1400 società offshore per depredare l'Africa di materie prime e risorse naturali

Nuovo capitolo di Panama Papers, l'inchiesta condotta dal consorzio di giornalisti Icij.

Estrazione risorse in Africa

Estrazione risorse in Africa

globalist 25 luglio 2016

Sarebbero oltre 1.400 le società offshore utilizzate da società occidentali per depredare l’Africa di tutte le sue materie prime e delle risorse naturali. È quanto è emerso da PanamAfrica, branchia dei più celebri Panama Papers, ovvero l’inchiesta sui documenti riservati di oltre 120mila società offshore dell’archivio dello studio Mossack Fonseca, che è stata svelata dai giornalisti associati Icij e che in Italia è stata pubblicata da l’Espresso.


Ma se Panama Papers si concentrava sulle migliaia di società offshore utilizzate per spostare i profitti in Paesi con tassazioni bassissime o addirittura nulle, PanamAfrica riguarda il modo in cui politici, militari, manager e imprenditori hanno utilizzato queste stesse società schermate per spartirsi i profitti, nella maggior parte dei casi illeciti, che venivano dallo sfruttamento delle risorse naturali di tutto il continente africano. Secondo l’inchiesta 44 Stati sui 54 in totale dell’Africa sono interessati da queste nuove rivelazioni.


Petrolio, gas, oro, diamanti e altri metalli preziosi, erano sottratti regolarmente alle popolazioni locali e, attraverso le società offshore, spostati in luoghi come British Virgin Islands, Seychelles o Dubai, ovvero in luoghi dove esiste la possibilità di avere regimi legali di anonimato che permettono ai proprietari di queste società di nascondere anche i casi più gravi di corruzione e riciclaggio di denaro sporco.


Scrive Il Fatto Quotidiano nella sua versione online: “Tra gli affari realizzati da queste offshore ce ne sono alcuni già al centro di inchieste giudiziarie avviate in nazioni africane e in altri Paesi tra cui Stati Uniti, Svizzera, Gran Bretagna e Italia. La Penisola in particolare è citata per le indagini in corso sull’algerino Farid Bedjaoui che presso Mossack Fonseca aveva costituito 12 società-schermo usate, secondo l’inchiesta, per mascherare un traffico di mazzette spostate tra diversi Paesi. Bedjaoui è al centro di un’inchiesta italiana su Saipem, in cui è indagato anche l’ex numero uno di Eni Paolo Scaroni, per una presunta maxi-tangente da 198 milioni di euro pagati dal colosso italiano degli impianti energetici al ministro algerino Chekib Khelil, in cambio di appalti per oltre dieci miliardi di dollari e la costruzione di un gasdotto di petrolio e gas dal deserto del Nord Africa al Mediterraneo. Secondo i giornalisti dell’Icij, Bedjaoui nel ruolo di intermediario, Khelil e alcuni manager di Saipem si sarebbero incontrati nelle stanze dell’hotel Bulgari di Milano, un palazzo settecentesco tra l’orto botanico e La Scala. In più di cinque anni, riporta l’indagine, il conto di Bedjaoui nell’hotel al centro di Milano ha superato i 100mila dollari”.


Soprattutto la Nigeria è al centro del nuovo scandalo PanamAfrica: coinvolti tre ex ministri del petrolio clienti di Mossack Fonseca. Secondo le indagini, i tre ex ministri hanno usato le società offshore per comprare imbarcazioni e ville a Londra. Tra i primi nomi coinvolti nell’inchiesta c’è quello di Kolawole Aluko,  proprietario di un gigantesco yacht, il Galactica Star, affittato anche alla popstar Beyoncé e suo marito Jay-Z a 900mila dollari per una settimana al largo di Capri. Aluko, imprenditore del petrolio e dell’aviazione, è accusato, insieme ad altre quattro persone, di aver sottratto alla Nigeria quasi un miliardo e 800 milioni di dollari, dovuti al governo per vendite di petrolio. Si tratta del 12% de Pil nigeriano, che ogni anno è perduto in flussi finanziari illeciti.


Per portare alla luce questo nuovo scandalo, all’inchiesta PanamAfrica hanno partecipato oltre quaranta giornalisti di testate europee e africane appartenenti a venti nazioni diverse.