Il 57% degli studenti ha dichiarato che occuperebbe la sua scuola se se ne presentasse l’opportunità perché, anche se 7 su 10 sanno perfettamente che è un reato, per circa il 90% è la forma più incisiva per attirare l’attenzione. Sono alcuni dei dati emersi oggi nel corso del convegno “La scuola: un bene della comunità – prevenzione e gestine delle occupazioni studentesche”, organizzato all’Associazione nazionale Presidi per analizzare il fenomeno e trovare le risposte più opportune al fenomeno che si preannuncia ormai alle porte.
Tornando al sondaggio svolto da [url”Skuola.net”]http://www.skuola.net/[/url] su un campione di oltre 3.000 studenti, emerge che fra quel 57% di studenti “desiderosi” di occupare vi ci sono i “veterani” della serrata, circa il 32%, ma anche nuovi adepti per i quali sarebbe la prima volta, circa il 25%.
Perché si protesta – Si protesta soprattutto per i problemi della della scuola a livello nazionale, ritenendo l’occupazione una forma di protesta più incisiva di altre. Mentre preoccupante il dato sulla conoscenza delle conseguenze: infatti, se 7 su 10sanno che si tratta di un reato, ben il 25% di loro non se ne cura, consapevole che in Italia “tanto non succede mai niente a nessuno”. C’è, però, di contro, un 41,5% che è disposto ad affrontare le conseguenze convinto di correre i rischi 2in nome dei nostri diritti”.
Quasi il 48% dei ragazzi è convinto che gli altri modi di manifestare non siano modi altrettanto efficaci di far sentire la propria voce. Secondo i presidi, riuniti questo pomeriggio al Liceo scientifico “Newtona” a Roma, è difficile trovare una risposta univoca e, soprattutto, preventiva, per scongiurare un fenomeno che spesso causa danni ingenti agli istituti. Sinora ogni consiglio di istituto ha agito in modo autonomo, che con eccessiva leggerezza e chi con troppa rigidità.
C’è chi sceglie di fare lezione – Tra le motivazione addotte, invece, da chi non aderirà alle occupazioni il 47,8% dei votanti dichiara che quest’anno non porterà avanti questa forma di protesta in quanto non la ritiene adatta a risolvere i problemi della scuola.
Ma non mancano coloro che propongono argomentazioni più pratiche: per circa il 27% degli studenti occupare equivale a perdere troppi giorni di lezione, mentre l’11% teme le conseguenze del suo gesto. Il buon dialogo tra preside e studenti è ciò che invece fa desistere circa il 13% dei giovani a chiudersi all’interno del proprio istituto. Pochissimi coloro mossi da scopi strettamente personali: nemmeno il 10% occuperebbe solo per godersi qualche giorno di stop dalle lezioni, e solo il 3% per fare nuove amicizie.
Il convegno – Valerio Vagnoli del “Gruppo di Firenze” ha riportato l’esperienza fiorentina denunciando come le occupazioni “rappresentino un rischio maggiore per i ceti sociali svantaggiati” che frequentano gli istituti professionali e dove le interruzioni dovute alle occupazioni, al di là dei danni materiali, spesso rappresentano un 2buttare via” due mesi di 2dialogo didattico” e spesso anche gli studenti che non rientrano nel circuito.
Dei costi, anche individuali ha quindi parlato Antonio Petrolino, che inquadrando il problema generale delle agitazioni studentesche ed evidenziando la necessità di un ripensamento da parte dei giovani delle forme di protesta, ha denunciato l’alto costo sociale in termini economici rappresentato dal blocco delle lezioni ma anche un costo individuale visto che generalmente tra chi promuove le occupazioni vi sono generalmente i ragazzi più capaci e brillanti che riescono poi in breve a recuperare le lezioni perse mente la partecipazione è più ampia.