Va in maternità e l'azienda la minaccia: "Se torni ti faranno morire"
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Va in maternità e l'azienda la minaccia: "Se torni ti faranno morire"

È l'assurda storia di Chiara, che dopo la maternità del secondo figlio è stata pesantemente discriminata sul posto di lavoro, un'azienda dove lavorava da 15 anni

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7 Ottobre 2019 - 20.20


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Una storia grottesca quella di Chiara, protagonista di un caso di discriminazione sul lavoro nell’azienda dove lavorava da 15 anni. La sua ‘colpa’? Quella di essere diventata mamma per la seconda volta. 
Secondo quanto ha denunciato la donna alla Cgil, un emissario del suo datore di lavoro le avrebbe rivolto vere e proprie minacce come “se rientri a lavoro ti faranno morire” insieme a una proposta di buonuscita. 
Con il primo figlio era andato tutto secondo la legge. Ma con il secondo, il dirigente dell’azienda (nuovo rispetto a quello precedente) ha mostrato fin dall’inizio segni di fastidio. Chiara ha raccontato che non ha preso bene la notizia, che è stata data nei tempi previsti dalla legge, sostenendo che era dovere della donna avvertirlo già quando stava pensando di avere un secondo figlio. Alla risposta di Chiara, ossia che nei primi tre mesi della gravidanza può succedere di tutto, il capo avrebbe osato dire: “Sì, perché se lo avessi perso non me lo avresti detto?”. 
Quando Chiara va in maternità viene immediatamente assunta una nuova persona a tempo indeterminato per sostituirla e al rientro Chiara viene ‘riposizionata’ e viena a sapere che l’intenzione dell’azienda è quella di licenziarla al compimento del primo anno del figlio. Le viene costantemente consigliato di andarsene prima, ma Chiara non ci sta. Si ritrova quindi, lei che era una responsabile di reparto, a fare fotocopie, portare i caffè, rispondere al citofono. Viene esclusa dalle riunioni, quando cambiano il cancello elettronico non le viene consegnato il nuovo telecomando. È a questo punto che decide di rivolgersi alla Cgil. 
Secondo il sindacato, quello di Chiara non è un caso isolato: solo nel 2018, l’ufficio vertenze della Cgil ha aperto più di 27mila pratiche (e 14mila nei primi sei mesi del 2019) e recuperato in Lombardia oltre 54 milioni di euro, “crediti che sarebbero rimasti nelle casse delle aziende o dell’Inps se i lavoratori non si fossero rivolti a noi”. 

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