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Nelli Feroci: "Il rischio per Putin? Un secondo Afghanistan"

Sulla guerra tra Russia e Ucraina parla l'Ambasciatore Ferdinando Nelli Feroci, presidente dell’Istituto affari internazionali (Iai) già commissario europeo per l'industria

Nelli Feroci: "Il rischio per Putin? Un secondo Afghanistan"
Ferdinando Nelli Feroci

Umberto De Giovannangeli

5 Marzo 2022 - 12.05


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La guerra in Ucraina, i suoi sviluppi, il vero obiettivo di Putin e la reazione dell’Occidente. Globalist ne discute con l’Ambasciatore Ferdinando Nelli Feroci, presidente dell’Istituto affari internazionali (Iai). Diplomatico di carriera dal 1972 al 2013, è stato Rappresentante permanente d’Italia presso l’Unione Europea a Bruxelles (2008-2013), capo di gabinetto (2006-2008) e direttore generale per l’integrazione europea (2004-2006) presso il Ministero degli Esteri.  L’ambasciatore Nelli Feroci ha anche ricoperto l’incarico di Commissario europeo per l’industria e l’imprenditoria nella Commissione Barroso II nel 2014. Una autorità nel campo delle relazioni internazionali. Leggere per imparare.

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La guerra in Ucraina è entrata nel decimo giorno, tra bombardamenti e corridoi umanitari. Ambasciatore Nelli Feroci, a che punto siamo in questa drammatica vicenda che scuote l’Europa e preoccupa il mondo?

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L’impressione che si ha è che Putin coerentemente insiste su quello che aveva annunciato nel famoso discorso del 21 Febbraio. E che a questo punto voglia occupare non dico tutta l’Ucraina ma per lo meno quanto più possibile di Ucraina, soprattutto i centri urbani importanti. L’obiettivo a mio avviso più plausibile è quello di occupare soprattutto Kiev e lì d’insediare un governo amico, filo-russo. A quel punto negoziare con un governo filo-russo un assetto per il futuro dell’Ucraina. Nel medio-lungo termine non credo che possa mantenere l’Ucraina in un regime di occupazione militare. Avrebbe costi troppo alti ma certamente questa occupazione militare rischia di prolungarsi per vari anni, se vorrà garantire che questo assetto non venga rimesso in discussione il giorno dopo che le truppe russe se ne saranno andate. Il rischio che corre è quello di un secondo Afghanistan. Sui tempi lunghi una popolazione ucraina che ha mostrato di voler resistere a questa aggressione-occupazione darà del filo da torcere agli occupanti.

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A fronte di questo scenario, come valuta la reazione dell’Occidente, dell’Europa e degli Stati Uniti in particolare?

Dati i presupposti, e cioè che non si voleva e non si poteva, per motivi giustificati e comprensibili, intervenire militarmente in maniera diretta nel conflitto, io credo che la risposta sia stata positiva e anche un segnale di forte ricompattamento del partenariato tra Europa e Stati Uniti. La condanna senza se e senza ma di questa aggressione russa, non si è limitata a condanne verbali, ma si è articolata su tre assi che si stanno rivelando molto incisivi quanto alle ricadute sull’economia russa. Una reazione che ha visto tutti i partners europei compatti e che ha visto, stavolta, una forte determinazione dell’Amministrazione americana e del presidente Biden in prima persona. In questa ottica, di particolare incidenza si è dimostrata la decisione di adottare sanzioni molto pesanti nei confronti della Russia, come strumento di pressione non tanto per bloccare l’offensiva militare, perché le sanzioni non possono avere questo effetto, ma per colpire l’economia russa e quindi come è stato detto far pagare un costo quanto più alto possibile all’aggressore. E poi, altro asse importante, la decisione, quella molto più discussa ma a mio avviso doverosa, di fornire equipaggiamenti militari comprese armi letali all’Ucraina. Sono consapevole che quest’ultima decisione è stata anche criticata, ma a mio avviso non si poteva fare altrimenti. Era un segnale tangibile di solidarietà a un Paese e ad un popolo che aveva deciso di difendersi e lo stava facendo in una maniera probabilmente non prevista da parte di Putin. 

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Questa escalation militare non costringe l’Europa, e in essa l’Italia in particolare, a ripensare anche la sua strategia energetica? E’ stato detto e scritto che questa è anche la “guerra del gas”.

