di Stefano Giangreco
Lo sciopero generale indetto dalla CGIL per il 12 dicembre non è un rituale del passato. È il segnale che una parte vasta del Paese ha smesso di credere che la politica sappia ancora interpretare la realtà.
Per tre anni lavoratori e pensionati hanno pagato, attraverso il fiscal drag, oltre 25 miliardi in più. Salari e pensioni non tengono il passo dei prezzi, i contratti stagnano, l’età pensionabile avanza più della vita stessa. E la risposta della manovra è una somma di rinvii e tagli: nessuna redistribuzione, nessuna visione, nessuna protezione per chi sostiene la macchina economica.
La protesta tocca tutto: la precarietà che divora il futuro dei giovani, il definanziamento di sanità e istruzione, l’assenza di politiche industriali capaci di creare lavoro stabile. E cresce il malumore davanti a un Paese che investe più nel riarmo che nei servizi essenziali.
Il governo replica con la parola d’ordine del momento: “rigore”. Ma è un rigore che pesa sempre sugli stessi. Una riforma fiscale progressiva, una tassa reale sugli extraprofitti, una seria lotta all’evasione restano promesse di stagione, non scelte di governo.
Il blocco quasi totale del trasporto ferroviario non è solo un disagio. È un avvertimento: quando una società deve fermarsi per farsi ascoltare, significa che il circuito istituzionale si è inceppato. Anche i Vigili del Fuoco, simbolo di dedizione, arrivano allo sciopero pur nel rispetto dei servizi essenziali: un segnale che non dovrebbe essere ignorato.
La domanda che incombe non è se lo sciopero sia condivisibile. È come si sia arrivati al punto in cui milioni di persone vedono nello sciopero l’unico strumento di dialogo rimasto. Se la politica continuerà a negare la profondità del disagio sociale, la frattura non potrà che ampliarsi.
Il Paese si ferma. Chi lo governa farebbe bene, almeno per un giorno, a fermarsi anche lui e ascoltare