Italia, quella sedia vuota a Vienna: una scelta "bulgara" da paese a sovranità limitata
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Italia, quella sedia vuota a Vienna: una scelta "bulgara" da paese a sovranità limitata

L'Italia sarà l’unica dei quattro Paesi dell’Unione Europea che ospita testate nucleari Nato sul proprio territorio a non partecipare alla Prima Conferenza degli Stati Parti del Trattato per l’abolizione delle armi nucleari

Italia, quella sedia vuota a Vienna: una scelta "bulgara" da paese a sovranità limitata
Armi nucleari tattiche
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

20 Giugno 2022 - 17.10


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Un’assenza grave. Indicativa di una sudditanza alla Nato a dominio americano che più che ad un alleato appartiene a un Paese-vassallo che pur di compiacere il Padrone di oltre Oceano accetta di non dire nulla sull’occupazione nucleare di una parte del proprio territorio nazionale. In altri tempi si sarebbe detto e scritto una scelta “bulgara”. 

Quell’assenza inaccettabile

Dopo le ultime conferme da parte dei Governi alleati ormai è ufficiale: l’Italia sarà l’unica dei quattro Paesi dell’Unione Europea che ospita testate nucleari Nato sul proprio territorio a non partecipare alla Prima Conferenza degli Stati Parti del Trattato per l’abolizione delle armi nucleari (tnw) che si svolge a Vienna dal 21 al 23 giugno. Germania, Olanda e Belgio hanno invece già dichiarato la loro presenza come Stati osservatori, insieme ad Australia e Norvegia, anche loro membri della Nato.


“La scelta di non partecipare alla Conferenza di Vienna dimostra una mancanza di coraggio politico. Rivolgiamo ancora un ultimo appello al nostro Governo affinché decida di ripensarci ed essere presente”, è la richiesta della campagna Italia Ripensaci”, promossa da Rete italiana Pace e Disarmo e da Senzatomica (partner italiani diIcan – International Campaign to abolish nuclear weapons, premio Nobel per la Pace nel 2017).


Il rischio di una guerra nucleare è più alto di quanto non sia mai stato negli ultimi decenni: le conseguenze umanitarie sarebbero catastrofiche. Eppure, il disarmo non solo si è fermato, ma stiamo assistendo a una nuova irresponsabile corsa al riarmo nucleare. Per questo Senzatomica e Rete Italiana Pace e Disarmo sono a Vienna già da qualche giorno insieme alla società civile di tutto il mondo, a oltre cento governi e alle organizzazioni internazionali. Dopo aver partecipato all’Ican Forum, che ha raccolto proposte e analisi degli attivisti di tutto il mondo tra cui la scelta di disinvestimento finanziario dagli arsenali nucleari promossa da Etica sgr, anche i rappresentanti della società civile italiana saranno oggi protagonisti della Conferenza sugli Impatti Umanitari delle armi nucleari organizzata dal Governo austriaco. Perché è solo dall’assistenza alle vittime e dai ristori ambientali che potranno partire percorsi concreti di disarmo nucleare, anche con il contributo del nostro Paese.
“Abbiamo la responsabilità di incoraggiare gli Stati che possiedono le armi nucleari e che ancora esitano nel prendere una posizione ad abbandonare le loro politiche basate sulla deterrenza – continuano Rete italiana Pace e Disarmo e Senzatomica – Ecco perché essersi riuniti questa settimana a Vienna è così importante. Il contenuto del dibattito internazionale è cambiato: il Tpnw è la nuova norma. Dà voce alla maggioranza degli Stati che non accettano la logica secondo la quale queste armi garantiscano la sicurezza. In realtà esse rappresentano una minaccia per tutti noi e devono essere eliminate”. 

Intanto a Vienna proprio oggi è arrivata la prima firmataria della recente risoluzione sulle armi nucleari adottata dalla Commissione Esteri della Camera dei Deputati, l’onorevole Laura Boldrini che partecipa alla Conferenza internazionale dei Parlamentari convocata per oggi. “Finché ci saranno armi nucleari non saremo mai al sicuro – ha affermato la parlamentare dem  – Per questo trovo importante che parlamentari di molti Paesi, organismi e associazioni internazionali si riuniscano a Vienna per la prima Conferenza degli stati parti del Trattato per la proibizione delle armi nucleari, a cui anch’io prenderò parte. Sono invece molto dispiaciuta che l’Italia non abbia firmato il Trattato e che – a differenza di altri Paesi, inclusi alcuni membri della Nato come Germania e Norvegia – non partecipi neanche alla Conferenza in veste di paese osservatore, come sollecitato in una Risoluzione a mia prima firma approvata da tutta la maggioranza in Commissione Esteri. È comunque un segno di attenzione, se pure a mio avviso insufficiente, che l’Italia partecipi a un’iniziativa a latere, che riguarda gli impatti umanitari delle armi nucleari. Il mio impegno andrà avanti affinché l’Italia si coinvolga sempre di più nel processo di disarmo nucleare”.

