di Antonio Salvati
In questi giorni i cieli del Medio Oriente hanno ripreso a riempirsi di missili e droni. Mentre il mondo assiste a un’escalation che si muove più rapidamente della diplomazia, l’ombra dell’atomica si allunga fino ai programmi degli Stati europei e, intanto, i bilanci militari lievitano. Nel XXI secolo – ha più volte osservato Andrea Riccardi – è stata riabilitata la guerra come strumento di affermazione dei propri interessi e soluzione dei conflitti: la pace è sempre meno un fine, anzi non lo è più. Oggi si discute di guerra e armamenti, di riarmo, e poco di pace. La guerra a tanti preoccupa di meno. Fare la guerra, per buona parte dell’opinione pubblica, non suona così scandaloso o innaturale.
La guerra provoca un effetto di contagio. Ci siamo illusi per troppo tempo che le guerre fossero circoscrivibili. Ma non è così. Spesso opinioni pubbliche infiammate dai social possono favorire feroci violenze al di là dei confini di un paese. Siamo su scenari spesso nuovi e inaspettati. Non è facile prevedere gli sviluppi di futuri conflitti. E se è difficile prevedere, non è facile prevenire. Anche perché i conflitti si cronicizzano. Si pensi alla guerra in Siria. In Siria il regime del presidente Bashar al Assad è caduto a dicembre del 2024 quasi quattordici anni dopo l’inizio di una rivolta contro di lui e oltre mezzo secolo dopo che suo padre inaugurò la brutale dittatura della sua famiglia. Ci siamo illusi che con le nuove tecnologie le guerre sarebbero divenute asettiche senza grossi spargimenti di sangue. Un’illusione totale.
Un recente ed interessante volume di Alessandro Arduino, La guerra è cambiata. Droni, IA e mercenari, (Einaudi 2026 pp. 160 € 13,00) ci offre uno sguardo sul futuro prossimo della guerra. Un futuro imminente che già presenta tendenze inquietanti: dal ritorno dei mercenari in Africa e nel Caucaso, alle promesse illusorie di tecnologie capaci di garantire vittorie decisive e rapide, senza l’impiego diretto di soldati. Promesse che, alla prova dei fatti, sfociano – afferma Arduino – «in guerre di logoramento, dove giovani di entrambe le fazioni vengono sacrificati per una manciata di metri di terreno».
Nell’ultimo decennio, i conflitti in Medio Oriente e Ucraina hanno gettato le basi per una guerra sempre più automatizzata, dominata dallo sguardo incessante dei sensori. Pertanto, avverte Arduino, sempre più in futuro la domanda cruciale sarà: come sfuggire alle rilevazioni dei nemici e, al tempo stesso, degradare le loro comunicazioni? Oggi le armature reattive dei carri armati non sono più sufficienti a contrastare la minaccia dei droni kamikaze. Occorre sapersi camuffare per sfuggire a uno sguardo multispettrale e sottrarsi al fuoco di missili provenienti da decine, se non centinaia, di chilometri di distanza. Come sempre, nelle guerre chi vede per prima vince, e soprattutto sopravvive. Soprattutto, in questi tempi di iperattività con i droni che hanno un occhio che non si chiude mai, aperto 24 ore su 24.
Le nuove strategie stanno già plasmando i campi di battaglia del presente e le promesse dell’intelligenza artificiale si concentrano su operazioni simultanee, rapide e intense, per ottenere vittorie decisive. Eppure – precisa Arduino – «nonostante l’evoluzione della guerra, plasmata da un’iper-rapidità decisionale, tre verità restano immutabili: La guerra non sarà mai breve. La guerra non sarà mai economica. La guerra non sarà mai senza vittime». I due conflitti mondiali hanno alterato la nostra percezione della guerra, e ancora oggi i generali la considerano come un affare risolvibile in tempi brevi. In realtà, il nuovo millennio ci ha sorpresi, rivelando in Afghanistan, Yemen, e più recentemente in Ucraina, che le guerre possono durare anni, non settimane.
Mentre si dibatte molto dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale nel futuro dei conflitti, gli Uav (Unmanned aerial vehicles, velivoli senza pilota), meglio conosciuti come droni, stanno già trasformando le modalità della guerra. I droni aerei armati, una volta simbolo della forza tecnologica delle grandi potenze, sono «oggi strumenti comuni, familiari, come se la guerra stessa si fosse fatta ordinaria. Non più armi ad alto costo e contenuto tecnologico affidate a mani esperte con centinaia di ore di addestramento alle spalle, ma presenze quotidiane nei cieli della guerra moderna. La loro forza non sta soltanto nella precisione o nella letalità, ma in qualcosa di più sottile e inquietante: l’economia del mezzo, la semplicità d’uso, l’occhio perennemente aperto sul campo di battaglia. L’eroismo è nel controllo, la gloria si fa efficienza e ripetizione». In Ucraina i nuovi eroi, ossia i piloti dei droni, sono giovani con le mani sui joystick, un passato trascorso a giocare ai videogiochi. Un visore che copre loro gli occhi riflette quello che vede il drone Fpv, a pochi passi dalle trincee, permettendogli di pilotarlo con chirurgica freddezza dentro bunker e carri armati nemici.
