Assassinio di Giulio Regeni, il silenzio della vergogna senza fine

Neanche l’ultima provocazione dell’Egitto, ha provocato una qualche reazione da parte di Conte e Di Maio. Solo una nota della Farnesina. Silenzio anche dal segretario del Pd Zingaretti

Giulio Regeni

Giulio Regeni

Umberto De Giovannangeli 31 dicembre 2020

Niente da fare. Neanche l’ultima, vergognosa, provocazione arrivata dall’Egitto, ha provocato una qualche reazione, degna di questo nome, da parte del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, o del ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. E neanche del segretario del Pd, Nicola Zingaretti, o di altri esponenti della sinistra, forse troppo presi dallo svenate re manovre di Matteo Renzi. Solo un comunicato della Farnesina, e nulla più. Non il richiamo del nostro ambasciatore, e neanche la convocazione di quello egiziano. Siamo al di sotto del “basso profilo”, siamo allo sprofondo della dignità nazionale.


L’ultima provocazione


Il Procuratore generale egiziano ha annunciato ier che per il momento non c'è alcuna ragione per intraprendere procedure penali circa l'uccisione, il sequestro e la tortura della vittima Giulio Regeni, in quanto il responsabile resta sconosciuto": a ribadirlo, in un comunicato, è la Procura generale egiziana. La magistratura italiana il 10 dicembre scorso aveva chiuso le indagini contro 4 appartenenti ai servizi egiziani, passo che precede l'apertura di un processo. Ma la nota diffusa dal Cairo torna a sottolineare che il procuratore "ha incaricato le parti cui è affidata l'inchiesta di proseguire le ricerche per identificare" i responsabili. "Il procuratore" generale egiziano Hamada Al Sawi "esclude ciò che è stato attribuito a quattro ufficiali della Sicurezza nazionale a proposito di questo caso", si afferma inoltre nel testo pubblicato sulla pagina Facebook dell'istituzione cairota, la quale ha evitato di fornire l'elezione di domicilio degli indagati come richiesto invece dalla Procura di Roma.   "Vista la morte degli accusati, non c'è alcuna ragione di intraprendere procedure penali circa il furto dei beni della vittima, il quale ha lasciato segni di ferite sul suo corpo", aggiunge il comunicato.   Il riferimento è ai cinque componenti della "banda criminale" specializzata in rapine a "stranieri", "tra i quali un altro italiano oltre alla vittima", ricorda la nota. Il gruppo fu sgominato in uno scontro a fuoco con forze di sicurezza al Cairo il 24 marzo 2016. Le autorità egiziane sostennero che nel loro covo furono trovati documenti di Regeni, tra cui il passaporto, ma la versione non convinse gli inquirenti italiani. Già nel comunicato congiunto del 30 novembre con la Procura di Roma, quella generale egiziana aveva avanzato "riserve sul quadro probatorio" che, a suo dire, è costituito "da prove insufficienti per sostenere l'accusa in giudizio". 


Nel sostenere che un processo in Italia sarebbe immotivato, la Procura generale egiziana nel suo comunicato accredita la tesi che imprecisate "parti ostili a Egitto e Italia vogliano sfruttare" il caso di Giulio Regeni "per nuocere alle relazioni" tra i due paesi. Ciò sarebbe provato dal luogo del ritrovamento del corpo e dalla scelta sia del giorno del sequestro sia di quello del ritrovamento del cadavere, avvenuto proprio durante una missione economica italiana al Cairo, si sostiene nel testo. 


Nel suo comunicato, la Procura generale egiziana ha sostenuto che a poter essere sfruttati da chi voleva nuocere ai rapporti fra Italia ed Egitto sono stati comportamenti "inconsueti" avuti dal ricercatore friulano. "Per la Procura è stato provato che i comportamenti e i movimenti inconsueti della vittima erano conosciuti da tutti", si afferma nel comunicato che, con implicito ma chiaro riferimento a un atto del capo del sindacato degli ambulanti Mohamed Abdallah aggiunge: "La denuncia che è stata sporta contro di lui era nota". Nell'evocare "misure" prese conducendo le indagini, la Procura egiziana segnala l'audizione di "oltre 120 testimoni" e i "contatti" avuti da Regeni "nell'ambito delle sue ricerche": fra gli altri "con componenti dei sindacati indipendenti, dei venditori ambulanti appartenenti a diverse correnti politiche". In questo quadro, il comunicato riferisce di "sue affermazioni fatte con loro arrivate a criticare il comportamento di alcune correnti politiche del Paese": "Le inchieste avevano inoltre provato che la vittima aveva parlato con i venditori ambulanti sul regime al potere in Egitto e affermato che potevano cambiare la situazione come avvenuto in altri Paesi".   Fra l'altro le indagini hanno "svelato i dettagli della sua vita in Egitto, i suoi viaggi" e "le sue visite in diversi Stati tra cui l'Italia, la Turchia e Israele", scrive la nota con riferimento rispettivamente a un avversario geopolitico attuale (Ankara) e uno passato del Cairo. 


