Sotto i nostri piedi il cielo: Tarshito mette l’archeologia in movimento
Top

Sotto i nostri piedi il cielo: Tarshito mette l’archeologia in movimento

Dal 20 settembre al 31 dicembre il Museo Civico Archeologico di Rutigliano ospita il progetto ideato dall’artista pugliese. Reperti, opere, artigianato e pratiche partecipative costruiscono un’archeologia non del passato, ma della trasformazione

Tarshito in mostra a Rutigliano per Sotto i nostri piedi il cielo. Archeologie della trasformazione
Tarshito, opera in mostra in Sotto i nostri piedi il cielo. Archeologie della trasformazione, Museo Civico Archeologico di Rutigliano
Preroll

Alessia de Antoniis Modifica articolo

18 Settembre 2026 - 17.40


ATF

Un reperto archeologico porta con sé la traccia di un gesto concluso da secoli. Una ceramica è stata impastata, modellata, cotta, usata, spezzata, sepolta. Nel lavoro di Tarshito, invece, il gesto sembra non volersi mai concludere: l’opera passa da una mano all’altra, attraversa continenti, incorpora tecniche e saperi differenti, si lascia trasformare dall’incontro. È nello spazio fra queste due temporalità che nasce Sotto i nostri piedi il cielo. Archeologie della trasformazione, il progetto multidisciplinare che dal 20 settembre al 31 dicembre 2026 occupa i tre livelli del Museo Civico Archeologico “Grazia e Pietro Di Donna” di Rutigliano, per poi uscire dalle sue sale attraverso workshop, performance e azioni partecipative. Ideazione artistica di Tarshito, curatela di Sandra Sivilli e Silvana Annicchiarico, con il contributo scientifico della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Bari e il coinvolgimento dei Politecnici di Milano e Bari e dell’Accademia di Belle Arti di Bari. 

Il rischio, in operazioni di questo tipo, è quello ormai frequente di mettere l’arte contemporanea accanto all’archeologia, confidando che la vicinanza produca automaticamente un dialogo. Qui l’ambizione è diversa: non sono gli oggetti a essere messi in relazione, ma le azioni che li hanno generati; lavorare la terra, celebrare, donare, partire, incontrare. Un percorso che non segue una cronologia, ma si articola intorno a tre nuclei – Il Lavoro, Il Rito/Dono e Il Viaggio – che attraversano epoche lontanissime riconducendole a una grammatica elementare dell’esperienza umana. 

Tarshito è Nicola Strippoli; nato a Corato nel 1952, arriva all’arte da una formazione che contiene già l’idea dell’attraversamento disciplinare. Si laurea in Architettura a Firenze nel 1979 con Gianni Pettena, figura centrale dell’Architettura Radicale italiana, e subito dopo parte per l’India. Nei primi anni Ottanta fonda a Bari con Shama la Galleria Speciale, esperienza che coinvolgerà, fra gli altri, Alessandro Mendini, Mario Merz e Nanda Vigo intorno alla ricerca di nuove ritualità. Nel 2014 il suo nome compare anche fra i progettisti di Abiti da Lavoro alla Triennale di Milano, accanto a figure come Andrea Branzi, Issey Miyake, Alessandro Mendini e Vivienne Westwood: una genealogia che aiuta a capire come nel suo lavoro il confine fra arte, progetto, artigianato e rito sia sempre stato deliberatamente instabile. 

Leggi anche:  L'arte contro l'Alzheimer: i nuovi progetti terapeutici di Airalzh

Ma è soprattutto il viaggio a diventare il dispositivo attraverso cui questa ricerca prende forma. Da oltre quarant’anni Tarshito lavora con artisti e artigiani incontrati in Asia, Africa, America Latina e altrove, facendo della collaborazione non il soggetto dell’opera ma il suo stesso processo di costruzione. In Vasudhaiva Kutumbakam – The World Is One Family, presentata al Bihar Museum di Patna nel 2023 e l’anno successivo al National Crafts Museum di New Delhi, le mappe realizzate insieme ad artisti indigeni cancellavano idealmente le frontiere per immaginare una geografia fondata sulla relazione. Tradizioni Gond, Warli, Patachitra e tessili potevano così convivere senza essere ridotte a repertorio ornamentale: non materiali da prelevare, ma linguaggi affidati a chi li pratica.

