L'altra faccia dell'Opus Dei: dalle preghiere agli psicofarmaci
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L'altra faccia dell'Opus Dei: dalle preghiere agli psicofarmaci

Parla un ex numerario dell'Opera di Dio. Tutte le contraddizioni etiche e sociali della Prelatura di San Escrivá nell'intervista a Tommaso Dell'Era.

L'altra faccia dell'Opus Dei: dalle preghiere agli psicofarmaci
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15 Novembre 2013 - 18.05


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di Arianna Antonelli

«Tratta il tuo corpo con carità, ma con carità non maggiore di quella che si usa verso un nemico traditore». Questo è uno dei tanti aforismi, palesemente in contrasto con il precetto evangelico “ama il prossimo tuo come te stesso”, presenti nel “Cammino” di San Josemaría Escrivá de Balaguer, fondatore dell’Opus Dei. Nata nel 1928, l’Opus Dei diventa Prelatura personale della Chiesa cattolica nel 1982 per volere di Giovanni Paolo II, che aprì e concluse il processo di canonizzazione di Escrivá.

I suoi membri, divisi tra numerari, soprannumerari e aggregati in una rigida separazione tra il ramo maschile e quello femminile, dedicano interamente la loro vita al servizio di quest’istituzione, assumendosi il compito di diffondere il messaggio della santificazione del lavoro come incontro spirituale con Dio. Nonostante i buoni propositi, l’Opus Dei non ha potuto allontanare da sé le numerose critiche, giunte da ogni parte del mondo, inerenti principalmente alle aggressive forme di proselitismo, alle pressioni psicologiche e agli abusi a cui sono sottoposte le persone che ne diventano membri.

Altro aspetto discutibile è la condizione della donna, legata ad una tradizionale ideologia maschilista in un totale stato di subordinazione, come dimostra la realtà delle ausiliarie, le numerarie addette alla gestione domestica dei vari centri che svolgono i lavori più umili.
L’Opus Dei si rivela, dunque, una delle associazioni religiose più controverse del mondo cattolico sulle cui dinamiche Tommaso Dell’Era, ex numerario, ci fornisce una testimonianza lucida e dettagliata.

Quando e come ha conosciuto l’Opus Dei?

L’ho conosciuta tramite dei parenti, che ne facevano parte da tempo, intorno all’età dei 10-11 anni, ma ci sono entrato a 14 anni e uscito a 23 e mezzo, dal 1984 al 1993. A quell’età, sotto la quale non si può accedere, si viene chiamati “aspiranti”, ossia persone minorenni che manifestano la volontà di unirsi all’Opera senza però farne ufficialmente parte. Si entra in contatto con questa realtà di solito nei centri dell’Opus Dei (dove però non c’è mai una scritta o un’insegna che indichi la loro appartenenza) in cui, ti viene detto, si può ricevere anche una direzione spirituale da un sacerdote dell’Opera.
Uno di solito inizia ad essere seguito verso i 12 anni da un tutor maggiorenne che, tramite le attività ricreative o culturali del centro, gli fa conoscere questa realtà mettendogli in testa l’idea che esiste una vocazione, un cammino, e la prima cosa che gli dice, e tra l’altro è la più grande menzogna dell’Opus Dei, è che questo sarà un percorso laicale: si potrà diventare cristiani rimanendo in mezzo al mondo, quindi senza cambiare situazione, stato, senza farsi prete. Accanto a questo tutor laico, c’è un sacerdote che subentra subito dopo, e comincia a seguire il ragazzo a intervalli regolari, a parlarci, a confessarlo, cercando di indirizzarlo verso la vocazione. Il tutto viene agevolato dal fatto che questi giovani provengono per la maggior parte da famiglie cattoliche e quindi sono già orientate verso la fede.

Cosa può spingere un ragazzo a compiere questo passo?