A fronte di questa sequela di provocazioni, di tesi rimasticate e sputate fuori come verità giudiziarie, il massimo prodotto dall’Italia è un comunicato della Farnesina, nel quale si afferma che il nostro ministero degli Affari esteri “ritiene che quanto affermato dalla Procura Generale egiziana relativamente al tragico omicidio di Giulio Regeni sia inaccettabile". In una nota diffusa nella serata di ieri la Farnesina ribadisce "di avere piena fiducia nell'operato della magistratura italiana" e che "continuerà ad agire in tutte le Sedi, inclusa l'Unione europea, affinché la verità sul barbaro omicidio di Giulio Regeni possa finalmente emergere". "La Farnesina auspica che la Procura Generale egiziana condivida questa esigenza di verità e fornisca la necessaria collaborazione alla Procura della Repubblica di Roma". 


Avete letto bene: la Farnesina “auspica che la Procura Generale egiziana condivida questa esigenza di verità...”. Incredibile ma vero. 


La denuncia di Amnesty


“La dichiarazione della Procura de Il Cairo – dice a Globalist Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia – è preoccupante  per la riproposizione del vecchio schema di soggetti estranei alle istituzioni egiziane che avrebbero avuto un ruolo nell’uccisione di Giulio Regeni a scopo di destabilizzare tanto l’Egitto quanto le relazioni con l’Italia. Si ripropone una tesi autoassolutoria ma il fatto grave è che questo riproporre tesi assolutorie e depistaggi arriva dopo che la Procura di Roma ha chiuso le sue indagini e si appresta a rinviare a giudizio non quattro estranei ma quattro funzionari dei servizi civili egiziani. Questo conferma da un lato l’indisponibilità della Procura de Il Cairo a collaborare in alcun modo, addirittura rigetta le conclusioni della Procura di Roma e questo dovrebbe spingere l’Italia, e chi ha responsabilità di governo, a non lasciare di nuovo sola la Procura di Roma, come è successo in lunga parte in questi anni, bensì a protestare in maniera energica sul piano diplomatico rispetto a questa dichiarazione che è offensiva nei confronti del lavoro della Procura ma anche nei confronti di cinque anni d’impegno di più parti di questo Paese per la verità e per la giustizia”.


Una cosa che mi ha colpito in questa dichiarazione della Procura egiziana, è fare riferimento a viaggi che Giulio Regeni avrebbe fatto, oltre che in Italia, in Turchia e Israele, vale a dire in due Paesi che l’Egitto considera ostili, la Turchia di Erdogan in particolare, o Israele, che ritorna puntuale nelle affermazioni propagandistiche dei rais che hanno governano l’Egitto, al-Sisi compreso, quando si vogliono intorpidire le acque.


La tesi della Procura di Roma – rimarca Noury – sul complotto contro l’Egitto non è nuova ma si nutre questa volta di elementi aggiuntivi. Però ruota sempre attorno al dileggio nei confronti di Giulio. Si scrive in questo comunicato della Procura, che Regeni era stato attenzionato perché era sospetto. Poi nonostante fosse ancora sospetto, era stato disattenzionato. Tutta roba incredibile, francamente, e poi tutto era pubblico, cioè tutti sapevano, la denuncia era pubblica. Queste affermazioni fanno cadere le braccia.  Fammi aggiungere che anche nel caso in cui l’obiettivo fosse stato rovinare le relazioni con l’Italia, beh, entrambi i Paesi hanno fatto di tutto per renderle meravigliose, e quindi, ammesso, e non è così, che quello fosse l’obiettivo, è fallito completamente, e tirarlo fuori ancora oggi mi pare assurdo.


Nel frattempo anche il minimo sindacale che un Paese con la schiena diritta e un briciolo di dignità, avrebbe dovuto fare, a fronte di queste continue provocazioni e schiaffi in faccia, richiamare l’ambasciatore o almeno convocare quello egiziano, resta qualcosa di irrealizzabile.


Sembra proprio escluso a priori dalle opzioni. Nel frattempo, e questo va bene, si rilancia la carta dell’impegno europeo, con il Consiglio europeo dovrebbe riunirsi il 25 gennaio, al quale l’Italia farà appello per un’azione concorde anche volta a spingere l’Egitto a s delle celte diverse come ad esempio rendere disponibili gli imputati. Però non sono scenari e strategie alternative. Altrimenti sembra quasi che la vecchia formula “è una questione che riguarda l’Europa” si applica anche in questo caso. Riguarda l’Europa, sì, però fondamentalmente riguarda prima l’Italia.


E riguarda l’Italia anche la vicenda di Patrick Zaki.


Certo che sì. Alle dichiarazioni del ministro Di Maio, che ha concordato che è una storia anche italiana e che ha preso un impegno per riportare presto Patrick ai suoi famigliari, noi diamo fiducia ma chiediamo che seguano dei fatti. A tal proposito, c’è una scadenza importante, immediata, che il 7 gennaio, il Natale dei copti, e non abbiamo perso la speranza che quel giorno Patrick lo passi a casa con la sua famiglia. Però non esce dal carcere da solo, questo è chiaro. Le chiavi di quella cella sono in tante mani. Anche in quelle del Governo italiano.