Servitù pericolose

Scrive in proposito Andrea Barolini su valori.it: “Il primo F-35 in grado di trasportare testate nucleari è arrivato alla base aerea di Ghedi, in provincia di Brescia. Il caccia sarà a disposizione del 154esimo gruppo (Diavoli Rossi) del sesto stormo dell’Aeronautica militare italiana e potrà essere armato con testate nucleari all’idrogeno B61 di fabbricazione statunitense, modello “12”. «In particolare – ha spiegato Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Italiana Pace e Disarmo – si tratta in questo caso di una versione non più solo a caduta gravitazionale balistica ma che possiede un nuovo sistema di coda, in grado di garantirne la guida con un margine di errore di circa 30 metri». Inoltre, «presentano una potenza “low-yeld” regolabile a 0,3, 1,5, 10 e 50 chilotoni (quella delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki era di circa 20 chilotoni)». 

Mentre a Vienna una parte del mondo si riunisce per immaginare un futuro nel quale la fabbricazione, il possesso e l’uso di armi nucleari sia vietato ovunque, gli eserciti continuano dunque ad aumentare i loro arsenali. E a sparpagliare per il Pianeta ordigni che non possono soltanto “fungere da deterrente” o “far vincere una guerra”: possono innescare una spirale in grado di distruggere l’intera umanità.  

Ancora oggi, a quasi un secolo di distanza dalla Seconda guerra mondiale, la più assurda arma che la mente umana abbia potuto concepire minaccia l’esistenza di tutti noi. Ancora oggi, basterebbe che i codici di alcune valigette finissero in mani sbagliate, per scatenare un inferno dal quale si potrebbe uscire, semplicemente, annientati. Un disastro che alcuni nostri militari, pagati per questo dalla collettività, si addestrano di fatto – quotidianamente – a fronteggiare, gestire e contribuire a generare. 

Alla Conferenza degli Stati che hanno sottoscritto il Trattato per la proibizione delle armi nucleari in programma a Vienna, il governo italiano ha avuto la coerenza di non partecipare. Gli uffici del sottosegretario agli Affari esteri del governo Draghi, Benedetto Della Vedova, hanno confermato che il nostro Paese non sarà presente neppure come osservatore. 

Per lo meno, l’esecutivo evita l’ipocrisia di dispiegare sul territorio testate nucleari e far finta di partecipare alle iniziative per la loro messa al bando. L’Italia, dunque, è e resta una nazione favorevole alla diffusione di bombe atomiche in giro per le basi militari. Sul nostro suolo ce ne sono almeno 70. Quanto basta per radere al suolo qualche decina di nazioni. Qualcuno dirà di sentirsi, così, più al sicuro. La sensazione netta è di sentirsi complici di un’escalation strisciante, silenziosa, pericolosa e del tutto insensata”.

Così Barbolini.

Altro prezioso contributo viene da Daniela Padoan che su Avvenire rimarca: “Per tre generazioni ci siamo attrezzati a considerare normale l’era contrassegnata dalla dottrina strategica militare nota come Mutual Assured Destruction( Mad, “pazzo”, nell’inconsapevole sapienza degli acronimi), cullandoci nella certezza di una Pax europaea garantita dalla costruzione della Ue, premiata nel 2012 con il Nobel per la pace per aver «contribuito a trasformare la maggior parte dell’Europa da un continente di guerra in un continente di pace». Dopo il disastroso incidente avvenuto nella centrale di Chernobyl nel 1986, abbiamo votato a larghissima maggioranza contro la presenza del nucleare civile in Italia, distogliendo lo sguardo dall’evidenza che fin dal 1957 il nostro Paese era utilizzato dagli Stati Uniti per lo schieramento di missili rivolti contro l’Urss e i Paesi dell’Est europeo riuniti nel Patto di Varsavia. Durante la guerra fredda, all’Italia era stato affidato il compito di rispondere a un eventuale attacco contro i Paesi Nato sganciando testate nucleari americane su Praga e Budapest, come affermato dall’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga in un’intervista del 2005. La potenza di anche una sola testata sarebbe stata sufficiente a radere al suolo le due città. Il Muro di Berlino è caduto da più di tre decenni, eppure nella base statunitense di Aviano, in Friuli Venezia Giulia, oggi si trovano almeno venti ordigni nucleari trasportabili con caccia F-16; altre venti bombe atomiche destinate ai caccia Tornado del Sesto stormo dell’Aviazione italiana si trovano nell’aeroporto di Ghedi, vicino a Brescia. In attuazione degli accordi bilaterali con gli Usa e conformemente alla politica Nato, la “condivisione nucleare” prevede che i Paesi ospitanti custodiscano le bombe statunitensi e che, in caso di guerra, i cacciabombar- dieri possano sganciare gli ordigni atomici sugli obiettivi stabiliti. Per essere pronti a svolgere un simile compito, i piloti delle forze armate nazionali si esercitano regolarmente anche in tempo di pace, mentre lo Stato italiano, secondo l’osservatorio sulle spese militari italiane Milex, affronta un costo direttamente riconducibile alla presenza di testate nucleari che può raggiungere i cento milioni di euro annui. 

