Oppenheimer, il genio inquieto dell’era atomica
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Oppenheimer, il genio inquieto dell’era atomica

Nel saggio «J. Robert Oppenheimer – L’uomo dietro la bomba atomica», Chris McNabb racconta luci e ombre di J. Robert Oppenheimer, figura chiave del Progetto Manhattan.

Oppenheimer, il genio inquieto dell’era atomica
Robert Oppenheimer
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28 Febbraio 2026 - 21.55


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di Rock Reynolds

Ci sono biografie agiografiche e biografie critiche, che di celebrativo non hanno nulla. Ce ne sono alcune che sciorinano dati e sequenze di eventi e altre che si soffermano essenzialmente sui tratti psicologici del personaggio in questione.

J. Robert Oppenheimer – L’uomo dietro la bomba atomica (Gremese, pagg 223, euro 15) di Chris McNabb si mantiene in sapiente equilibrio tra queste caratteristiche contrapposte, assicurando al lettore un quadro di insieme di questa figura controversa come pure spaccati minimalisti della sua vita non certo semplice.

Se non bastasse la complessità di una mente dall’intelligenza decisamente sopra la media e di una psiche affetta da non pochi turbamenti, il ruolo del lavoro svolto da Oppenheimer e la sua collocazione nel contesto storico della Seconda guerra e, in seguito, della Guerra Fredda, con la caccia alle streghe orchestrata dal senatore McCarthy, rendono ancor più intrigante la sua figura.

Nato nel 1904 a New York, figlio di un ebreo tedesco emigrato negli USA nel 1888 e cresciuto in un ambiente benestante, fu comunque sempre conscio della profonda ostilità di cui gli ebrei erano vittima non soltanto in Germania, dove l’antisemitismo era terrificante. Eppure, svariati ebrei dal nome altisonante (Roosevelt, Astor, Vanderbilt, fra gli altri) ebbero un ruolo preminente nell’imposizione dell’ordine americano nel mondo e molti si opposero strenuamente a ulteriori ondate di immigrazione ebraica, pur di dimostrare il proprio attaccamento ai valori degli Stati Uniti e, magari, temendo una recrudescenza dell’ortodossia religiosa potenzialmente fonte di sentimenti antisemiti.

La cosa che ha sempre aiutato i biografi di Oppenheimer è l’abbondanza del suo epistolario, con lettere che fanno maggior luce sui lati oscuri del suo carattere. Perché di fragilità ce n’erano parecchie, a partire dal suo rapporto contrastato con il sesso opposto. Ebbe svariate relazioni tormentata ma una sola moglie. E certe sue simpatie per il crescente movimento socialista non gli attrassero particolari simpatie nei palazzi del potere americano in cui, subito dopo la guerra, il dilagante anticomunismo sarebbe sfociato in una vera e propria “caccia alle streghe” che non fece prigionieri. Lo stesso Oppenheimer fu quasi messo al bando, anche in virtù della terra bruciata che si era progressivamente creato intorno a sé con atteggiamenti sprezzanti, scarsa simpatia da parte dei colleghi e stramberie varie.

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Considerato che nelle mani di J. Robert Oppenheimer fu affidato il più rivoluzionario, costoso e strategico programma di implementazione militare nella storia degli Stati Uniti, qualche quesito sulla stabilità del personaggio è lecito porselo. E Chris McNab se lo pone, giungendo alla naturale conclusione della straordinaria dedizione alla scienza di Oppenheimer e della sua assoluta fedeltà al programma. Secondo McNab, Oppenheimer non fu mai «un sovversivo comunista. Era piuttosto qualcuno che aveva trovato nel comunismo una serie di prospettive in sintonia con un risveglio politico più generale e idealistico».

La prima ossessione del giovane scienziato Oppenheimer era quella di appartenere, di non sentirsi escluso, una spinta che ne alimentò l’intera, brillantissima carriera accademica, con i suoi trascorsi nei prestigiosi atenei di Harvard, Cambridge e Göttingen. Come sottolinea l’autore, «mentre l’istruzione superiore chiariva la sua direzione intellettuale, alcune delle sue insicurezze più profonde rimanevano irrisolte. Infatti, gli anni universitari furono spesso un periodo di solitudine, insicurezza e ipocondria, che culminò in quelli che possono essere definiti solo come episodi di esaurimento nervoso conclamato… Oppenheimer poteva essere sarcastico, sleale, critico e sgradevole… alimentato dall’odio verso se stesso».

