato “solo” una minima percentuale dei migranti approdati in Italia nel 2023: tutti gli altri arrivano con barchini (di recente si vedono sempre più scafi metallici di allarmante fragilità, con motore fuoribordo, costruiti in lamiera e neanche verniciati, natanti che hanno una grandissima instabilità) fino a Lampedusa o vengono soccorsi da motovedette della guardia costiera e della guardia di finanza, che trasferiscono poi uomini, donne e bambini nei porti italiani (quelli vicini, siciliani e calabresi). Dal primo gennaio oltre 4.400 migranti sono stati salvati e portati a terra dalle motovedette della guardia costiera, delle fiamme gialle o sono giunti in Italia con sbarchi autonomi. Poco più di 500 sono stati soccorsi dalle navi umanitarie. Da tenere a mente, quando si affronta l’argomento: Ong o meno, si parte lo stesso, e si sbarca lo stesso.

La decisione governativa di inviare in porti lontani, all’altro capo della penisola, le navi umanitarie ha anche l’inevitabile conseguenza di costringere città come La Spezia e Marina di Carrara a improvvisare sistemi di prima accoglienza, che sono invece collaudati ed efficienti al Sud. Rotte “vessatorie”, le ha definite qualcuno. Non è un caso che i minori non accompagnati che erano sulla Geo Barents siano stati “rispediti” a Foggia. Per forza di cose, devono essere redistribuiti in altre regioni nei centri di accoglienza che hanno disponibilità di posti…”.

Il coraggio di Grandi

“Fino a quando non ci sarà un sistema di salvataggio dei migranti in mare finanziato dagli Stati, il ruolo delle Ong va difeso e facilitato». Lo dice al Corriere Filippo Grandi, l’Alto Commissario dell’Onu per i Rifugiati, al termine della visita di due giorni in Italia, la prima da quando si è insediato il governo di Giorgia Meloni. Prima dei colloqui con la premier e i ministri degli Interni e degli Esteri, Matteo Piantedosi e Antonio Tajani, Grandi è stato ricevuto in udienza da papa Francesco e ha incontrato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. 

Che bilancio trae dagli incontri con il nuovo governo? 

«Ho avuto una conversazione molto costruttiva con Giorgia Meloni e su molte cose ha ragione. Per esempio, che occorre investire di più in Africa per lo sviluppo. Ho ribadito il concetto che gli aiuti ai Paesi africani siano più strategici. Capisco che il presidente del Consiglio sia irritata dalla mancanza di solidarietà europea. Le ho ricordato che abbiamo fatto diverse proposte su come gestire gli sbarchi, ma che il loro funzionamento si fonda sul principio di condivisione fra gli Stati. Meloni ha detto chiaramente che vuole avere dei filtri a monte. L’Unhcr però non può avallare un sistema che impedisca l’accesso al territorio per chiedere asilo, è un principio che deve essere uguale per tutti i Paesi. Poi su come gestire e stabilizzare i flussi, possiamo lavorare insieme per vedere dove si può arrivare rispettando le norme internazionali. Le nostre proposte sono molto pratiche, ma sono i leader europei a dover scegliere cosa fare insieme e cosa no». 

Avete proposto cose diverse dalla Commissione europea? 

«No, con poche variazioni, vanno nella stessa direzione del Patto: procedure rapide, condivisione di chi deve essere determinato, ritorni rapidi, assistenza a monte. Ma non c’è dubbio che al momento in Europa non ci sia sufficiente volontà politica di condividere l’onere degli arrivi via mare».  

Il ruolo delle Ong nei salvataggi è molto controverso. Con il suo decreto, il nuovo governo italiano sembra deciso a rendere loro la vita più difficile. 

«Le Ong italiane fanno molte cose: cooperazione allo sviluppo, salvataggi in mare, accoglienza, integrazione. Ne ho parlato con Mattarella, è un lavoro preziosissimo. Saremmo tutti in difficoltà, governi e organizzazioni internazionali, se non avessimo il contributo delle Ong. La cosa controversa è il loro ruolo nei salvataggi che però è minoritario: appena il 10%. In questo senso si fa molto rumore per un fenomeno relativamente ridotto. Detto questo, quel 10% è molto importante, perché per esempio sulla rotta tripolitana aumenta anche fino al 30%. Io difendo le Ong, poiché non ci sono risorse sufficienti. E non parlo dell’Italia, perché la Guardia Costiera fa un lavoro fantastico, ma delle risorse europee».  

E l’argomento che la presenza delle Ong sia un “pull factor”, un incentivo per i migranti a mettersi in mare? 

«Non è sostenuto dai fatti e dalle statistiche».  

Ma il decreto italiano va nella direzione opposta. 

«Non entro nel merito tecnico del decreto, che è complesso. Le Ong dicono che i porti distanti impediscono loro di fare operazioni multiple di salvataggio. Capisco anche che l’Italia deve gestirsi: se tutti gli sbarchi avvengono qui è anche giusto distribuirli nei vari porti. Ma se questa situazione ostacola o impedisce i salvataggi delle Ong, va corretta. Ci troviamo in presenza di un doppio dovere: quello di rispettare il decreto e quello di salvare vite umane in mare. Secondo me, bisogna aiutare le Ong ad uscire dal dilemma, vado al porto o salvo altri. La verità è che la questione dei salvataggi in mare sarà sempre presente per l’Italia se non si risolvono le ragioni per cui queste persone arrivano».

