Punizione divina? Il virus non ha nulla di soprannaturale, è solo un problema epidemiologico
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Punizione divina? Il virus non ha nulla di soprannaturale, è solo un problema epidemiologico

Continua la riflessione su La Peste di Camus nel quale c'era omelia il gesuita aveva rimproverato i suoi concittadini di essere stati superficiali, consumisti e per questo essere stati puniti

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Antonio Rinaldis Modifica articolo

11 Marzo 2020 - 22.05


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Mercoledì 11 marzo. 7° giorno

Cari ragazzi, il prete cattolico che abbiamo ascoltato ieri nel primo discorso, all’inizio della Peste viene richiamato in causa da Camus verso la fine del romanzo, dopo un anno di epidemia, di fronte ai superstiti, sempre più impauriti e infragiliti e le sue parole suonano molto differenti. Nella prima omelia il gesuita aveva rimproverato i suoi concittadini di essere stati superficiali, consumisti, troppo mondani e Dio li aveva giustamente puniti per richiamarli alla fede. Poi però c’è la questione dei bambini che muoiono e che non sono colpevoli di niente, e di fronte allo scandalo degli innocenti che soffrono anche la fede vacilla. Ci troviamo di fronte a un muro, dice il sacerdote, bisogna credere assolutamente o negare altrettanto assolutamente. Ma se neghiamo, allora ci mettiamo contro Dio e dunque non rimane che slanciarsi verso il cuore di ciò appare assurdo e credere anche se è assurdo, perché l’amore di Dio è un amore difficile.
Il cuore dei miei studenti non arde di fede religiosa. Nel nostro tempo post cristiano le spiegazioni mistiche e trascendenti non godono di molto credito, la pandemia che è stata proclamata ufficialmente dall’Organizzazione Mondiale della Sanità è un virus che non ha nulla di soprannaturale e non significa nulla, ma è soltanto un problema epidemiologico che deve essere affrontato e risolto.
Nessuna punizione dunque, nessuna lezione, per quanto difficile da accettare?
Qualche psicologo parla di incertezza, di paura generalizzata che ha fatto evaporare il mare solido delle nostre certezze, ma non credo che sia questo il punto: è sufficiente muoversi per le vie deserte delle città, osservare i negozi chiusi, il traffico improvvisamente rarefatto, mentre i giorni, come le stagioni si alternano nel loro ciclo imperturbabile e indifferente, per comprendere che l’umanità è soltanto un frammento di un mondo talmente infinito ed eterno che potrebbe continuare ad esistere anche senza la nostra presenza problematica.

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