Libia 2011, cronaca di una guerra criminale che fu spacciata per ingerenza umanitaria

Un raìs, corteggiato fino a qualche settimana prima, in primis da Francia e Italia, trattato come il peggiore sanguinario autocrate esistente sulla faccia della terra. Eliminato un testimone scomodo

Sarkozy e Gheddafi

Sarkozy e Gheddafi

Umberto De Giovannangeli 28 giugno 2020

Un crimine contro l’umanità. Spacciato per “ingerenza umanitaria”. Un raìs, corteggiato fino a qualche settimana prima, in primis da Francia e Italia, trattato come il peggiore sanguinario autocrate esistente sulla faccia della terra. E’ stata ”venduta” come guerra la terrorismo, quando quell’intervento militare il terrorismo jihadista, targato Isis o al-Qaeda, ha finito per rafforzare. Non hanno eliminato un dittatore, ma un testimone scomodo per l’Occidente. Come lo era diventato Saddam Hussein.


La madre di tutti gli errori


Una guerra per il petrolio. Questa è stata la “madre di tutte le sciagure” che dal 19 marzo 2011 ad oggi hanno marchiato a sangue il Paese nordafricano. Senza memoria, non c’è futuro, si ripete spesso, e a ragione. E la memoria, si sa è labile, soprattutto quando non viene coltivata., per convenienza o perché si hanno scheletri nell’armadi e verità inconfessabili. La prima delle quali è che quella guerra del 2011, della quale l’Italia è stata parte attiva,  fu  un crimine contro l’umanità.


La foglia di fico chiamata Onu


Come accadde per la guerra in Iraq, motivata da un inesistente armamento nucleare del regime di Saddam e da ancor meno esistenti rapporti tra Baghdad e al-Qaeda, anche per la guerra in Libia le potenze in armi cercano e ottengono la copertura “legale” del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Allora, per la seconda guerra in Iraq, la “pistola fumante” presentata dal segretario di Stato americano, ex capo degli stati maggiori americani, riguardava prove, fotografiche per lo più, che avrebbero dovuto dimostrare al mondo che Saddam Hussein si stava dotando di armamento nucleare. Era tutta una invenzione. Ma chi la coprì e la usò per entrare in guerra, uno per tutti Tony Blair, ancora gira il mondo per conferenze che arricchiscono il suo conto in banca.


Ma torniamo ala “foglia di fico” del Palazzo di Vetro.


La risoluzione 1973 dell’Onu, approvata dal Consiglio di sicurezza, autorizza la comunità internazionale a prendere “ogni misura necessaria”, esclusa l’invasione di terra, per proteggere i civili libici e disarmare il regime di Muammar Gheddafi. Dei quindici membri del Consiglio di sicurezza, hanno votato a favore Bosnia, Colombia, Francia, Gabon, Gran Bretagna, Libano, Nigeria, Portogallo, Sudafrica e Stati Uniti. Gli altri cinque paesi membri si sono astenuti: sono Russia, Cina, India, Germania e Brasile. In attuazione della risoluzione 1973, dal 19 marzo 2011  una coalizione internazionale ha colpito vari obiettivi militari sul suolo della Libia. Fanno parte di questa coalizione Francia, Stati Uniti, Gran Bretagna, Italia, Emirati Arabi Uniti, Danimarca, Canada, Belgio, Grecia, Norvegia, Qatar e Spagna.


Fatta la risoluzione, scoperto l’inganno. Sì perché questa è anche, e soprattutto, la storia di un crimine “mascherato” nei suoi veri intenti. Stando ai dettami della risoluzione 1793, l’obiettivo di quell’azione militare è “è proteggere i civili e far cessare le violenze. Quindi l’obiettivo non è liberarsi di Gheddafi: “Gli obiettivi di questa missione sono limitati e non prevedono la sua uscita di scena: la missione può essere completata anche con la permanenza al potere di Gheddafi”, assicura in quei giorni l’ammiraglio Mullen, Capo di stato maggiore Usa. Sappiamo come è andata a finire.


Italiani, brava gente...


L’Italia ha attivamente partecipato al bombardamento della Libia dal 28 aprile. Giorno e notte, i caccia italiani sono decollati dalla base aerea di Trapani Birgi in Sicilia e dalla portaerei Garibaldi per prendere parte alla guerra contro la ex colonia italiana.


Poche settimane prima, il ministro degli Esteri del governo Berlusconi, Franco Frattini, aveva detto sul sito web della Farnesina che l’Italia non dovrebbe partecipare attivamente alla guerra contro la Libia: “Se un aereo italiano bombardasse la Libia e colpisse dei civili, l’intervento sarebbe controproducente”.


