Gli immigrati non vanno al liceo: i drammatici dati
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Gli immigrati non vanno al liceo: i drammatici dati

Secondo un’indagine solo il 30% dei giovani immigrati verrebbe indirizzato verso il liceo, contro l’80% degli italiani.

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3 Marzo 2015 - 18.44


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Fanno i lavori che noi non vogliamo fare più: raccolgono pomodori, accudiscono gli anziani, consegnano la pubblicità buca a buca. Ma a quanto pare il discorso vale anche per il sistema scolastico: perché, mentre i ragazzi italiani sembrano disdegnare sempre più gli istituti tecnici o professionali, per gli stranieri iscriversi in una di queste scuole pare quasi una scelta obbligata. Stando ai dati raccolti dal progetto Second-gen – realizzato dall’Università del Piemonte orientale in collaborazione col Gruppo Abele e il Forum internazionale ed europeo di ricerche sull’immigrazione (Fieri) – oggi soltanto il 18 per cento degli studenti immigrati sceglie il liceo dopo le medie, contro un 45 per cento di studenti italiani.

Per i primi, però, parlare di “scelta” rischia di suonare come un garbato eufemismo: perché gran parte di loro avrebbe ben altre ambizioni per il proprio futuro, come rivelano le decine di interviste condotte dai ricercatori del progetto. E non sono i genitori a spingerli verso percorsi educativi più brevi e professionalizzanti, ma la scuola stessa; il cui servizio di orientamento agisce da vera e propria “diga” tra italiani e stranieri, indirizzando l’80 per cento dei primi verso il liceo, contro il 30 per cento dei secondi. “Molti di questi ragazzi – spiega Enrico Allasino, ricercatore Fieri – hanno ben chiaro che, in tempi di crisi, scegliere un istituto professionale non garantisce un posto di lavoro; e i loro stessi genitori ambirebbero a delle carriere ben più ‘nobili’ per i propri figli. Ma, nella maggior parte dei casi, queste aspirazioni si scontrano contro l’orientamento scolastico”.

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All’origine di questa disparità, secondo Allasino, ci sarebbe “una presunta barriera linguistica, che, con la crescita delle seconde generazioni, nate e cresciute in Italia, si rivela sempre più come un falso problema”. Stando agli ultimi dati ministeriali, in effetti, l’anno scorso nelle scuole italiane si è registrato l’atteso “sorpasso” delle seconde generazioni sugli allievi nati all’estero e arrivati in seguito in Italia: per la prima volta, nel 2014, i primi ammontavano al 52 per cento dei figli di migranti presenti nel nostro sistema scolastico.
Per Allasino, dunque, il problema della lingua nasconderebbe “un pregiudizio duro a morire, da parte docenti e del sistema scolastico in generale”.

La storia di Rabeeha. Tra le decine di storie raccolte dai ricercatori, risulta in tal senso emblematica quella di Rabeeha, adolescente nata e cresciuta a Torino da una famiglia del ceto medio pakistano: prima di partire per l’Italia, dove sono diventati un muratore e una casalinga, il padre e la madre erano un ingegnere e un medico. La ragazza vorrebbe iscriversi allo scientifico, per poi seguire le orme materne; ma, nonostante i brillanti risultati ottenuti, il consiglio di classe delibera l’orientamento verso un istituto tecnico. “Il problema – precisa Allasino – è che le famiglie straniere hanno una capacità di negoziare con la scuola che è di molto inferiore rispetto a quelle italiane. Le quali, ad esempio, riescono spesso a far accettare i loro figli dei licei a fronte di risultati piuttosto scarsi”.

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Quando problemi linguistici esistono, poi, è il sistema scolastico stesso a rivelarsi carente: secondo il rapporto redatto da Second-gen “l’insegnamento dell’Italiano ai giovani stranieri non è ancora strutturato uniformemente secondo un piano comune a tutte le scuole: capitare in un istituto o in un altro può fare la differenza”. “Gli interventi più diffusi – continuano i ricercatori – tendono a focalizzarsi sul raggiungimento di una competenza comunicativa minima, magari efficace per rispondere in modo apparentemente appropriato all’insegnante ma non sufficiente per comprendere adeguatamente le lezioni o i testi”.

Secondo Allasino, “è inevitabile che una dinamica del genere abbia delle ricadute sulla stratificazione sociale dell’Italia futura”. E a conferma delle sue parole, in effetti, c’è un’altra tendenza riscontrata nel corso dell’indagine: l’inserimento dei migranti all’interno di classi con una forte presenza di giovani considerati svantaggiati dal punto di vista socioeconomico. “Il problema – conclude Allasino – non è tanto nel fatto che vengano inseriti in queste classi; il problema è che, dati alla mano, sono proprio le scuole organizzate in questo modo a produrre i risultati peggiori, tra gli italiani quanto tra gli stranieri”.

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