La bella stagione è ormai alle porte. La voglia di buone vibrazioni si fa sentire. Riuscite a immaginarvi in un bel luogo del cuore, insieme a una persona e/o una bestiola cara e, perché no, con un bel libro tra le mani? Perché per allontanarsi dalle cure e dalle meschinità della quotidianità non serve fare cose triviali. E perché leggere resta una delle forme di arricchimento più vere e complete.
Ecco, dunque, un suggerimento di lettura che, per fortuna, non ha una data di scadenza. Anzi, il suggerimento è duplice perché sono due i romanzi di Mario Sabatini a cui è stata data nuova vita presso un editore diverso da quello che sull’autore romano aveva inizialmente scommesso.
E che romanzi!
L’inganno dell’ippocastano (vincitore nientemeno che del Premio Flaiano nel 2017) e Primo venne Caino (Premio Giallo Ceresio e Premio Città di Como). Un’analisi superficiale consisterebbe nell’incasellarli nella stantia categoria del giallo italiano, liquidandoli come narrativa di evasione – in fondo, non male come gabbia – ma la prosa capace e la tensione narrativa che accomunano le due storie ne fanno romanzi importanti, con inevitabili sfumature sociali. Insomma, oltre alla sapiente costruzione dei personaggi, calati per lo più nella realtà che Mariano Sabatini conosce meglio – ovvero quella dello splendore e delle miserie di Roma capitale – si finisce per scendere a patti con le pieghe della nostra storia recente.
È buona norma, quando un autore ha la fortuna e l’abilità di creare uno o più personaggi riusciti, non abbandonarli e, certamente, non farli morire. Gli esempi di scrittori che si sono mangiati le mani per aver mandato all’altro mondo il proprio eroe o anche solo per averlo pensionato prima del tempo abbondano. Qualcuno, il più illustre di tutti, ovvero tale Sir Arthur Conan Doyle, fu costretto a richiamare in servizio attivo Sherlock Holmes, o meglio, a resuscitarlo.
I magistrali personaggi principali dei romanzi di Mariano Sabatini in realtà sono due e sono complementari, proprio come li sono Sherlock Holmes e il Dottor Watson: il giornalista Leo Malinverno e il vicequestore Jacopo Guerci, oltre a una pletora di donne che attraversano con una certa nonchalance la vita di entrambi. Ma con la giusta e credibile dose di tormento emotivo. Insomma, giusto per non scadere nei cliché abusati del genere, non ci sono investigatori perennemente in ambasce per un amore andato male e costantemente con il bicchiere in mano.
Mantenendosi in virtuoso equilibrio tra ironia e realismo, Sabatini consegna ai lettori due romanzi avvincenti. La sua passione per il mondo della televisione si legge tra le righe e, per questo, non ho potuto fare a meno di fargli qualche domanda in materia.
Lei è giornalista e autore di programmi televisivi di lungo corso. Narrativa e giornalismo sono due ambiti diversi, ma la scrittura li tiene insieme. Cos’ha imparato dal giornalismo e dalla televisione che le sia servito accostandosi alla forma del romanzo?
«Sono giornalista, iscritto regolarmente all’albo, da 30 anni, l’ho realizzato qualche giorno fa. Il che vuol dire che ho iniziato almeno due o tre anni prima e fu il mitico Sandro Curzi a consentirmi di fare l’esame da professionista. Più o meno nello stesso periodo in cui iniziavo a scrivere per Il Tempo di Roma, nel 1993 mi notò Luciano Rispoli, che io ammiravo dai tempi di “Parola mia”, metà anni Ottanta. Scrivevo a tutti, ma non a lui, delle lettere per magnificare quella trasmissione e il suo ideatore-conduttore. Quando lo chiamai per un’intervista, scoprii che mi conosceva. Gli avevano parlato di me Maurizio Costanzo, Gigi Marzullo, Brando Giordani, Claudio Sabelli Fioretti. Se non è l’inizio di un romanzo questo… Inventandomi una nuova vita, da figlio di un taxista e una sarta, credo di aver dato un impulso dickensiano alla mia parabola esistenziale e professionale. Io poi ho iniziato a scrivere con il solo bagaglio delle mie letture dissennate, disordinate, bulimiche. Nessuna scuola di giornalismo o di scrittura creativa. Forse, come esiste l’orecchio assoluto, allo stesso modo esiste la penna assoluta.»
Quindi lei considera Luciano Rispoli il suo maestro. Cosa le ha dato e in cosa si distinguevano i suoi programmi dalle bassezze della televisione odierna?
«Io certamente lo considero un maestro, oltre che un padre elettivo, ma è scandaloso che non sia rivalutata la sua genialità di inventore di format, introduttore di genere e formidabile divulgatore. Alla radio ha inventato “La Corrida”, “Bandiera gialla”, “Gran varietà” e, soprattutto, “Chiamate Roma 3131”, il cui uso innovativo del telefono ha ibridato anche la TV che sarebbe venuta. In TV è stato il primo a proporre un salotto per cui fu utilizzato il temine talk show: era il 1975 e lui intervistava personaggi a “L’Ospite delle due” su Rai1, nella collocazione di “Domenica in”. Solo l’anno dopo sarebbe arrivato Maurizio Costanzo, lanciato da Rispoli alla radio, con “Bontà loro”. Con “Parola mia”, Rispoli ha innamorato gli italiani alla loro lingua. Milioni di telespettatori ogni sera si misuravano, non con la fortuna, ma con le reali conoscenze di etimologie, definizioni, brani della letteratura, stesura di testi scritti in diretta. Vi presero parte come concorrenti futuri scrittori come Lara Cardella e Simone Perotti, la ammiravano Enrico Brizzi e Morgan. Basti dire che il giudice-arbitro della trasmissione era un illustre accademico, Gian Luigi Beccaria, amatissimo linguista, divenuto popolare prima di Barbero. Inutile dire in cosa la televisione di Luciano Rispoli differisse dalle attuali bassezze, corrività, trivialità. Comincio a credere che dirigenti e colleghi stentino a riconoscerlo per non doversi confrontare, mossi da invidia e ignoranza. Proprio per contrastare questi sentimenti ho scritto e pubblicato una apprezzata biografia di Rispoli dal titolo Ma che belle parole! Il fascino discreto della radio e della Tv, pubblicato da Vallecchi Firenze»
Il giallo italiano è stato sdoganato come forma a se stante dell’universo noir internazionale. In cosa si differenzia? E lei sente di farne parte?
