Export, imprese e audiovisivo al Premio Film Impresa 2026
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Export, imprese e audiovisivo al Premio Film Impresa 2026

Da UniCredit al Ministero degli Affari Esteri, gli incontri UNI.verso PFI 2026 hanno mostrato come il racconto d’impresa stia diventando una leva industriale

Il regista premio Oscar Giuseppe Tornatore durante la cerimonia del Premio Film Impresa 2026 alla Casa del Cinema di Roma. L’evento promosso da Unindustria riunisce imprese, istituzioni e protagonisti del cinema per raccontare il rapporto tra audiovisivo e industria - di Alessia de Antoniis
Giuseppe Tornatore, Premio Film Impresa 2026, Casa del Cinema Roma
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Alessia de Antoniis Modifica articolo

13 Marzo 2026 - 13.03


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di Alessia de Antoniis

Alla quarta edizione del Premio Film Impresa, promosso da Unindustria in collaborazione con il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, Invitalia, Confindustria e Circuito Cinema – e che alla giornata conclusiva ha assegnato Premi Speciali a Sergio Castellitto, Pif, Giuseppe Tornatore, Brunello Cucinelli e alla Maison Hermès – il tema che affiora con più nettezza non è il racconto d’impresa, ma la sua tenuta economica: come si cresce, oggi, sui mercati globali in una fase di forte trasformazione economica e tecnologica.

Crescere o sparire. Il sistema Italia si interroga sull’export

L’audiovisivo come leva industriale, le istituzioni come ponte, non come sostituto, e la scala dimensionale come condizione di sopravvivenza. Al Premio Film Impresa 2026, alla Casa del Cinema di Roma, durante gli incontri di UNI.verso PFI 2026, è stata posta una domanda: può il sistema Italia competere sui mercati internazionali senza cambiare struttura, linguaggio e dimensione? La risposta emersa non è rassicurante. Ma è probabilmente la più realistica.

La banca cambia ruolo

Enrico Batini, head of corporate business Centro Italia di UniCredit, ha inquadrato subito il problema: crescita e competitività non sono più concetti separabili. In un contesto macroeconomico instabile, ha spiegato, un’impresa che non cresce non resiste; e crescere oggi significa integrare intelligenza artificiale, digitalizzazione e innovazione come strumenti operativi, non come accessori reputazionali. Per farlo serve massa critica. Senza una dimensione adeguata, gli investimenti necessari non si reggono.

Il ruolo della banca, in questo schema, si sposta: non più solo finanziatore, ma advisor e marketplace. UniCredit, ha detto Batini, lavora sempre più sulla costruzione di incontri tra domanda e offerta di capitale: imprese che cercano partner, fondi che cercano target, operazioni di fusione e acquisizione che altrimenti non troverebbero forma. Presente in 11 paesi, il gruppo può funzionare da trait d’union tra l’impresa italiana che vuole esportare e la banca locale del mercato di destinazione. È un modello che cambia la grammatica del credito all’internazionalizzazione.

Il nodo della comunicazione

Allegra Paola Baistrocchi, vicaria dell’Ufficio per la promozione delle eccellenze italiane del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, ha spostato il discorso su un terreno altrettanto concreto: il problema non è solo produrre, ma farsi capire.

L’Italia ha una capacità manifatturiera che il mercato interno non basta ad assorbire. Crescere significa necessariamente andare all’estero. Ma significa anche comunicare meglio. Negli Stati Uniti, ha raccontato, l’eccellenza italiana viene riconosciuta nei settori tradizionali – cibo, moda, design – mentre filiere avanzate come l’aerospaziale, in cui l’Italia è terza al mondo per specializzazione, restano largamente invisibili. Il risultato è un gap di percezione che costa competitività.

L’obiettivo dichiarato del Ministero è portare l’export italiano a 700 miliardi: un traguardo che Baistrocchi ha definito realistico, citando la crescita già registrata del 3,3% rispetto ai partner europei. Ma il punto fermo è uno: consolati, ambasciate, ICE e gli 88 istituti italiani di cultura nel mondo possono aprire porte e creare sinergie, non sostituirsi alle imprese. Tocca alle aziende studiare i mercati, conoscere gli interlocutori, presentarsi con una narrazione all’altezza della propria qualità.

Il format che scala

Carlo La Rotonda, direttore generale di RetImpresa-Confindustria, ha portato il caso più concreto in termini di modello replicabile: The Perfect Pitch, serie in sei puntate disponibile su Mediaset Infinity, nata per accompagnare startup italiane a Detroit nell’ambito del concorso ROC per l’open innovation delle filiere. Un talent show applicato all’innovazione d’impresa: prima edizione focalizzata sulla mobilità sostenibile, in collaborazione con il Consolato d’Italia a Detroit.

Il punto non è il contenuto, è il formato. La serie è uscita da un mese e sta già generando una stagione 2. La logica è semplice: se vuoi far capire alle imprese cosa significa fare rete e competere all’estero, devi usare un linguaggio contemporaneo. Non un convegno, non un white paper, ma una serie televisiva distribuita su una piattaforma nazionale. Il modello è dichiaratamente scalabile per settore e per territorio.

Quando il brand vale più del prodotto

Claudia Maria Golinelli, presidente di EGA Worldwide, ha portato i numeri più tangibili. Mille Miglia Experience nasce da una licenza quinquennale del marchio storico dell’ACI Brescia, un brand che nel 2027 festeggia i 100 anni e punta a esportare in Florida non solo un evento, ma un immaginario. Alla seconda edizione: 70 equipaggi internazionali, 16 sponsor internazionali, forum economico a Miami con oltre 100 aziende italiane. L’edizione di Palm Beach è già su Netflix con la serie Members Only, trasformando un evento in contenuto globale.

Ma Golinelli ha aggiunto un particolare: l’America è costosa, il dollaro svalutato pesa sul budget e il sostegno bancario alle piccole imprese che vogliono internazionalizzarsi è ancora insufficiente. La distinzione è netta: le grandi sono facilitate, le medie un po’ meno, le piccole sono sostanzialmente sole. È il punto più vero del panel; e il meno comodo.

La città come infrastruttura

Massimiliano Smeriglio, assessore alla Cultura di Roma Capitale, ha aperto il panel con una lettura interessante. Roma in quattro anni ha avviato 113 cantieri — dalla Fontana di Trevi alle biblioteche di periferia — usando i fondi Next Generation EU e Caput Mundi. Il sistema museale capitolino è diventato gratuito non come gesto simbolico, ma come leva di mobilità interna: muovere persone dentro la città, non solo attrarre turisti da fuori.

Il punto strategico è la Film Commission, struttura comune tra Roma Capitale e Regione Lazio, che nei prossimi mesi lancerà un nuovo pacchetto di opportunità per le sale e per le produzioni internazionali. La città come ecosistema che facilita l’atterraggio di capitali e produzioni: non come sfondo, ma come attore economico.

Cosa resta

Il panel del Premio Film Impresa 2026 non ha prodotto ricette. Ha prodotto qualcosa di più utile: la mappa di un problema che il sistema Italia conosce ma fatica a risolvere. Scala insufficiente, comunicazione inadeguata, sostegno bancario disomogeneo, narrazione ancora troppo ancorata agli stereotipi. L’audiovisivo — serie, format, documentari di filiera — sta diventando lo strumento con cui alcune imprese provano a colmare il gap. Non è ancora un’infrastruttura. Ma potrebbe essere l’inizio di una nuova infrastruttura industriale.

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