Sono figlia di una donna lasciata sola, dopo il parto, da un servizio sanitario indifferente
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Sono figlia di una donna lasciata sola, dopo il parto, da un servizio sanitario indifferente

Era 1986, di certo un'epoca molto meno attenta e sensibile nel trattare le puerpere. Non si facevano corsi preparto, non si parlava di depressione post partum.

Sono figlia di una donna lasciata sola, dopo il parto, da un servizio sanitario indifferente
Depressione post partum
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Claudia Sarritzu Modifica articolo

24 Gennaio 2023 - 10.33


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Eccomi qui, viva io, a 36 anni a raccontare una esperienza che segnò in modo traumatico la vita di mia madre.

Era 1986, di certo un’epoca molto meno attenta e sensibile nel trattare le puerpere. Non si facevano corsi preparto, non si parlava di depressione post partum. Vi dico solo che i mie genitori sono stati fra i primi a scoprire quale sarebbe stato il mio sesso prima della nascita, grazie all’uso dell’ecografo che era una novità.

Una volta capito il contesto storico in cui sono nata, posso raccontarvi la storia di quella ragazza che quando ha letto la vicenda terribile della madre di Roma (che ha perso il suo bambino all’ospedale Pertini, dopo essersi addormentata, sfinita), si è ritrovata a vivere con la memoria quei giorni angosciosi.

Mia mamma aveva 25 anni, era la sua prima (e ultima, non è un caso) gravidanza. Sono nata dopo un interminabile travaglio che la lasciò esausta. In verità nacqui solo grazie al fatto che la ginecologa di turno disperata, decise di saltare sulla pancia di mia madre per farmi uscire grazie alla pressione. Sono nata così, provocando grandi lacerazioni che dovettero ricucire con moltissimi punti. Ma di questo non ci lamentiamo. Fu l’ultimo tentativo per salvarmi la vita.

Il peggio arrivò dopo. Mia madre venne lasciata sola per ore dopo quel terribile parto, e costretta ad alzarsi alle 5 del mattino (non dormiva da 24 ore) per allattarmi e raggiungere il nido con le sue gambe senza essere accompagnata. Svenne e dopo essere stata riportata in camera, fu addirittura sgridata perché era svenuta. A quel punto le portarono me, il tutto accompagnato da un sottofondo di sghignazzi, sbuffi e prese in giro, perché lei a 25 anni chiese impaurita come dovesse allattarmi.

Non dimenticherà mai l’infermiera che le rise in faccia e le disse: “Che domande fa? Avvicini la bocca della bambina al capezzolo”. Ma io non mangiavo. Non mi attaccavo al suo seno. Mia madre chiedeva assistenza ma nessuno gliela dava. Solo moltissime ore dopo, quando mio padre arrivò nell’ora prestabilita delle viste, grazie al suo intervento scoprirono che mia madre non poteva allattarmi perché aveva i capezzoli interni.

Quando la dimisero dall’ospedale ancora sghignazzi e prese in giro per come tentava di vestirmi, ormai terrorizzata e insicura, colpevolizzata per tutto, soprattutto per non essere riuscita nell’allattamento.

Una esperienza che doveva essere bella si trasformò in un incubo.

Pensavamo che ora, 36 anni dopo, le cose fossero cambiate. Pare di no, almeno, non ovunque…

Per superare queste micro violenze ci vuole l’aiuto di personale esperto. Se vi capita, rivolgetevi a uno/una psicoterapeuta. Non colpevolizzatevi e prendete la violenza che vi hanno fatto non alla leggera.

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