La decisione di partecipare alla guerra, nonostante il passato coloniale, ha avuto luogo dopo i colloqui tra il premier Silvio Berlusconi e il presidente francese Nicolas Sarkozy, il 26 aprile a Roma su come affrontare la questione degli immigrati africani. Sarkozy e Berlusconi erano d’accordo nel rifiutare “qualsiasi operazione di commercializzazione o di trasporto di idrocarburi da cui possa trarre vantaggio il regime di Gheddafi”. Subito dopo, il Cavaliere di Arcorei, che in passato non aveva mai nascosto le sue simpatie personali per l’amico Muammar (ricordate il bunga bunga?) annuncia che l’Italia avrebbe partecipato attivamente alla guerra dal 28 aprile.


La partecipazione dell’Italia nella guerra nasce dalla paura che possa perdere la sua influenza in Libia a vantaggio di Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. Il Financial Times ha osservato: in proposito: “Il battibecco italo-francese sull’immigrazione fa seguito ad aspri disaccordi sulla Libia. L’Italia è stata trascinata in una guerra che avrebbe preferito evitare, temendo che un asse Parigi-Bengasi possa interferire con i suoi notevoli interessi nel petrolio e il gas della Libia”.


La versione di Napolitano


La decisione di affiancare la Francia nella guerra in Libia contro Muammar Gheddafi nel 2011 fu presa dal governo Berlusconi e “approvata con schiacciante maggioranza” dal Parlamento. In un’intervista a La Repubblica Giorgio Napolitano ripercorre la catena delle decisioni assunte all’epoca dall’Italia. “Dire che il governo fosse contrario e che cedette alle pressioni del capo dello Stato in asse con Sarkozy, non corrisponde alla realtà – spiega il presidente emerito al quotidiano – i miei rapporti con l’allora presidente francese erano di certo poco intensi e tutt’altro che basati su posizioni concordanti in un campo così controverso. E non soltanto io trovai fondate le considerazioni del Consigliere Archi, ma concordarono con esse anche autorevoli membri presenti del governo, come il Ministro della Difesa La Russa“.


L’ Italia – ricorda Napolitano – era interessata a che il da farsi sul piano internazionale in difesa dei diritti umani e del movimento della primavera in Libia non rimanesse oggetto di una sortita francese fuori di ogni regola comune, ma si collocasse nel quadro delle direttive dell’Onu e nell’ambito di una gestione Nato“. Nella sede informale del Teatro dell’Opera, continua Napolitano, “potemmo tutti renderci conto della riluttanza del presidente Berlusconi a partecipare all’ intervento Onu in Libia. Il presidente Berlusconi ha di recente ricordato il suo travaglio che quasi lo spingeva a dare le dimissioni in dissenso da una decisione che peraltro spettava al governo. Che egli abbia evitato quel gesto per non innescare una crisi istituzionale al vertice del nostro Paese, fu certamente un atto di responsabilità da riconoscergli ancora oggi. Però, ripeto, non poteva che decidere il governo in armonia con il Parlamento, che approvò con schiacciante maggioranza due risoluzioni gemelle alla Camera e al Senato, con l’adesione anche dell’allora opposizione di centrosinistra“.


Con il suo consueto “stile” muscolare, Matteo Salvini commenta così l’intervista del presidente emerito: “Napolitano non dovrebbe essere intervistato, pagato e scortato, dovrebbe essere processato“, scriveva il leader della Lega Nord su Twitter.


Ma tutto questo fa parte della miseria della politica interna italiana.


Una “Norimberga” libica


Molto più serie sono le riflessioni che il più autorevole studioso italiano del Nord Africa, Angelo Del Boca sviluppò,  a pochi mesi dall’inizio della guerra, in una intervista concessa a chi scrive: “E’ una storia che si può guardare da molti lati, e comunque la si analizzi resta sempre una brutta storia. Perché è vero che c’è stata una risoluzione, la 1973, del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che autorizzava l’attacco alla Libia di Gheddafi, ma poi questa facoltà è stata sicuramente snaturata, nel senso che ciò che si sta cercando di fare in tutti i modi è assassinare Gheddafi. Ormai nessuno tace su questa ipotesi. Gli stessi rappresentanti della Nato ammettono che se il Colonnello viene colpito e fatto fuori è ancora meglio…E’ quindi una guerra ‘strana’”. Strana, spiega Del Boca, “perché in realtà la Francia ha un suo obiettivo, l’Italia un altro e gli Stati Uniti un altro ancora. Ma in definitiva nessuno sa come uscirne. E’ una guerra nata sotto una cattiva informazione e continua ad essere corredata da storie inverosimili, da veri falsi”.