A Rutigliano quella geografia torna alla terra.

La sezione dedicata al Lavoro si apre con un vaso monumentale rivestito di frammenti di terracotta provenienti da diverse aree geografiche e segnato dalle impronte digitali dei partecipanti alla sua realizzazione. Un’opera che rende quasi letterale l’idea di una forma costruita da molte mani. A introdurre il percorso è poi un ricamo lungo quattordici metri, immagine di un pellegrinaggio, seguito da manufatti realizzati in Bangladesh, Kashmir e Gujarat, lavori messicani con sfere di vetro su cera, pitture Warli, vasi sardi in terra cruda e i Guerrieri d’Amore in bronzo. 

Leggi anche:  La nuova tecnica del rubare nei musei di mezza Europa:"Prendi il capolavoro e scappa"

Di fronte, l’archeologia restituisce la lunga durata della materia: frammenti di ceramica impressa neolitica, pesi da telaio, intonaci di capanne, macine in pietra. La lavorazione dell’argilla rimanda alla trasformazione neolitica e alla sedentarizzazione avvenuta in Puglia circa ottomila anni fa. Ciò che nel museo è arrivato fino a noi come resto di un’azione, nell’opera contemporanea torna a essere azione. La materia non documenta soltanto ciò che siamo stati: continua a essere lavorata per dire ciò che siamo.

Al primo piano il lavoro cambia natura e diventa Rito, Dono, CelebrazioneZorba Buddha mette in relazione terra e offerta, nutrimento materiale e dimensione spirituale; intorno, animali sacri, vasi rituali, elefanti-tempio e figure dorate incontrano i reperti provenienti dalle necropoli di Rutigliano, databili fra il VII secolo a.C. e il II secolo d.C. Compare Dioniso, figura di soglia fra vita e morte, natura e cultura, evocato dalla vite, dall’edera, dal tirso, dagli animali e dal banchetto testimoniato da crateri e coppe. 

Poi arriva il Viaggio. Opere e strutture nate fra India, Colombia, Mongolia e Perù incontrano selci e ossidiane ritrovate nel territorio, testimonianza di reti di scambio e spostamenti attivi già seimila anni fa. È un accostamento che sottrae anche il nomadismo contemporaneo alla tentazione dell’esotico: muoversi, scambiare oggetti, imparare tecniche, modificare la propria cultura attraverso quella altrui non è un’invenzione della globalizzazione. È una delle forme più antiche dell’esperienza umana.

Leggi anche:  Ritorna nella Pinacoteca di Siena un capolavoro di Rutilio Manetti: L'Allegoria delle Quattro Stagioni

Sotto i nostri piedi il cielo, non è soltanto poetico. La terra che calpestiamo contiene le tracce degli uomini che ci hanno preceduto; il cielo è ciò che non conosce frontiere. Tarshito lavora da decenni proprio dentro questa tensione fra radicamento e attraversamento. «L’archeologia non è un’eredità statica, ma una forza dinamica, una memoria che agisce nel presente per aprire nuovi scenari futuri», scrive l’artista nel progetto. 

Per questo la mostra non finisce con l’ultima teca. Dal 16 al 20 ottobreIl ventre del futuro. Una piccola archeologia del domani coinvolgerà Tarshito, i maestri ceramisti di Rutigliano, gli studenti dei Politecnici di Milano e Bari e il pubblico; dall’1 al 3 dicembreIl respiro delle crepe, ideato da Pippo Moresca e Nico Lioce, porterà nel progetto gli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Bari. L’artista colombiano Óscar Granja realizzerà inoltre un’ocarina attraverso il Barniz de Pasto, tecnica preispanica basata sulla resina vegetale del mopa-mopa, destinata al Museo del Fischietto. 

Il vero oggetto esposto potrebbe essere proprio la trasformazione. Quella della terra in vaso, del lavoro in rito, dello spostamento in incontro, di un reperto in domanda sul presente. E persino quella del museo: non più soltanto il luogo in cui qualcosa viene sottratto al tempo per essere conservato, ma quello in cui il passato viene rimesso in circolo.

Native

Articoli correlati