L’Ulisse di Nolan tra mito e trauma: il giudizio del grecista Massimo Giuseppetti
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L’Ulisse di Nolan tra mito e trauma: il giudizio del grecista Massimo Giuseppetti

Il docente di Lingua e Letteratura greca analizza L’Odissea di Christopher Nolan: “La caduta di Troia segna la fine di un mondo”

L’Ulisse di Nolan tra mito e trauma: il giudizio del grecista Massimo Giuseppetti
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19 Luglio 2026 - 17.55 Culture


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“L’Odissea”, il nuovo film di Christopher Nolan, è stata al centro del dibattito negli ultimi giorni per la sua fedeltà al poema omerico. Ma cosa ne pensa un esperto come Massimo Giuseppetti, docente di Lingua e Letteratura greca a Roma?

«Mi è piaciuto. Ho trovato molto toccanti alcuni momenti. Per una persona come me, che ha letto Omero per tutta la vita, vedere quei personaggi in carne e ossa fa impressione. Ho trovato poi molto bello l’episodio del cane Argo», dice subito lo studioso, raggiunto telefonicamente dall’ANSA.

Giuseppetti premette però che «è difficilissimo individuare in Omero qualcosa che corrisponda a un periodo storico preciso. È un amalgama nel quale convivono elementi molto antichi e altri più recenti».

Sul presunto turbamento post-traumatico dell’Ulisse di Nolan, interpretazione avanzata da molti critici, il docente ritiene che «non è affatto da escludere». Anzi, sottolinea che «una delle cose più belle di questo film è il fatto che ci dà la possibilità di vedere la notte in cui Troia cadde, qualcosa che non leggiamo mai. Non c’è infatti nell’Iliade, che finisce prima, mentre nell’Odissea è appena accennata. È molto bella anche la scelta di iniziare con la decapitazione della statua di Atena, un gesto che, in qualche modo, rende possibile la presa di Troia.

Nello stesso tempo – continua il grecista – vediamo Atena, interpretata da Zendaya, venire strattonata. Ho avuto l’impressione che Nolan abbia sovrapposto Cassandra, che viene stuprata all’altare di Atena, alla dea stessa e alla sua statua: una scelta che ho trovato di forte impatto. Secondo me, anche questa rafforza l’idea che Ulisse abbia reso possibili, a Troia, azioni immonde che legittimano poi il suo turbamento e persino il suo non voler tornare. Ma non leggerei questo come un tradimento della famiglia, bensì come il rifiuto di accettare di non poter tornare a essere lo stesso eroe di prima».

Riflettendo sul significato della caduta di Troia, Giuseppetti osserva che «in realtà è difficile ricostruire con precisione che cosa accadde. Posso citare Le Troiane di Euripide e varie altre opere, ma i dettagli sono tutti molto posteriori a Omero. La violenza, comunque, ci fu. Forse l’autore che Nolan ha seguito maggiormente è stato Virgilio, perché nel secondo libro dell’Eneide racconta diffusamente la presa di Troia dal punto di vista dei Troiani, non da quello dei Greci.

È una scelta comprensibile: per i Greci la caduta di Troia rappresentava la fine della stagione mitica e l’inizio del periodo storico. Per loro questa idea era molto chiara. All’inizio del Catalogo delle donne di Esiodo – sottolinea Giuseppetti – si dice che fino a quel momento dèi e uomini condividevano la tavola, mangiavano insieme, si univano e avevano figli. Dalla caduta di Troia in poi questo non accade più. Nolan riprende proprio questa idea, cioè che con Troia finisca un mondo, ed è uno spunto antichissimo. È un momento centrale nell’immaginario della Grecia antica. Dopo la morte degli eroi di Troia, finisce un mondo».

Lo studioso ammette di non essere rimasto infastidito da particolari scelte del regista, ma confessa di essere rimasto sorpreso «dal non trovare affatto i Feaci e, soprattutto, Nausicaa». Più problematica, a suo giudizio, è invece la scelta di non fare di Ulisse un seduttore: «Non che Ulisse lo fosse davvero, ma quella è comunque una dimensione dell’eroe che Nolan ha molto attenuato».

Infine, sul cavallo di legno, Giuseppetti osserva: «È vero, non ha le ruote: Nolan ha scelto un cavallo rampante. Forse perché rappresenta meglio l’idea che Ulisse abbia messo in atto uno stratagemma feroce, inaudito. Probabilmente un cavallo statico non avrebbe incarnato altrettanto bene la portata terribile di quello stratagemma».

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