«Non saprei proprio se io ne faccia parte o no. Il giallo è solo italiano, come termine almeno. All’estero si parla di crime fiction o noir o polar o thriller. Ma penso che siano solo convenzioni. Io distinguo solo i buoni romanzi dai cattivi, il tempo poi ci dirà se si trattava di narrativa o potesse vantare ambizioni letterarie. Non credo che Leonardo Sciascia, scrivendo Il giorno della civetta o A ciascuno il suo, ovvero i suoi romanzi più letti, si interrogasse circa lo sdoganamento del genere né su cosa differisse rispetto agli omologhi stranieri. Io scrivo storie con un morto o dei morti ammazzati, cerco di tenere alta la tensione, mi sforzo di scrivere al meglio, ricordando con Karl Kraus che “artista è chi fa della soluzione un enigma”. Troppa narrativa si dimentica che la prima funzione del romanzo è quella di intrattenere, appassionare, sedurre.»
I suoi romanzi vantano trame complesse, dove ogni dettaglio finisce per incastrarsi alla perfezione in un quadro più ampio, come un meccanismo a orologeria? Lei è un autore di trame congegnate in anticipo oppure dà spazio all’improvvisazione?
«Non credo che le mie siano trame a orologeria. Sono noir o thriller giornalistici, un po’ come per i legal thriller di Grisham, ma trasposti nel mondo dell’informazione e dei media. La regina delle trame a incastro è Agatha Christie, inarrivabile. Le mie storie le costruisco attorno ai personaggi: loro sono il vero motore delle azioni e io lavoro molto sulle biografie di ciascuno, le ansie, le frustrazioni, i traumi. Da quelli procedono i delitti e la soluzione degli stessi. Vado avanti per sedimentazione e rimescolamento, per agglomerazione, dopo aver fatto una scaletta di massima che di solito tradisco, per assecondare la volontà dei protagonisti. Sono loro, alla fine, che decidono dove devo andare»
Nei suoi due romanzi, ci sono elementi che mi lasciano supporre che lei abbia tratto spunto dalla realtà. Quanto sottile è il filo attraverso cui un narratore di storie criminali attinge alla cronaca?
«Di rado leggo la cronaca nera e certo non mi lascio trasportare nel sabba sanguinario della TV al sangue, dei podcast di true crime, fatti di dettagli macabri e ossessione morbosa relativa a vecchi e nuovi casi. Detesto i personaggi che gravitano attorno a questo mondo, gli autori e i conduttori di questo sottogenere televisivo. La realtà, quanto accade in questa società allo sbando, in cui il malessere pervade persone sane e disturbate con diversi esiti, mi arriva come un vapore che inevitabilmente inalo, senza dover tenere la testa sul calderone maleodorante che sobbolle. Mi diverte la fantasia, creare mondi verosimili, credibili, spingere avanti il confine del possibile.»
Si sente un autore di noir o un autore a tutto tondo?
«Perché un autore di noir non sarebbe un scrittore a tutto tondo? Nel noir entra tutto. È come un fiume che ingloba e trascina con sé ciò che incontra. Le passioni umane ci sono tutte. Mi sento un narratore, per rimanere alla narrativa, perché prima ho scritto diversi libri di carattere saggistico, compreso uno dedicato al mestiere di vivere da scrittori che s’intitola Scrivere è l’infinito. Ho scritto anche un libro per bambini, ispirato dalla mia amata cagnetta Eimì. Una meticcia che mi ha rubato il cuore. Ho iniziato un romanzo di formazione su due adolescenti che non ho portato a termine per scrivere di Malinverno, ma ho intenzione di riprendere. Solo in Italia siamo così intellettualmente settari. Magari in editoria.»
So che è imminente l’uscita di un suo nuovo romanzo, avente per protagonista nuovamente la coppia Malinverno-Guerci. Cosa dobbiamo attenderci?
«S’intitola Mutevoli nascondigli ed esce per il coraggioso marchio Indomitus Publishing di Davide Radice che ha riproposto tutta la serie. Anche questo titolo, come L’inganno dell’ippocastano e Primo venne Caino, ha un ispiratore letterario. Una frase di Carlo Levi tratta dalla sua introduzione al Tristram Shandy di Sterne. Gli ammiratori di Malinverno lo ritroveranno esattamente dove lo avevano lasciato, con il Tatuatore, temibile serial killer di persone tatuate, alle calcagna. Il mio povero giornalista ne uscirà in fin di vita e subirà un ricovero in ospedale, ma è solo l’inizio del romanzo, che è incentrato sulla morte di Petronio Grigo, uno scrittore di best seller che ha altri compositi e loschi interessi. Roma come sempre, con i suoi scenari impagabili, sullo sfondo.»