Vivere all’Aquila nella città sventrata
Top

Vivere all’Aquila nella città sventrata

Il miracolo non c’è stato e L’Aquila è una ferita aperta. Una città sventrata, spezzata.

Vivere all’Aquila nella città sventrata
Preroll

Desk Modifica articolo

13 Giugno 2011 - 11.59


ATF

di Laura Aprati

La città delle aquile ( fino agli 70 ce ne erano due in gabbia proprio all’ingresso della città), quella che nel suo stemma riporta la frase “Immota manet” sembra proprio “immota” dal 6 aprile del 2009.

Il centro storico, la famosa zona rossa, è inaccessibile (come per i Cie in Basilicata, Sicilia, Campania…e altrove). Nelle altre zone le macerie sono ancora lì. Vedi palazzi puntellati, reti metalliche che isolano, le foto dei morti, fiori a ricordare chi è non c’è più.

Il centro è una ferita aperta dove ancora non inizia la cicatrizzazione e chissà se mai si rimarginerà. Lì via Sassa dove c’era il Conservatorio e poi il Corso dove si passeggiava la sera e ancora via Paganica, il Convitto, la sede dell’Università e là dietro c’era la mensa quando io ho iniziato a studiare Medicina….e poi il nostro bar, il Teatro…Quante cose ricordi, amici, i nostri sogni, il lavoro e molti che non rivedrò più.

Tra quelli che ci sono vi racconto la storia emblematica di una mia amica, di quelle storiche ,ci conosciamo da oltre 25 anni.

Leggi anche:  Il terremoto visto con gli occhi di una bambina

Sola, separata con due figli e un lavoro a contratto presso un Caf per gli agricoltori. Il 6 aprile del 2009 la sua casa crolla. E crolla tutto il suo mondo. Si adatta a vivere in una roulotte. Riprende a lavorare, piano piano. Decide di fare un mutuo e comprare una casetta di legno da sistemare su un terreno del padre un po’ fuori dalla città. Soldi da cacciare ma almeno un tetto decente per i suoi figli. Ci entra la vigilia di Natale. Una festa. Intanto il lavoro, anche se con difficoltà, va avanti. Ma l’economia di L’Aquila e del suo circondario langue, le aziende chiudono. Poche quelle che vengono ad investire. L’agricoltura è allo sbando e anche il Caf ha i suoi problemi. Lo stipendio di novembre non arriva e neanche la tredicesima. Il Natale 2010 è triste con la consapevolezza del mutuo da pagare e dei figli da crescere.

Da marzo non viene più pagata e la proposta è lo scivolo per l’uscita anticipata (visto che ha già 31 anni di lavoro alle spalle e le mancano solo 4 per la contribuzione pensionistica). Ventimila euro e via senza lavoro ad un’età in cui non ti prende più nessuno. Si adatterà a fare qualsiasi cosa per sopravvivere. Pronta a rinunciare a tutto, forse anche a se stessa.

Leggi anche:  Il terremoto visto con gli occhi di una bambina

Questa è una delle tante storie che L’Aquila vive ogni giorno. Il “miracolo” non esiste e non è mai esistito. Una città sventrata, spezzata. Cittadini dislocati altrove, niente imprenditoria, nessun aiuto e le famiglie iniziano a morire

Native

Articoli correlati