Le basi di Ghedi e Aviano sono sottoposte alla disciplina del segreto di Stato e il governo italiano non ha mai ammesso, ma nemmeno smentito, la presenza di testate nucleari sul nostro territorio. Un labirinto di irrealtà tiene in ostaggio i cittadini del Nord Est, privati persino della gravitasconnessa a una situazione la cui enormità è ben spiegata in un’analisi del ministero della Difesa, riservata ai membri del Nuclear Operations Working Groupe resa nota da Greenpeace nel 2020. Secondo gli autori del documento, in caso di attacco terroristico, gli or- digni nucleari custoditi nei caveau di Ghedi e Aviano potrebbero deflagrare; gli hangar farebbero da camera di scoppio e diffonderebbero una nube tossica su tutto il Nord Est, causando un numero di vittime che potrebbe oscillare tra due e dieci milioni. 

Per strappare il velo su una realtà tanto più agghiacciante nell’attuale rincorrersi di minacce atomiche tra superpotenze, ventidue associazioni pacifiste hanno commissionato un Parere giuridico sulla presenza delle armi nucleari in Italia alla sezione italiana di Ialana, l’Associazione internazionale degli avvocati contro le armi nucleari, con status consultivo presso le Nazioni Unite. Lo studio che ne è risultato – una chiara denuncia dell’illegalità della presenza degli ordigni nucleari sul suolo italiano, in violazione del Trattato di pace del 1947 e del Trattato di Non Proliferazione del 1968, ratificato dal nostro Paese nel 1975, oltre che di varie norme nazionali e internazionali – non nasconde la paradossale difficoltà di ottenere una condanna in via giudiziaria e un conseguente ordine di rimozione delle armi atomiche statunitensi, ma assume una potenzialità che va oltre l’a- zione giuridica: farci guardare ai vestiti dell’imperatore, per dire che è nudo. I vestiti sono l’insipienza e le convenienze di un potere che sacrifica la sicurezza dei cittadini a un altro concetto di sicurezza; la nudità è la semplice, non nascondibile, presenza in Italia – a 85 chilometri da Milano nel caso di Ghedi, a 95 chilometri da Venezia nel caso di Aviano – di un enorme arsenale atomico, dove le bombe nucleari B61-3 e B61-4 inizieranno a essere sostituite nei prossimi mesi dalle più sofisticate B61-12, dotate di quattro opzioni di potenza, fino a un massimo di 50 chilotoni ciascuna, vale a dire una forza di distruzione superiore a tre bombe di Hiroshima. 

I cittadini, se informati, si esprimono con nettezza: il 74% degli italiani, secondo un sondaggio condotto da You-Gov, e addirittura l’80%, secondo un sondaggio commissionato a Ipsos da Greenpeace, sono a favore della rimozione delle armi atomiche dislocate nel nostro Paese. Dal Parere giuridico redatto dagli avvocati Joachim Lau e Claudio Giangiacomo possono nascere iniziative legali a livello nazionale e internazionale, ma anche un’opera di informazione capace di rendere tutti noi non bersagli inermi e svagati – o, al contrario, troppo oppressi per reagire – ma cittadini consapevoli, decisi a tornare allo spirito della fondazione delle Nazioni Unite, quando, con il documento finale della Sessione speciale sul Disarmo dell’Assemblea generale del 1978 (risoluzione S-10/2), venne chiesto agli Stati di abbandonare l’utilizzo della forza nelle relazioni internazionali e rafforzare la sicurezza tramite il disarmo. Nonviolenza, disarmo ed educazione alla pace continuano a essere gli strumenti che i cittadini del mondo possono, con determinazione, opporre agli interessi che fanno della violenza e della morte un lucroso mercato globale. Il potere nucleare è l’antitesi della democrazia, è un potere esclusivo, politico e militare, chiuso, segreto, che, senza alcun controllo, esercita un arbitrio di vita o di morte sulle comunità umane e sull’ecosistema che le ospita. Nessun diritto all’autodifesa degli Stati ‘sovrani’ precede il diritto alla sopravvivenza dell’umanità…”.

Più chiaro di così non si può.  Ma l’Italia preferisce il signorsì ai generali americani. Stavolta non possiamo prendercela con la destra. Perché alla guida del ministero della Difesa c’è un esponente Pd (Lorenzo Guerini) e il titolare della Farnesina è il pentastellato critico Luigi Di Maio, un tempo, quand’era all’opposizione,  fan dichiarato di Chavez e oggi più Nato di tutti. Potenza di una poltrona ministeriale. 

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