Emblematica la vicenda degli Houthi, un gruppo armato yemenita un tempo semisconosciuto, che hanno tenuto in scacco una delle principali arterie marittime commerciali, bombardando lo stretto di Bab al-Mandab con droni fai-da-te che costano poche decine di migliaia di dollari. Nel 2024, la missione guidata da Stati Uniti e Gran Bretagna per fermarli, condotta con missili da oltre un milione di dollari ciascuno, si è arenata dopo poche settimane, con un costo di oltre un miliardo di dollari.
Gli Houthi hanno continuato indisturbati, sino al primo accordo di cessate il fuoco tra Hamas e Israele, con una spesa di poche centinaia di migliaia di dollari e un ritorno d’immagine a casa e sul piano internazionale da fare invidia alle più riuscite campagne mediatiche a pagamento. La rivoluzione che i droni – non solo aerei ma anche terrestri e marittimi – rappresentano – sostiene Arduino – «non ha bisogno di ideologie o grandi apparati statali: vive di progresso tecnico, di adattamento continuo, di una logica che ignora la tradizione militare e soprattutto la burocrazia dei vetusti complessi militari-industriali. Così il drone diventa simbolo e sintesi di un’epoca, un’arma che osserva, colpisce e sparisce, lasciando dietro di sé i morti, ma anche la sensazione di essere costantemente guardati, spiati, misurati, come in un esperimento».
L’idea, figlia della Guerra fredda, che l’innovazione tecnologica riduca la propensione alla guerra è ormai antiquata. La deterrenza fondata su droni e cyberarmi «non è stata ancora definita né applicata con efficacia, mentre il fascino seducente della tecnologia rischia di oscurare la complessità strategica. Troppo spesso il progresso scientifico è stato trattato come una soluzione miracolosa e si è poi rivelato una lama a doppio taglio». I conflitti iniziano sempre con la promessa di una Blitzkrieg, una guerra lampo, «che immancabilmente si tramuta in una carneficina decennale. I droni armati incarnano la promessa della proiezione di potenza senza vulnerabilità. Ma dietro la distanza e la precisione, c’è sempre il prezzo della vita umana». In Occidente non siamo preparati alla fine della “lunga pace”.
Con l’invasione dell’Ucraina, Putin ha infranto in Occidente il mito della lunga pace, un ciclo ininterrotto di conflitti minori alle periferie dell’Europa e, al suo interno, una pace all’infinito garantita dallo sceriffo del mondo, gli Stati Uniti. Nel 1948, il presidente Harry S. Truman avvertì che l’America doveva «pagare il prezzo della pace», altrimenti avrebbe pagato «il prezzo della guerra». Era un tempo in cui la pace veniva concepita come un equilibrio da costruire con pazienza, gradualmente, in un gioco fragile di diplomazia e deterrenza. Oggi, con la seconda presidenza di Donald Trump e la sua ossessione per «un buon affare», il costo della pace ricadrà solo sugli altri. Gli Stati Uniti sembrano più propensi a riscuotere i profitti della guerra in termini economici, strategici e politici. Il politologo Gabriele Segre ha osservato che le guerre «non richiedono più una giustificazione universale, né una cornice di legittimazione unificante: ciò che conta è la difesa di interessi immediati, concreti e misurabili, ai quali ogni attore appare sempre più vincolato – ciascuno per sé».
Pur evolvendosi, la guerra non cambia la sua natura: richiede risorse umane, capitali e materiali in abbondanza, e i conflitti moderni impongono quindi sia sofisticazione che massa. La guerra è diventata un abisso senza forme precise. Tuttavia, restiamo ancora vittime dell’illusione di un conflitto asettico, regolato da algoritmi impassibili, destinato a una rapida risoluzione. È necessario ripensare, rivedere gli attuali modelli della guerra. Diversi decenni fa, sebbene non si sia mai rinunciato all’uso della violenza, essa era controllata: «la deterrenza nucleare prometteva una pace forzata, costringendo le superpotenze a misurarsi in crisi estreme. Ora, con i conflitti globali in aumento dal 2020 e la tensione tra Stati Uniti e Cina che si fa sempre più palpabile, quei paradigmi della Guerra fredda si rivelano inadeguati».
La guerra rimane – è opportuno rammentarlo – un’impresa dispendiosa sotto ogni profilo. A differenza di quanto comunemente si crede, non termina in poche settimane o mesi: tensioni, logistica e operazioni prolungano il conflitto ben oltre le aspettative iniziali. Infine, non può assolutamente prescindere dal sacrificio umano: ogni decisione strategica lascia sul campo un bilancio di vittime che pesa sulle coscienze e sulla memoria collettiva. Ci muoviamo «come sonnambuli pigri, vittime di un’inerzia che ci spinge a scegliere l’escalation della violenza senza riflettere sulle sue conseguenze, pronti a innescare nuovi scontri con la stessa disinvoltura con cui ignoriamo la pace».