di Adelmina Meier
Cinica, aspra, strascicata, “immignottita”, infingarda, zozzona, slabbrata come l’elastico dei pantaloni di una tuta da ginnastica molto economica dopo il primo “giro” in lavatrice. Aggettivi impietosi per descrivere la Capitale secondo la penna di Daniela Amenta, giornalista e scrittrice.
La città eterna è protagonista, al pari dei personaggi che la popolano, nel romanzo – “Dio non perdona Roma” – (pagg.175, euro 15, edizioni All Around). Una commedia noir paradossale, grottesca, fulminante e solo apparentemente improbabile. Perché nell’Urbe tutto può accadere. Anche che per 24 ore nessuno muoia, anzi addirittura qualcuno resusciti mentre “codici rossi” si danno alla fuga a un passo dalla sala operatoria e i malati più gravi “chiedano caffellatte e cornetto, giocando a scopetta in corsia”.
Un miracolo, questa imprevista interruzione del fine vita, che però ha conseguenze tra il comico e il drammatico per una serie di categorie “professionali”: la ditta di “cassamortari” Bardocci & Figli, giornali e tv in crisi di notizie, un prete spagnolo specializzato in cerimonie funebri, poliziotti increduli e medici sgomenti. Nel romanzo, godibilissimo, Amenta recupera alcuni dei soggetti che avevano popolato il suo esordio letterario: “La ladra di piante”. Quindi, per coloro che li hanno amati, ritroverete Valdesi, il navigato cronista di nera appassionato di rock, la fidanzata “botanica” Anna dall’anima pura e la Roma delle periferie, lontana dalle cartoline, dagli “attici con la vista”. Una città depredata dai “palazzinari”, violata da torme di turisti “amatriciana e cappuccino”.
Una città che la scrittrice ama e odia con pari intensità e per la quale prova, come Nanni Moretti in “Caro Diario”, una nostalgia feroce. “Era bellissima, ora è irriconoscibile”. Le sottotrame di “Dio non perdona Roma” descrivono, in un crescendo narrativo notevole, i danni della malasanità gestita dai “baroni”, le vite degli operai della Caput industriale, i passaggi dal dopoguerra di fame al boom economico, le migrazioni dal Sud d’Italia fino ai giorni nostri, dove i “penultimi” (ai quali il libro è dedicato) si arrabattano come possono in uno slalom tra offerte speciali nei supermercati e abiti usati,
Uno slalom, una corsa ad ostacoli, per non affossare la dignità che rimane. In “Dio non perdona Roma” i “buoni” restano inermi, confinati in un angolo, a cercare disperatamente la propria rivincita dopo sequenze di calvari privati e solitudini abissali. I “cattivi” invece hanno sempre la meglio, conoscono l’arte infame della prevaricazione, “superano a sinistra senza mettere la freccia”, si arricchiscono e se la comandano, ma nel finale, quando tutti i personaggi si incrociano attraverso una piccola, geniale trovata, sarà la morte a pareggiare finalmente i conti.
La scrittura è nitida, intensa. Amenta sa padroneggiare la letteratura alta ma anche il “basso” del dialetto romanesco, fa ridere (molto) e commuovere. C’è pure tanta musica perché l’autrice, che è stata caporedattore dell’Unità e dei quotidiani Epolis, vanta un curriculum di livello come critica rock.
E infine, tra le pagine del libro, sono raccontati senza sconti i “retrobottega” dell’informazione: lo scoop un tanto al chilo, lo share da conquistare costi quel che costi, le esistenze così vicine e così lontane di deskisti, inviati, star televisive e piccoli cronisti. Infine, per chi non fosse di Roma, c’è una mappa dettagliata dei luoghi visitati nel romanzo, come una guida alternativa per non perdersi “nel sempiterno caos di una metropoli-villaggio che, spesso fa male al cuore, poi ha guizzi imprevedibili, certi cieli color vetro, certi colori, certi squarci, che ti riconquistano. Mortacci sua”.
“Dio non perdona Roma” sarà presentato lunedì 22 giugno alle 21 presso via delle Terme di Caracalla, proprio nel centro della Capitale.