Il generale Angioni: "Il caos in Libia? I risultati di quella sciagurata guerra"

Parla l'ex comandante delle truppe terrestri Nato nel Sud Europa e del contingente italiano in Libano

Guerra civile in Libia

Guerra civile in Libia

Umberto De Giovannangeli 20 maggio 2020

Il caos libico e un Medio Oriente che resta una polveriera pronta ad esplodere. Globalist ne parla, in questa intervista esclusiva, con generale Franco Angioni, già comandante delle truppe terrestri Nato nel Sud Europa e del contingente italiano in Libano negli anni più duri della guerra civile che dilaniò il Paese dei Cedri.


Generale Angioni, nonostante l’emergenza Covid, in Libia a dettar legge è ancora e sempre la “diplomazia delle armi”.


“Non solo la Libia ma tutto il continente africano è una potenziale e pericolosissima mina vagante, Voler considerare la Libia di oggi come se si trattasse di una nazione organizzata su principi di carattere politico e strategico tradizionali, è una bestemmia. L’attuale confusione esistente in quest’area nordafricana a noi particolarmente conosciuta non consente di esprimere sulla Libia di oggi qualsiasi considerazione logica e avveduta. A regnare oggi in Libia è il caos, un caos armato, è la confusione, l’illecito, la malvagità, gli interessi più abietti che possono essere presi in considerazione in una comunità umana. La tragedia della Libia coinvolge esseri umani che con la Libia non hanno nulla a che fare e che anzi sarebbero ben felici di non essere in quel territorio, in quell’inferno.  Purtroppo per l’umanità, la Libia è la meta di decine di migliaia di persone dell’Africa disperate al punto di essere disposte a correre il rischio di essere uccise pur di avvicinarsi all’Europa. La Libia  è oggi una ‘palestra’ di arroganza nella quale agiscono attori esterni che conducono una guerra per procura. Pensare di poter affrontare questa situazione con qualche nave è una sciocchezza, una pericolosa sciocchezza. Sarebbe auspicabile che un organismo sovranazionale, come l’Onu ad esempio, imponesse con decisione la propria presenza non tanto per risolvere la drammatica situazione che segna la Libia ma almeno per ridurre il numero delle vittime. Mi lasci aggiungere che l’individuazione di una efficace strategia politica per la stabilizzazione della Libia, avrebbe bisogno di due premesse fondamentali: una condivisione d’intenti tra tutti gli attori esterni che hanno fatto di quella libica una guerra per procura, e una sana autocritica sul passato. Quanto alla prima premessa, mi pare che siamo molto lontani dalla sua realizzazione...”.


E sull’autocritica per il passato?


“Anche qui, il piatto piange. Il caos attuale è il prodotto della decisione di alcune nazioni, soprattutto europee, di intervenire militarmente nella politica e negli interessi della Libia, sottovalutando, in termini assoluti, le conseguenze di carattere politico, economica e di sicurezza interna, che quell’intervento- la guerra del 2011 che portò alla caduta del regime di Muammar Gheddafi e all’uccisione del raìs libico- poteva provocare, ed ha provocato. Il caos nasce da lì, da una scelta rivelatasi sbagliata e che non ha certo favorito la stabilità e la pacificazione di quel Paese. Si è intervenuti militarmente dimostrando di non avere cognizione della complessità della realtà libica, del ruolo delle tribù, delle milizie che agivano sul terreno, della storica divisione tra Cirenaica e Tripolitania, Bengasi e Tripoli.  Non conoscenza o colpevole sottovalutazione. Si è voluto attuare un rimedio che, alla prova dei fatti, si è rivelato peggiore del male. Eliminare una dittatura, e il discorso non riguarda solo la Libia ma anche altre realtà mediorientali, senza una visione di carattere politico-strategico per il dopo, vuol dire non possedere capacità di previsione politica. E questo è molto grave. Lo lasci dire a uno che ha passato buona parte della sua vita sul campo: quello militare è uno strumento che in determinate circostanze e situazioni non può non essere utilizzato. Ma quello militare resta, o dovrebbe restare, pur sempre uno strumento e non un fine. Uno strumento al servizio di una lungimirante visione politica. Ciò non è avvenuto in Libia”.