Io provenivo da una famiglia cattolica comunista, quindi avevo già un grande orientamento verso la fede e il sociale. Loro sfruttano questa situazione e ti mostrano quest’ideale di poter cambiare il mondo che a me attirava molto da un punto di vista rivoluzionario. Tra l’altro bisogna tener conto che a quell’età i ragazzi sono facilmente influenzabili. E’ un po’ come quando uno entrava, negli anni settanta e non solo, nelle formazioni giovanili dei partiti politici. Il modo in cui ti propongono tutto questo ti fa sentire importante, speciale. Ti dicono che esiste una vocazione, che Dio ti ha chiamato e che non rispondergli sarebbe un peccato molto grave.

In che modo si viene inseriti all’interno della struttura?

Nell’Opus Dei si utilizzano diversi strumenti per cercare di mantenere le persone al proprio interno una volta che ne fanno parte. Il primo strumento è l’isolamento dall’ambiente circostante. Piano piano ti fanno capire che tu sei una persona che dovrà rinunciare a sposarsi, dato che i numerari hanno l’obbligo del celibato; quindi ti isolano dal tuo ambiente, nel senso che tu continui a vivere con la tua famiglia, ad andare a scuola, ma non vai più alle feste, al cinema, frequenti solo le persone dell’Opus Dei e ti comporti esattamente come un membro numerario (con l’eccezione di alcune piccole differenze, come il fatto che non vivi nei loro centri).
Altrimenti potresti essere deviato, potresti innamorarti o fare cose che non sono consone allo spirito dell’Opus Dei. Per di più vieni totalmente controllato perché sei costretto a fare il colloquio una volta alla settimana con il tutor e a confessarti con il sacerdote. Tutte le informazioni sul tuo conto vengono in seguito riportate, a tua insaputa, su schede, le “note ascetiche”, per avere così il quadro completo della tua vita e poterti controllare. Questa è la prassi comune dell’Opus Dei.
L’altro aspetto sono gli abusi psicologici. Se una persona comincia a manifestare i primi segni di ribellione e a discostarsi dal proprio cammino, viene sottoposta a forti pressioni psicologiche con ricatti morali, intimidazioni, frasi del tipo “se tu non obbedisci ai direttori, sei in peccato mortale perché stai tradendo Dio”. Inoltre, fino ad anni molto recenti, nella struttura si registravano fenomeni strutturali come la violazione del sigillo sacramentale della confessione e di alcune norme essenziali del diritto canonico.

Come ha reagito alla canonizzazione di Escrivá?

Non mi ha meravigliato. I processi di beatificazione sono dei processi giuridici, lo Spirito Santo c’entra molto poco, hanno anche dei costi che in qualche modo influiscono sull’esito finale. In genere tutti i fondatori degli istituti religiosi e delle istituzioni della Chiesa vengono beatificati. Lo stesso sarebbe potuto accadere per Maciel, il fondatore dei Legionari di Cristo, se non fossero state rese pubbliche le denunce fondate di abusi e se i sopravvissuti non avessero avuto il coraggio di andare fino in fondo, oltre il muro costituito dalla struttura ecclesiastica.

Perché si praticano le mortificazioni corporali? I flagellanti esistevano nel 1300.

Sempre sotto questa pressione psicologica ti dicono, quando ormai non sei più in grado di dire di no, che dai 16 anni e mezzo devi cominciare a usare il cilicio e la disciplina. Vengono utilizzati per stroncare sul nascere il riconoscimento della propria identità sessuale che si è completata con l’inizio dell’adolescenza e le emozioni che questa realizzazione porta con sé. E poi soprattutto per instillare la sfiducia in se stessi, una totale disistima, rendendo così la persona più malleabile. Il corpo viene visto come qualcosa di negativo e peccaminoso che va represso, e la propria personalità in questo modo viene annullata, perdi totalmente la fiducia in te stesso, ti senti una persona indegna.
Queste pratiche vengono messe in atto anche per esercitare un maggiore controllo sull’individuo. Se uno si sottomette fino a questo punto, qualunque cosa i direttori gli chiedono lui la fa. L’altro strumento che si utilizza sono gli abusi farmacologici.
Quando la gente comincia a dare segni di allontanamento, di devianza dal cosiddetto buono spirito, allora gli vengono somministrati degli psicofarmaci, da parte di medici dell’Opus Dei o compiacenti, che servono a calmare la persona, a evitare qualunque tipo di ribellione, spesso senza alcuna ragione medica che lo giustifichi.