Sicuramente questa diventa una necessità non più rinviabile. Oggi, però, abbiamo la necessità di riconoscere che abbiamo commesso degli errori in questo campo. La diversificazione delle fonti di approvvigionamento non s’improvvisa nel giro di qualche settimana. Richiede i tempi necessari per costruire le infrastrutture di trasporto delle fonti di energia. Dico solo una cosa: la strategia più a portata di mano sarebbe quella di acquistare più gas liquefatto, diversificando i Paesi fornitori. Ma per potere utilizzare il gas che arriverebbe in Italia in forma liquida, abbiamo bisogno di impianti di rigassificazione. Noi ne abbiamo tre, di cui due funzionano a scartamento ridotto. E non sono sufficienti per compensare una eventuale sospensione dei flussi di gas che arrivano oggi dalla Russia. Possiamo aumentare il gas che arriva attraverso i 3 gasdotti che si dipanano dal Sud, cioè dall’Algeria, dalla Libia e dall’Azerbaigian, ma anche questo non sarebbe sufficiente. Sicuramente c’è questa necessità, certamente dobbiamo lavorarci rapidamente, ma i tempi sono lunghi.

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Per tornare sullo scenario di guerra. La metto giù un po’ brutalmente: perché Putin vuole attaccare le centrali nucleari?

 Questa è una domanda a cui è difficile rispondere. Credo che, al di là di quello che è successo l’altro giorno a Zaporizhzhia, che voglio sperare che sia un incidente, per Putin è essenziale garantirsi il controllo delle fonti di approvvigionamento energetico dell’Ucraina. Perché nel momento in cui riuscisse ad occupare e a controllare una o più centrali nucleari, potrebbe ricattare il governo ucraino con la minaccia di sospensione dell’erogazione delle fonti d’energia. Volendo ragionare razionalmente: occupazione delle maggiori città; occupazione dei punti strategici delle infrastrutture di trasporto, soprattutto delle ferrovie; occupazione delle centrali nucleari, questo combinato disposto mi sembrano essere i tre elementi di una strategia di progressiva occupazione del territorio dell’Ucraina. Che è un territorio sconfinato. Non può occupare tutto, perché ci vorrebbero milioni di persone. Stiamo parlando di un Paese, l’Ucraina, che è più grande della Francia e con più di 40 milioni di abitanti. Putin deve colpire su alcuni nodi strategici e forse le centrali elettriche sono uno di questi nodi.

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Fin qui abbiamo parlato di geopolitica, di strategia militare, di gas. Ma in tutto questo, quanto pesa anche la storia? Questi riferimenti continui che Putin fa alla “denazificazione” dell’Ucraina, piuttosto che al richiamo al panrussismo se non addirittura ai fasti della Russia zarista, sono soltanto strumentali o c’è qualcosa di più?

Diciamo così: è ovvio che un autocrate che fa partire una operazione di questa natura e di questa portata, ha bisogno di costruire attorno a questa, una narrativa che è soprattutto ad uso e consumo di una opinione pubblica interna che è molto controllata, come abbiamo visto. E’ una narrativa che, volendo tirarla, potrebbe paradossalmente avere pure una sua plausibilità. Non dimentichiamo che fa parte dell’armamentario di propaganda che si usa in questi casi per giustificare una operazione bellica di questa natura. Ma per quanto si possa andare a ricercare nel passato, nella Grande Russia, le motivazioni per operazioni di questo tipo, questo non è sufficiente non dico a giustificarla ma nemmeno a motivarla questa operazione. E anche la tesi secondo cui una Ucraina “filo-occidentale” costituiva una minaccia alla sicurezza della Russia, a mio avviso va letta in maniera più sofisticata…

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Vale a dire?

Non era una minaccia perché lì c’erano testate nucleari o truppe pronte ad aggredire la Russia. Era una minaccia perché era la presenza di un Paese con una forma di governo liberaldemocratica, dove si praticavano alcune libertà fondamentali, malgrado le debolezze della democrazia ucraina, era proprio il rischio di un contagio democratico la cosa che Putin non poteva tollerare ai confini occidentali della Russia. 

Questa contrapposizione con l’Europa, non fa della Russia sempre più una potenza “asiatica”? E questo allontanamento dall’Europa non è una sconfitta anche per noi?

Sicuramente lo è. Perché in teoria, sulla carta, prima di questo episodio, avremmo avuto interesse a ricostruire nel cuore dell’Europa un’architettura di sicurezza condivisa con la Russia. E forse avremmo potuto pensarci un po’ prima. Oggi non è il momento di andare a fare processi alla storia, certo è che medio-lungo termine questo è un problema enorme per noi europei in generale, perché nella migliore delle ipotesi si va a ricostruire una situazione da Guerra Fredda, la contrapposizione tra blocchi. E questo è un rischio enorme, sia nel breve che nel medio periodo. A parte che il conflitto probabilmente non si risolverà nel giro di pochi giorni o di poche settimane, ma quand’anche si dovesse chiudere la parte scottante del conflitto, è difficile che si possa tornare indietro nella storia, ed è difficile che non si finisca col ricadere in una situazione da prima dell’89. E quindi una contrapposizione tra blocchi nel cuore dell’Europa. Una Europa che fino a qualche tempo fa pensava di avere superato questo assetto del continente. E’ sicuramente una sconfitta per tutti.

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