L’Italia, con il premier Conte e il ministro degli Esteri Di Maio, continua a sostenere che non esistono soluzioni militari alla crisi libica.


E’ un’affermazione condivisibile, a patto che non si traduca in un attendismo politico-diplomatico che finirebbe, nonostante l’Eni, per porre il nostro Paese ai margini della partita libica, e questo sarebbe disastroso per i nostri interessi nazionali. L’Italia deve ambire ad avere un ruolo importante nel Mediterraneo, senza il quale rischiamo una pericolosa marginalizzazione in un teatro, quello del Nord Africa e del Medio Oriente, che per noi è sempre stato strategico”.


In questo scenario tormentato che ruolo può svolgere l’Europa?


Un ruolo di straordinaria importanza, per certi versi unico nel panorama internazionale. Se c’è un soggetto il cui intervento può ridurre le grosse perturbative di carattere sociale che sono all’orizzonte dell’umanità, questo soggetto è l’Europa. Lo stesso non si può dire per l’America o la Russia”.


Perché?


Per la sua profonda cultura e vocazione alla pacifica convivenza”.


Generale Angioni, lei che ha conosciuto sul campo eserciti e milizie mediorientali, cosa pensa dei curdi siriani e della loro resistenza su cui si sono ormai da tempo spenti i riflettori dei media?


Vede, il sentimento che ho provato  di fronte agli eventi che hanno segnato il Nord della Siria è di profonda amarezza nei riguardi di un popolo che meriterebbe rispetto e assoluto sostegno. Ed è un sentimento che continuo a mantenere”.


Dalla Siria allo Yemen, dall’Iraq alla Palestina: l’unica logica che presiede alla storia del Medio Oriente è quella della forza?


“Siamo consapevoli, e non da oggi, dell’esistenza della polveriera mediorientale. Noi europei non ce ne possiamo disinteressare, ne vale della nostra stessa sicurezza, ma siamo consapevoli che non possiamo intervenire in maniera diretta. Siamo convinti che la soluzione sia l’Onu, ma siamo anche consapevoli che questa più che una speranza sia una illusione. Il dato sconfortante è che al momento, e non si sa per quanto tempo, la nostra speranza è che ancora una volta gli Stati Uniti si facciano carico, ovviamente col sostegno dell’Europa, di una sia pur precaria stabilizzazione del Medio Oriente. Ma con un presidente come Donald Trump è molto difficile crederci”.


Lei ha vissuto in prima linea gli anni sanguinosi della guerra civile in Libano. La sua esperienza maturata sul campo,  può essere utile a capire una cosa: come ci si libera, senza avventure militari, di un dittatore, quale indubbiamente è Bashar al-Assad?


”Chi ha conosciuto il Medio Oriente sa benissimo che è una pentola in continua ebollizione. Chi è amante della pace e del diritto internazionale, deve e può intervenire solo per ripristinare una convivenza indispensabile, sia per i protagonisti che per le nazioni indirettamente coinvolte. Mai come in un momento come questo, che vede sulla scena internazionale personaggi che possono superare pericolosamente confini che dovrebbero essere invalicabili, c’è necessità assoluta di saggezza e moderazione, per evitare che la pentola mediorientale in ebollizione finisca per spargere pericolosi ‘vapori’ in grado di appestare l’intero Medio Oriente”.


Generale Angioni, dallo scenario siriano e più in generale da quello del Grande Medio Oriente, sembra essere scomparso il terrorismo jihadista, l’Isis, al-Qaeda etc. Significa che questo pericolo è stato neutralizzato?


“”Niente affatto. Il terrorismo non compare se non può essere protagonista. Di certo non sparisce, attende semplicemente momenti migliori per colpire e perseguire, magari sotto sigle diverse, i propri obiettivi. Nella grande confusione come è quella che caratterizza attualmente la Siria, il terrorismo attende momenti migliori per colpire. Il rischio è che un’azione militare occidentale in Siria offra ai gruppi del radicalismo islamico armato, nuove armi di propaganda per ergersi a difensori del mondo arabo e musulmano attaccato di nuovo dall’Occidente”.