Ma il Vaticano non ha mai preso dei provvedimenti riguardo a questi abusi, alle pressioni psicologiche e ai casi di suicidio?

No, il Vaticano non ha mai preso alcun provvedimento pubblico, pur essendo a conoscenza di tutto; dispone, infatti, di tutta la documentazione necessaria sulla realtà dell’Opus Dei. La Chiesa, però, non interviene perché, nella loro ottica, l’Opus Dei porta persone e denaro con cui poi “si può fare del bene”. Si potrebbe ribattere facendo leva sulla violazione dei diritti della persona, ma invano, perché la Chiesa, in ogni sua articolazione interna, non rispetta sempre i diritti umani, come ci insegnano le vicende degli abusi sessuali.
Alcuni provvedimenti vengono presi solo nel momento in cui gli scandali diventano pubblici. Allora bisogna correre ai ripari perché si potrebbe rovinare l’immagine della Chiesa.

Le cose sono un po’ cambiate rispetto agli anni 80-90, oppure la situazione è sempre la stessa?

Quando sono uscito nel ’93-’94, mi hanno detto che comunque le cose stavano cambiando. Poi però mi sono confrontato con altre persone, alcune uscite un paio di anni fa, altre prima, e ho saputo che le cose sono rimaste identiche. All’esterno dicono che un cambiamento c’è stato, ma allora dove sono le prove? Quello che si dovrebbe fare è cambiare i regolamenti interni e gli statuti ufficiali, attuare un mutamento giuridico ed eliminare tutte queste pressioni. Ammettiamo pure che tutto questo venga realizzato. E per il passato? E per tutte le persone che, come noi, sono state oggetto di abusi, che si intende fare?
La Chiesa non si è mai presa le sue responsabilità, mentre sarebbe ora che cominciasse a prendere dei provvedimenti e a riformarsi dall’interno. Io me ne sono andato perché ad un certo punto ho capito che la stessa dottrina che predicavano era in contraddizione con i fatti. Dicevano che bisognava avere l’umiltà collettiva, ma poi di fronte agli scandali, che le persone dell’Opus Dei procuravano, intervenivano sempre e comunque per salvare l’istituzione e la sua immagine.

L’Opera si dichiara una comunità povera, che non possiede nulla. Eppure ha a disposizione una serie di enti, circoli, associazioni, ed esercita anche una certa influenza sullo IOR. L’ultimo presidente, Gotti Tedeschi, era un membro dell’Opus Dei.

Sì, tuttavia il loro potere va da una parte ridimensionato e dall’altra, paradossalmente, preso anche sul serio. Ridimensionato perché le cifre di cui parlano sono in realtà false, sono molto meno di 80 mila o 100mila. Mi ricordo benissimo che loro dicevano che solo in Italia c’erano circa 1000 numerari e 5000 soprannumerari. I numerari io li conoscevo tutti e non erano, se vogliamo esagerare, più di 500, mentre i soprannumerari, facendo alcuni conti e parlando con altre persone, so per certo che non arrivavano assolutamente a 5000. Le cifre includono anche le persone che sono morte, quelle che se ne sono andate, quelle che sono solo in contatto, ci mettono dentro tutti per creare un’immagine di potenza.
Bisogna però prenderli sul serio quando dicono che l’Opus Dei non possiede ricchezze o proprietà. E in effetti se uno va a vedere i loro centri, ad eccezione di pochi, sono intestati a fondazioni laiche o a persone singole, vicine all’Opera, che, dicono, promuovono le loro attività in maniera indipendente. In più i membri numerari tutto ciò che guadagnano lo devono versare alle casse dell’Opus Dei. E poi dopo aver compiuto la ”Fedeltà”, che sancisce la definitiva appartenenza del numerario all’istituzione, fanno anche testamento a favore dell’Opera o di istituzioni collegate. In questo modo l’Opus Dei acquisisce o direttamente o indirettamente, tramite queste fondazioni, beni di carattere immobile ed economico.

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