L'Ocean Viking e quei 180 tamponi negativi che ci dovrebbero zittire

Prima la nave quarantena, poi la nave della ong verso Porto Empedocle, in città e nella vicina Agrigento, avevano sollevato dubbi, preoccupazioni e sentimenti di contorno a paura e pregiudizio.

Ocean Viking

Ocean Viking

Onofrio Dispenza 7 luglio 2020

Partiamo dalla fine: i 180 profughi salvati dalla "Ocean Viking" in acque internazionali, nel Mediterraneo, sono risultati tutti negativi al tampone che accerta l'eventuale positività al covid19. Tutti. Ora passano dalla nave della ong "Sos Mediterranee" alla "Moby Zazà", la nave quarantena da tempo ferma, a distanza, davanti Porto Empedocle.


La "Moby Zazà" è buffa considerando quel che è chiamata a fare: sui suoi fianchi bianchi fianchi giganteggiano 4 maxi figure che ricordano indimenticabili eroi dei cartoni animati. Contrasti, paradossi.


Dunque, 180 tamponi tutti negativi che dovrebbero zittire i tanti che hanno parlato troppo e fuori luogo, agitando la pancia già disturbata di quei buoni cittadini che in questo scorcio d'estate all'insegna del "rompete le righe" al covid, loro si, prestano alla pandemia non uno ma entrambi i fianchi, ben oleati di abbrozzante.


Prima la nave quarantena, poi la nave della ong in navigazione verso Porto Empedocle, in città e nella vicina Agrigento, avevano sollevato dubbi, preoccupazioni e tutti quei facili sentimenti di contorno a paura e pregiudizio. A molti che guardavano la nave quarantena prima, e poi l'arrivo della nave dei soccorsi, quelle sagome bianche all'orizzonte apparivano nere come la peste. Sulla base, appunto, solo di pregiudizi e paura. Quella paura che non scatta quando a sera, sul lungomare, figli e nipoti dei testimoni della linea "Io non sono razzista, ma...", fanno carta straccia di ogni prudenza. I riti dell'estate non appestano, minacciosa è solo la disperazione di chi arriva, anche se smentisce - certificati alla mano - benpensanti ed anche quei sindaci che, anziché "guidare" la comunità scelgono la strada facile di assecondarne i gorgoglii della pancia.


"Rischiamo una situazione di grave emergenza sanitaria...Porto Empedocle non può pagare per tutti...Perché Porto Empedocle e non Pozzallo...E' un colpo alla nostra economia...I turisti scappano...Così si compromette un futuro roseo per il nostro turismo...".


Sintetizzando, queste e altre dello stesso tenore, le dichiarazioni a margine di questa travagliata, sofferta e complessa operazione umanitaria, dove l'umanità ha avuto in assegnazione la sedia sgangherata dell'ultima fila. A zittire tante false paure e altrettanto fallaci argomentazioni, è arrivato il risultato dei tamponi, che consiglia di cercare altrove i responsabili della crisi economica che soffre quest'angolo di Paese.


Se l'economia stagna, se cresce la povertà, se manca il lavoro, se i soldi si sprecano o si utilizzano male, se intere generazioni sono costrette ad andare via, se il turismo è distante dal poter essere considerato una vera risorsa perché non sostenuto da adeguate politiche, la colpa non è dei disperati che attendono su una nave (non da crociera) di poter provare a dare una sterzata al destino.


Forse la colpa è nostra, della nostra incapacità di pensare un nuovo modello di società capace di includere ed arricchirsi; forse la colpa è di quella politica presa dal mantenimento del consenso personale, miope, incapace di spiccare il volo, pensare in grande, immaginare orizzonti più ampi.


A fronte di tanta ipocrisia, delle tante sterili paure, sarebbe bella una inversione ad U del nostro pensare, sarebbe bello che queste città, come altre città della Sicilia che hanno l'onore di essere porta e porto d'Europa scrivessero su una delle loro strade qualche parola in ricordo di quel giovane profugo che si tuffò in mare dalla nave-quarantena nel tentativo di raggiungere la nuova terra che gli veniva negata.


La sua ora è una delle tante voci dei sommersi ai quali - pochi lo ricordano - Ennio Morricone dedicò una piccola, drammatica, straziante,"disturbante" composizione dove alle urla si accompagnavano le note del carillon, perché fosse anche una ninna nanna, per i più piccoli, sommersi.