Bacchettati dal Consiglio d’Europa

L’Italia deve valutare il ritiro o la revisione del Decreto Ong: è quanto si legge in una lettera indirizzata al ministro dell’Interno italiano, Matteo Piantedosi, dalla Commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Dunja Mijatovic. Le disposizioni del decreto, si legge nella missiva, “potrebbero ostacolare le operazioni di ricerca e soccorso delle Ong e, quindi, essere in contrasto con gli obblighi dell’Italia ai sensi dei diritti umani e del diritto internazionale. La Commissaria rileva inoltre che, in pratica, alle navi delle Ong sono stati assegnati luoghi sicuri lontani per sbarcare le persone soccorse in mare, come i porti del Centro e Nord Italia”. “Il decreto e la pratica di assegnare porti lontani per lo sbarco delle persone soccorse in mare rischiano di privare le persone in difficoltà dell’assistenza salvavita delle Ong sulla rotta migratoria più mortale del Mediterraneo”, scrive la Commissaria. Inoltre, Mijatovic ribadisce il suo invito alle autorità italiane a sospendere la cooperazione con il governo libico sulle intercettazioni in mare. Infine, la Commissaria chiede ulteriori informazioni sui presunti rimpatri di persone dall’Italia alla Grecia su navi private, dove sarebbero state private della libertà in condizioni preoccupanti. Basandosi sulla sua Raccomandazione per porre fine ai respingimenti in Europa, la Commissaria ricorda che lo svolgimento di valutazioni individuali delle esigenze di protezione di ogni persona che arriva alla frontiera rimane una salvaguardia fondamentale contro il respingimento.

A Roma si fa finta di non capire

“La tutela della vita e della dignità umana e la salvaguardia dei diritti fondamentali dei rifugiati e dei richiedenti la protezione internazionale sono per il nostro Paese una priorità assoluta. Tuttavia, non può essere elusa la potestà delle autorità governative competenti in materia di ricerca e soccorso in mare, né possono eludersi le norme in tema di controllo delle frontiere e di immigrazione”, scrive il ministero dell’Interno nella risposta alla lettera inviata dalla commissaria per i Diritti Umani del Consiglio D’Europa. “Al contemperamento di tali esigenze risponde il decreto legge n. 1/2023, in corso di conversione in questi giorni – spiega il Viminale -. Il provvedimento interviene sulle attività svolte da navi private che effettuano attività di recupero di persone in mare, con l’obiettivo di prevenire possibili abusi della normativa di settore, riferita a salvataggi operati occasionalmente e non, invece, ad attività di intercetto e recupero sistematico e non occasionale di migranti in partenza dalle coste africane. In tale prospettiva, le recenti disposizioni declinano le condizioni in presenza delle quali l’attività di recupero operata da navi private può ritenersi conforme alle convenzioni internazionali e alle norme nazionali, escludendo l’adozione di provvedimenti interdettivi o sanzionatori”. “A differenza di quanto asserito – sottolinea il ministero dell’Interno -, le nuove disposizioni non impediscono alle Ong di effettuare interventi multipli in mare, né, meno che mai, le obbligano a ignorare eventuali ulteriori richieste di soccorso nell’area, qualora già abbiano preso a bordo delle persone. Tali interventi sono, infatti, legittimi se effettuati in conformità alle regole di condotta enucleate dal legislatore e alle indicazioni del competente centro di coordinamento del soccorso marittimo. Ciò che la nuova norma intende evitare è, piuttosto, la sistematica attività di recupero dei migranti nelle acque antistanti le coste libiche o tunisine, al fine di condurli esclusivamente in Italia, senza alcuna forma di coordinamento. Tale modus operandi, diffuso tra le Ong, si pone al di fuori delle fattispecie previste dalle Convenzioni internazionali in materia di soccorso in mare; inoltre, ingenerando nei trafficanti di esseri umani l’aspettativa di un sicuro e immediato intervento appena al largo delle aree di partenza, ha finito con il determinare – a prescindere dalle intenzioni delle Ong una modulazione del modello criminale che precede l’impiego di imbarcazioni inadeguate alla navigazione in alto mare che, se per un verso garantiscono maggiori guadagni alle organizzazioni criminali, per altro verso, innalzano sensibilmente l’esposizione a rischio dei migranti”. Quanto alle preoccupazioni espresse in ordine all’assegnazione alle navi Ong di place of safety nell’Italia centrale e settentrionale, si evidenzia come tale scelta trovi fondamento nell’imprescindibile necessità di operare una più equa redistribuzione tra le regioni, non tanto dei migranti, abitualmente trasferiti presso strutture di accoglienza dislocate sull’intero territorio nazionale, quanto degli oneri organizzativi e logistici correlati alla gestione degli sbarchi – afferma il ministero -. L’obiettivo perseguito è, in altri termini, quello di alleggerire le strutture di primissima accoglienza, prima tra tutte l’hotspot di Lampedusa, e gli incombenti che gravano sugli organismi e Corpi preposti alla gestione degli arrivi di migranti nelle regioni del sud Italia e, in particolare, in Sicilia e Calabria, sottoposte da mesi alla crescente pressione dei cosiddetti “sbarchi autonomi”. 

Ci fermiamo qui nel citare l’enciclopedica e saccente risposta del Viminale.

Bacchettati da Bruxelles. E c’è ancora chi scrive, senza arrossire dalla vergogna, di una Italia che ottiene consensi in Europa. 

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