11 giugno 1630: quando la processione contro la peste aiutò la peste a diffondersi

Una volta si ignoravano i virus. Oggi monsignor Viganò, accusatore del Papa, dice di aprire le porte delle chiese perché i fedeli possano pentirsi perché solo Cristo può salvarci dai peccati e dalla morte

La peste di Milano nel 1630

La peste di Milano nel 1630

Riccardo Cristiano 16 marzo 2020

Tempi duri per tutti, anche per i credenti. Un amico, molto cattolico, mi ha telefonato sconsolato dicendomi che anche i Promessi Sposi si sono dimostrati insufficienti a spiegare ad alcuni che l’ 11 giugno del 1630 la processione, decisa già al tempo non senza perplessità, per fermare la peste non ebbe successo.


L'arcivescovo Federico Borromeo, portato in processione da popolani, popolane, corporazioni, ordini monastici e preti non solo non riuscì a fare il miracolo, ma fu coinvolto in un danno, causato da chi aveva insistito per la processione.


Dal giorno seguente la furia del contagio si estese in tutti i ceti urbani, tanto da rendere difficile negare che tra le due cose vi fosse un nesso. Ma allora, ha soggiunto il mio amico profondamente devoto, si ignorava l’esistenza dei virus, e così si attribuiva la colpa della peste agli inventati untori. Se vogliamo il complottismo di ieri, gli untori pagati per seminare la peste, corrisponde al complottismo di oggi, ne abbiamo sentiti tanti di scenari complottistici sul corona virus. Ma almeno oggi sappiamo che comunque esistono i virus e questo fervente cattolico vorrebbe che anche certi ecclesiastici che invocano di spalancare le porte delle chiese alle messe riconoscessero che questo potrebbe essere pericolosissimo.
Cercando di capire chi fosse a dubitare anche di questa evidente ed elementare verità sono andato a cercare su internet e rapidamente mi sono imbattuto nel noto ex nunzio Viganò, quello che ritenne Papa Francesco colpevole del mancato rispetto di restrizioni imposte a un cardinale accusato di abusi sessuali. Poi si lesse che lui stesso aveva partecipato con quel cardinale a cerimonie, mentre costui non avrebbe potuto parteciparvi proprio in base a quelle restrizioni, di cui l’allora nunzio Viganò era al corrente.
Dalla località segreta dove ha ritenuto di ritirarsi è tornato a pronunciarsi contro il papa e i vertici della Cei per aver “oscurato la fede”, acconsentendo alla sospensione della celebrazione della Santa Messa nelle nostre chiese. Il suo testo comincia così: “ I pronunciamenti della Cei, quelli ondivaghi del cardinale Vicario di Roma, come pure le immagini surreali e spettrali che ci provengono dal Vaticano, sono altrettante espressioni dell’oscuramento della fede, che ha colpito i vertici della Chiesa. I Ministri del Sole, come amava chiamarli Santa Caterina da Siena, ne hanno provocato l’eclisse, consegnando il gregge alla caligine di dense tenebre.”


Dopo l’accusa arriva ovviamente la richiesta: “ Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo! Aprite, anzi spalancate le porte delle nostre chiese perché i fedeli vi possano entrare, pentirsi dei loro peccati, partecipare al Santo Sacrificio della Messa e attingere al tesoro di grazie che sgorgano dal Cuore trafitto di Cristo, nostro unico Redentore che può salvarci dal peccato e dalla morte.”
Dopo aver letto ho richiamato il mio amico. Questo ex nunzio, gli ho chiesto, non si disse un ammiratore di Papa Benedetto XVI, il papa che ha elevato a motto del suo pontificato l’inscindibilità del nesso tra “fede e ragione”? E’ così, mi ha risposto, soggiungendo una battuta godibilissima: “avrà confuso la ragione col torto”. Per fortuna, mi sono detto, che a credere in un nesso tra fede e torto non sembrano in tanti. Il problema casomai sarebbe capire perché. Ma questa sarebbe un’altra storia.