di Laura Mereu
“L’Amore è un’altra cosa”: Parole, di una ragazza vittima di violenza domestica.
Amore malato, sottomissione, dipendenza, terrore.
L’amore è il sentimento più puro che esista, ma non tutti sono capaci di amare; L’egoismo, l’egocentrismo e il possesso portano necessariamente al baratro.
In occasione del 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne, una coraggiosa e caparbia ragazza, ha deciso di rilasciare la sua testimonianza, per poter smuovere gli animi di una società che ancora ignora la gravità e l’importanza di questa tematica e soprattutto per riuscire, attraverso le sue parole, a dare un messaggio positivo a tutte quelle ragazze che ogni giorno sono vittime degli abusi, delle brutalità perpetrate dal proprio compagno. Compagno che diventa il peggior incubo.
L’intervista verrà riportata in via del tutto anonima.
“Quanto è durato il vostro rapporto?”Il nostro rapporto è durato 2 anni, dal 2010 al 2012. Lui aveva 9 anni in più di me, io poco più che ventenne.
“Come si comportava all’inizio della relazione?”Mah, era un ragazzo tranquillissimo, a modo, premuroso. E ciò che mi stupiva è che mi accontentava praticamente in tutto.
Poi però dopo un po’ di tempo abbiamo iniziato a litigare, litigavamo spesse volte.
E soprattutto ha iniziato a farmi terra bruciata, facendomi allontanare da tutte le mie amicizie.
Io ero sua.
Trascorsi un paio di mesi ho deciso di andare a convivere con lui e mi sono trasferita a casa sua.
Fuori Sardegna.
Diciamo che ho dovuto far fronte non soltanto alla gelosia e al possessività di lui, ma anche alla eccessiva invadenza e intromissione della famiglia.
Abitavamo sopra casa dei suoi.
Quindi i suoi parenti entravano e uscivano da casa nostra, con totale libertà e io non potevo assolutamente lamentarmi.
Decideva lui.
Decideva lui qualsiasi cosa: il mio modo di vestire, il mio modo di comportarmi.
Non potevo mai uscire di casa in tuta da ginnastica, ma, anche per fare la spesa, dovevo indossare sempre e solo esclusivamente un abbigliamento elegante, la gonna e i tacchi dovevano essere sempre presenti.
Ero il suo trofeo, il suo oggetto da mostrare agli amici e di cui potersene vantare.
E’ stato lui a trovarmi il lavoro.
Lavoravo in un bar come barista. Il bar era di fronte al suo posto di lavoro, così da potermi controllare continuamente, soprattutto perché conosceva benissimo i proprietari.
Il mio stipendio veniva direttamente consegnato a lui.
Qualsiasi discussione era motivo di lite.
Inizialmente ha sfogato la sua aggressività negli oggetti. Ogni qualvolta litigavamo, rompeva i piatti, i bicchieri, posacenere, o tutto ciò che gli capitava tra le mani.
Poi la sua rabbia si è spostata verso il cane.
Fino ad arrivare a me.
Mi ridicolizzava ogni giorno, mi sminuiva, ogni cosa che facevo non andava bene: dalle pulizie della casa, alle pietanze che cucinavo per pranzo o cena.
Ricordo che un giorno, portai il cane a passeggio e come rientrai a casa, mi urlò contro perché non andai a salutare i suoi nonni, ho in mente la frase che mi disse: “Sei una puttana maleducata”.
Il giorno dopo si scusò con me e mi regalò un mazzo di rose e dei cioccolatini.
Lo perdonai.
Era l’8 dicembre del 2011.
Mi aveva duramente rimproverata per una frase detta agli amici, si arrabbiò così tanto che mentre rientravamo a casa, mi diede uno schiaffo, in piazza, di fronte a tantissima gente, fu così forte che mi ruppe anche l’orecchino.
Dal giorno, le botte erano quotidiane.
Avevo il terrore ogni volta che rientrava a casa dopo il lavoro.
Ad ogni mia lamentela, seguivano: sberle, calci e tirate di capelli.
Ero sola, terribilmente sola.
Sua nonna si era resa conto della situazione e anziché solidarizzare con me, mi disse: “Sai quante botte ho preso io durante il matrimonio?; Devi stare muta e zitta”.
Ogni giorno, una vocina mi ripeteva: “Lascialo, scappa…”, ma in cuor mio non sapevo come fare ero succube, riusciva a manipolare la mia mente.
Avevo proprio una vera e propria dipendenza.
L’ultimo periodo di convivenza, però, è stato veramente durissimo.
Son rimasta incinta, ma a causa di un aborto spontaneo ho perso il bambino.
L’aborto provocò un’emorragia, durante la notte, mi svegliai con le lenzuola completamente macchiate di sangue.
Chiesi a lui di accompagnarmi in ospedale, ma lui continuò a dormire.
E allora presi la macchina e sanguinante andai in ospedale.
Dopo un paio di giorni ripresi a lavorare.
Lui, mi diede le colpe anche di aver perso il bambino.
Ma ci fu un ultimo fatto che finalmente mi diede le forze per lasciarlo.
Mentre rientravo a casa dal lavoro, un ragazzo mi venne addosso.
Chiamai il mio compagno, per venirmi a prendere… ma ovviamente continuò a dormire.
Fui costretta a chiamare un mio collega.
Esattamente.
Il venerdì chiamai mio padre e la domenica feci le valige e tornai a casa.
Ripresi la mia vita.
Il primo periodo non fu per nulla facile.
Ma grazie alla mia famiglia, ai miei amici, sono riuscita ad andare avanti.
Lui ha cercato di contattarmi più volte, anche tramite i miei familiari.
Ho ripreso gli studi, mi sono diplomata e ora ho deciso di iscrivermi all’università.
Amate prima voi stesse.
[GotoHome_Torna alla Home]