Non mi è stato facile entrare nella sala cinematografica romana dove proiettavano il film “Mar Musa”, di Shahab Kermani, che in questi giorni è in altre città italiane. (Non so se possa essere visto on line).
Infatti a differenza di molti altri io non posso dire di amare Dall’Oglio perché amo Mar Musa, io amo Mar Musa perché amo Dall’Oglio. Prima di conoscerlo sapevo pochissimo di questo monastero , Mar Musa, cioè San Mosè l’Abissino, Mar Musa al Habashi il nome completo. Un grande personaggio questo San Mosè l’Abissino, sul quale so che finalmente sta lavorando Martin Scorsese.
Dunque sono entrato in sala con in testa una frase di Paolo. Era intervistato da TV2000. A un certo punto, non ricordo bene il contesto, dice all’intervistatore che Gesù sui musulmani gli ha raccomandato una cosa precisa: “amameli”. In questi giorni ancora segnati da alcuni che trovano troppo anche le schede predisposte dalla CEI sull’islam per gli insegnanti di religione, come se fosse reato parlare del mondo, quella sua frase non riusciva a lasciarmi, ma questo non mi è capitato mentre leggevo delle schede scandalose per alcuni, forse una chiassosa minoranza, non so, mi è successo mentre entravo nella sala dove la parola “Mar Musa” per me continua a riassumere la forza carismatica della sua presenza, del suo eloquio, della suo cattolicesimo romano e appassionato.
Lo spettatore normale però può facilmente differire da me: magari di Paolo Dall’Oglio, del suo sequestro, del fatto che di lui non si sia saputo più nulla dal 2013 e che questo appaia normale, ne avrà sentito, ne avrà letto, ma può non viverlo come uno smacco personale, una ferita qui, sul braccio, che non si rimargina, da anni. Il film però è riuscito a mettere in crisi questa mia rigida scaletta interiore quando ho sentito dire, con grande semplicità, quasi di passaggio, che proprio questo, il fatto che Paolo sia stato inghiottito nel buio pesto siriano, lega Mar Musa, la comunità fondata dal prete scomparso, a un mare di siriani, che hanno in famiglia un analogamente “desaparecido”, uguale spiccicato al loro. Il mistero di Paolo è il mistero di troppi. Allora capisci che lui incarna la storia di un popolo, come lui espulso dalla sua casa da Assad e sequestrato dall’Isis: due attori con una relazione, che non si chiarirà. Dunque quella frase è stato un colpo, che sposta la scena dal nostro a quel contesto. Questo non relativizza il caso di Paolo, dice che chi è oggi a Mar Musa continua ad essere come gli altri siriani, con gli altri siriani, negli altri siriani, tenendo con loro anche Paolo, la testimonianza che continua in quel fiume, che ancora scorre nella vita siriana e quindi nel mondo. Percepire questo cambia la scala interiore, l’ordine dei propri pioli.
Intanto però sullo scherno stanno arrivando dei giovani, cristiani e musulmani, nel monastero: qualcuno di loro avrà un parente rapito, inghiottito nel buio siriano? Ci saranno anche persone di altre fedi, persone senza fede, o persone in ricerca; alcuni non siriani, che entrano e escono anche loro, a volte cercando se stessi, suppongo: si affacciano anche nella mia vita mentre scorre la pellicola, che continua il suo racconto, un racconto quotidiano, che appare ordinario e proprio questo lo rende straordinario. Durante la proiezione Mar Musa è entrata anche in questo nostro fiume romano, lì, a pochi passi dall’Università dove ho studiato, tanti anni fa. Vedendo Mar Musa vivere a due passi dai luoghi dove ho vissuto i complessi anni Settanta, mi è parso che il silenzio di Paolo sia diventato una voce presente, non solo nel film, ma anche in questa nostra vita. Quella vita quotidiana, quelle preghiere, quei canti a Mar Musa, erano a due passi da dove ho studiato, a due passi da dove altri spettatori magari vanno dal dottore, o vivono, o passano per andare alla stazione. Questo è naturale se si pensa alla forma, la proiezione di un film, ma è forte per la qualità ordinaria, quotidiana del racconto, quello che lo fa veramente straordinario. E dunque Mar Musa era a Roma, con una forza invadente, benché fosse discreta, e proprio per questo toccava le nostre chiusure, le nostre barriere, le nostre solitudini urbane. In quella pellicola c’era solitudine? Magari mancavano confort, ma non visto solitudini. In un certo senso Paolo ( cioè il mio vero interesse, la mia vera attrazione, il vero motivo per cui ero lì) più che nei toni, quelli di Paolo sono irripetibili, l’ho trovato negli sguardi. Sguardi che non pretendevano di ergersi davanti allo spettatore, piuttosto di avvicinarlo, amichevolmente, direi sguardi di monaci e monache che sanno cucire il passato al presente e che quindi in quelli di chi vediamo passare a Mar Musa- percorrendo quella scalinata che fa sentire fatica solo a guardarla- si proiettano in avanti, e ci chiedono se non intendessimo farlo anche noi. Solo uscendo ho pensato a immaginare queste categorie di persone tra i visitatori, ma durante la proiezione non ne ho sentito il bisogno, sarebbe stato innaturale.
C’è qualcosa di roboante in questo film? Si! E’ la vita, la scelta di andare avanti, con dubbi, confronti, diversità, percorsi anche sorprendenti, a volte raccontati illustrando come fosse niente cambiamenti radicali di vita.
Il carisma di Dall’Oglio è la forza del suo monastero, e quel monastero è un messaggio che permane nell’oggi nella scelta di monaci e monache di restare se stessi. Commovente. Forse (non posso dirlo) è il messaggio più forte che emerge dal loro parlare tra di loro o con ospiti (l’ospitalità emerge benissimo e ne fa avvertire il bisogno in questa mancanza).
Devo dire che l’assenza di padre Paolo in un documentario cinematografico su Mar Musa l’ho sentita, l’ho temuta, al punto di sperare che ci fossero più silenzi per sentirla presente. Ma pian piano questo fatto personale, questa emozione del cuore di un appassionato della sua amicizia gratuita e sconvolgente, amico e basta, direi una luce inattesa e gratuita, ha lasciato spazio alla forza dell’esserci, dell’accompagnare, dello stare in un monastero incantato non solo perché incantevole, ma perché di chi ci arriva, senza barriere, senza passaporti, quello che guardi e ti dici che servirebbe ovunque.
Ma la lezione teologica è la fine del film. Ci mostra la fede senza dirci altro, solo musica, balli, ritmi, il nome di Dio ripetuto, cantato, ora e ancora, per accompagnarlo con il ritmo lontano, nelle nostre lontananze, chissà come. Prima del ballo però mi ha preso un imam; parlava di amicizia, tra cristiani e musulmani, “addirittura con atei” ha poi soggiunto dopo una sospensione brevissima della voce che ha detto tutto. Straordinario.