Lettera a Babbo Natale: ecco cosa vorrei per noi sardi
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Lettera a Babbo Natale: ecco cosa vorrei per noi sardi

In realtà, neanche da bambino, ho mai scritto una lettera a Babbo Natale.[Emiliano Deiana]

Lettera a Babbo Natale: ecco cosa vorrei per noi sardi
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25 Dicembre 2013 - 11.32


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di Emiliano Deiana

In realtà, neanche da bambino, ho mai scritto una lettera a Babbo Natale. Ho sempre pensato (o mi hanno fatto pensare) che il destino degli uomini dipenda dagli uomini. Penso anche, con molta più razionalità, che abbandonarsi ai desideri sia come abbandonarsi al futuro. Ed abbandonandosi al futuro si tralascia il presente.

Questa lettera, allora, è scritta per tutte le donne e gli uomini che per un giorno (per un giorno solo) si vestono da Babbo Natale non tanto per portare doni o per immaginarsi un futuro luminoso e lontano quanto per prendersi, vestiti di rosso e di bianco, degli impegni sulle proprie spalle, impegni vicini e realizzabili, non di quelli – che ne abbiamo fin sopra le orecchie – irrealizzabili e lontani.

Impegni che si prendono in Sardegna e per la Sardegna, ma non per nascondersi nella dicotomia fessa indipendentismo/dipendentismo secondo l’assioma di Gesualdo Bufalino: “fra imbecilli che vogliono cambiare tutto e mascalzoni che non vogliono cambiare niente, com’è difficile scegliere!”, quanto per definire un luogo, uno spazio nel quale agire in un tempo misurabile che valuta ciò che si è fatto e ciò che c’è da fare, ciò che non si è fatto o lo si è fatto male.
Una posizione mediana – la mia e di chi la condivide – che, in un’epoca di Ultras, prende ceffoni a destra e a manca, ma che allena la capacità a schivare i colpi e, talvolta, a renderne (pacificamente) qualcuno. La letterina la faccio a forma di elenco, perché in un elenco c’è racchiusa una certa forma di ordine, una certa forma di priorità.

Si può leggere a salti, si può fare come dal macellaio e scegliere il pezzo che piace di più senza dover comprare la bestia intera.
Eccola, con un’ultima avvertenza: continuate ad avere fame di futuro e a desiderare tantissimo, senza scordarvi dell’oggi e di ciò che abbiamo di buono a portata di mano e a realizzarlo. Per noi e per gli altri. Ed è questo che auguro ai sardi, a tutti i sardi:

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a) Di vivere in una terra pulita, in una terra dove è possibile ancora bere dai ruscelli, respirare aria pulita, zappare una terra senza veleni;

b) Di vivere in una terra di pace, senza poligoni militari e senza armi;

c) Di vivere in una terra che sappia valorizzare l’etica della lentezza e della distanza; in una terra che consapevole che la prima infrastruttura è l’intelligenza, non una strada;

d) Di vivere in una terra che sappia produrre per sé quanto più e possibile ed esportarlo altrove: perché la bellezza delle cose si ha nella contaminazione, non nella separatezza;
e) Di vivere in una terra che ha cura degli anziani, che ne ascolta i racconti e i segreti, che li reinterpreta nel moderno. Come un coro, non a voce sola;

f) Di vivere in una terra che ha cura dei bambini e delle famiglie, che regala ad ogni nato l’occorrente per i primi anni di vita, che progetta una scuola umana, degna, per tutti;

g) Di vivere in una terra che ha cura delle donne, che ne valorizza l’inventiva e ne rispetta i tempi; di vivere in una terra che non pianga più nessuna donna come già pianse Dina Dore;

h) Di vivere in una terra che non regali ai giovani la valigia di cartone per migrare, ma tutta la cultura e la follia per andare e per tornare;

i) Di vivere in una terra che accetti il divieto di costruire sui letti dei fiumi, ad un passo dal mare, in un’area alluvionale;

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j) Di vivere in una terra che rispetti il mare e le sue creature; una terra che proibisca la pesca a strascico e salvi i ricci dall’estinzione;

k) Di vivere in una terra che per ogni bambino nato pianti cento alberi e per ogni vecchio che muore ne pianti mille;

l) Di vivere in una terra che ha cura delle proprie lingue, delle proprie differenze, della propria ricchezza di espressione: nelle case e nelle strade, prima ancora che a scuola;

m) Di vivere in una terra di accoglienza, una terra che accoglie altre migrazioni, senza paura, senza inganni perché chi è emigrato per decenni (e continua a migrare) non può avere paura dei suoi simili;

n) Di vivere in una terra che percepisca il dolore che si respira nelle galere, una terra che promuova la “territorialità della pena” perché anche la distanza verso chi è detenuto lontano è una pena aggiuntiva per i suoi familiari;

o) Di vivere in una terra dove la politica ritrovi un poco di umiltà e di contatto con gli uomini e le donne che abitano questa terra, con le loro difficoltà e le loro aspirazioni: una politica seria, morigerata negli usi e nei costumi, ma abbastanza folle da immaginarsi una Sardegna diversa;

p) Di vivere in una terra che possa dire finita l’esperienza delle miniere e del carbone, senza lasciare nessuno senza lavoro, ma rendendo utile qual lavoro alla collettività;

q) Di vivere in una terra che ha rispetto per il pastore e per il gregge;
r) Di vivere in una terra che promuove la cultura, la propria cultura, ma rifuggendo dal folklore e dalle “sardignerie”;

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s) Di vivere in una terra nella quale in ogni casa si può lasciare la chiave nella toppa;

t) Di vivere in una terra che la smette di lamentarsi ed inizia a fare, da oggi; a fare bene, non solo per sé, ma per tutti;

u) Di vivere in una terra che valorizzi i silenzi belli che servono a ripulirsi dalla volgarità di un certo linguaggio;

v) Di vivere in una terra che valorizzi le parole buone che servono per depurare la vita dalla volgarità del silenzio omertoso;

w) Di vivere in una terra dove la parola data e la stretta di mano abbiano lo stesso valore della carta bollata;

x) Di vivere in una terra che non abbandona i suoi figli più belli, quelli che, nella malattia, non hanno parole, non hanno pensieri, non hanno movimenti, suoni, respiri, sorrisi. Che quella è solo un tipo di bellezza diversa, incomprensibile se hai in petto una pietra al posto del cuore, ma se nel cuore hai un volo di colombe quella sarà la bellezza più pura. Inimitabile;

y) Di vivere in una terra che ha rispetto per chi prega e che ha rispetto per chi quella forza di affidarsi ad altri altrove non ce l’ha; che i punti di incontro si trovano negli esempi del quotidiano e nelle azioni buone di tutti i giorni. Senza differenze;

z) Di vivere in una terra che ha la dignità di pensare da sola a se stessa e, con questa dignità, di mischiarsi con altri popoli, altre culture, altre civiltà. Né migliori, né peggiori. Come si usa fra gli uomini.

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