Una cosa, sopra tutte, balzava agli occhi della gente: la sua superiorità verbale e concettuale nei confronti della maggior parte delle persone da lui frequentate. Ciononostante, i suoi studenti iniziarono ad apprezzare le sue lezioni, frequentandole in gran numero malgrado la complessità dei temi trattati. Forse anche grazie a una sorta di misticismo personalizzato, frutto di profonde riflessioni su induismo, letteratura e psicanalisi.

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Come si diceva, il rapporto con le donne fu contrastato per quasi tutta la vita, ma il suo matrimonio con la biologa Kitty (che gli diede un figlio e una figlia), simpatizzante comunista, resse per tutta la vita.

A far emergere Oppenheimer come uno degli scienziati più brillanti della sua generazione fu l’interesse per la fisica nucleare intorno al 1934, periodo in cui le basi principali della teoria atomica erano già state gettate, soprattutto grazie agli esperimenti condotti da Enrico Fermi che aveva indotto la radioattività bombardando elementi con neutroni e favorendo una conoscenza più profonda delle reazioni nucleari. Oppenheimer, “Oppie” come lo chiamavano gli amici, iniziò a preconizzare la possibilità di sfruttare l’energia nucleare come esplosivo e l’idea di sviluppare un’arma atomica prese corpo negli USA a partire dal 1939, alle soglie della Seconda guerra mondiale. Oppenheimer calcolò il quantitativo di uranio necessario per mantenere una reazione a catena di fissione autosufficiente e fu, com’è noto a tutti, invitato a partecipare allo sviluppo dell’arma e poi sostanzialmente a presiedere al Progetto Manhattan, un’organizzazione mastodontica – che giunse a impiegare circa 150.000 persone – volta alla creazione della prima bomba atomica per dare agli Stati Uniti un vantaggio strategico inimmaginabile fino a pochi anni prima, per giunta in un momento così delicato. Lontani, almeno nella testa dello scienziato, erano i giorni in cui avrebbe preso coscienza della devastazione che quel progetto aveva creato e a prevalere fu l’entusiasmo che immancabilmente alimenta uno studioso nell’implementazione dei suoi studi. Il lavoro era a stretto contatto con i vertici militari, ma Oppenheimer stabilì fin dal principio un ottimo rapporto con il generale Groves, che colse immediatamente la sua grande concretezza e capacità organizzativa. Le pressioni per giungere all’ordigno nucleare in tempi “brevi” furono enormi, spesso portando la scienza al limite. E le invidie di parecchi colleghi non ne alleggerirono il peso: non va dimenticato che molte delle persone con cui Oppenheimer ebbe a che fare si erano aggiudicate quel premio Nobel di cui lui non fu mai insignito.

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Il Progetto Manhattan aveva sede a Los Alamos, nel New Mexico, e fu presso la base dell’aeronautica di Alamogordo, nel deserto, che avvenne la prima esplosione sperimentale, a cui lo stesso Oppenheimer assistette.

Ancor oggi è oggetto di discussione il fatto che il lancio delle vere e proprie bombe su Hiroshima e Nagasaki sia davvero stato frutto della volontà di porre fine al conflitto risparmiando la vita a molti soldati americani che, viceversa, sarebbero periti malgrado lo stato pietoso in cui era ridotto il Giappone oppure che si sia trattato del più gigantesco e orribile esperimento scientifico-militare della storia. Oppenheimer ne avrebbe portato il peso sulla coscienza per il resto della sua vita, insieme all’onta degli interrogatori a cui le sue simpatie comuniste lo avrebbero costretto a sottoporsi di fronte alla Commissione per le attività antiamericane presieduta dal senatore Joseph McCarthy, anche per via della ritrosia dello scienziato a sviluppare una bomba ancor più distruttiva, la cosiddetta “Super”, che «sollevava profonde questioni morali sulla sicurezza dell’umanità».

Logorato da una vita stressante e costellata da rapporti difficili, Oppenheimer (un fumatore incallito per tutta la vita) si ammalò di cancro alla gola nel 1965 e morì nel 1967 nella sua casa di Princeton, nel cui campus gli fu tributato un servizio commemorativo.

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