L’ultima risposta dello storico del colonialismo italiano, autore di una delle più documentate biografie su rais libico (Gheddafi. Una sfida dal deserto (Laterza) -   vista con gli occhi dell’oggi, ha un valore profetico: “Nel dopo-Gheddafi si parla di mandare un centinaio di osservatori e poi anche alcune migliaia di soldati, turchi si suppone, per mantenere quel minimo di tranquillità dopo la guerra. Queste sono le ipotesi formulate in ambito Nato. Io invece prevedo un terribile caos nella Libia di domani, una “somatizzazione” dell’intero Paese. Vi saranno molte vendette consumate, e poi bisogna vedere che cosa accadrà sul piano delle speculazioni, perché non credo proprio che Sarkozy abbia puntato tutto sulla guerra solo per guadagnare qualche punto sul piano elettorale. Penso che ci saranno molti interessi petroliferi in gioco e a farne le spese di questo cambiamento sarà sicuramente l’Italia”.


Così è stato. Così è., Democrazia, stabilità, elezioni: in qualunque lingua declinate – italiano, francese, egiziano, russo, arabo, turco ...- sono comunque parole prive di valore reale in una Libia dove a dominare, nove anni dopo quella guerra “umanitaria”, è il caos. Un caos armato. Perché, nove anni dopo la caduta del Colonnello – divenuto scomodo per i Sarkozy di turno, e per quanti in Italia avevano fatto la fila per accreditarsi e fare affari con il rais libico – la Libia è questo: uno Stato fallito.


Caos armato


Uno Stato dominato da “signori della politica” che per contare davvero si sono trasformati in capi fazione con tanto di scherani assoldati con i proventi petroliferi. Trafficanti di uomini che moltiplicano a dismisura il proprio fatturato, salvo poi sparare addosso a migranti che non rispettano ordini e pagamenti, o che diventano di intralcio per altre operazioni via mare. E ancora: un territorio in cui agiscono 300 gruppi armati, molti dei quali in combutta con gli scafisti o al servizio di potenze esterne.


E’  la “nuova Somalia” alle porte dell’Italia: la Libia del dopo-Gheddafi.  Soluzione può essere soltanto politica, non militare, ripete per la millesima volta il presidente del Consiglio, ricevendo a Palazzo Chigi il suo omologo libico. La solita photo opportunity , le solite dichiarazioni di stima e di amicizia, il tempo di rientrare a Tripoli, e Sarraj torna a calzare l’elmetto. . La liberazione della città di Sirte e della zona di Al Jufra dai mercenari russi e dai gruppi criminali è diventata più urgente che mai e siamo determinati a realizzarla". Lo si legge in un comunicato del portavoce dell'Operazione "Vulcano di rabbia" condotta dal Governo di accordo nazionale, Mohamed Gununu , che prosegue affermando: "Riteniamo responsabili le parti libiche che hanno sostenuto i ribelli e i golpisti della presenza dei mercenari russi, siriani e africani che hanno preso il controllo dei giacimenti petroliferi in Libia". "E riteniamo allo stesso modo responsabili - aggiunge - gli stati arabi e stranieri, che hanno sostenuto i mercenari, contribuito a farli venire in Libia, facilitare la loro entrata nel Paese, e che tentano oggi di proteggerli facendo dei loro siti delle linee rosse da non oltrepassare". Non li chiama per nome, il portavoce di Sarraj, ma tutti sanno a chi si riferisce: Egitto, Emirati Arabi Uniti, Russia e, sia pure in modo più defilato, la Francia.
Allora, prosegue, è "inaccettabile parlare di un cessate il fuoco nel momento in cui mercenari stranieri occupano Sirte e Al Jufra e controllano i campi petroliferi libici in combutta con i ribelli e i golpisti, e con delle parti straniere note ormai a tutti". "Siamo stati i primi a far appello al dialogo e ad aver risposto alle iniziative pacifiche quando invece i ribelli e i golpisti, sostenuti dalle forze e dai paesi stranieri, si basano sulla loro forza militare per impadronirsi del potere, annientare la volontà dei libici e infrangere il loro sogno di costruire il proprio stato civile". 


Con buona pace della soluzione politica.


In questa terra di nessuno, parlare di una tregua capace di reggere è inseguire un’illusione. Perché l’unica tregua che può davvero reggere è quella che si basa sulla ripartizione condivisa (da capi milizie, capi tribù, parte dei quali eterodiretti dall’esterno) dei proventi petroliferi. Una terra di nessuno dove migliaia di esseri umani sono stati, e continuano ad esserlo, imprigionati, torturati, stuprati, rivenduti come schiavi, e schiave sessuali, da organizzazioni criminali in combutta con signori della guerra mascherati da improbabili statisti. In migliaia sono morti sulla rotta del Mediterraneo, tanti altri nelle fosse comuni nel deserto.


Queste vite spezzate pesano sulla coscienza di coloro che, nel marzo 2011, decisero di muovere guerra in Libia. Erano capi di Stato e di Governo di un Occidente, e di un’Europa, che si volevano portatori di democrazia e di diritti umani. Ma la storia racconta un’altra verità: coloro che hanno deciso quella guerra, hanno perpetrato crimini contro l’umanità. E per questo meriterebbero di sedere sul banco degli imputati in una “Norimberga” libica.