Lanuvio e il patto millenario tra uomo e ape: archeologia e cultura nel Mediterraneo
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Lanuvio e il patto millenario tra uomo e ape: archeologia e cultura nel Mediterraneo

L’evento rientra nel più ampio percorso di valorizzazione culturale e archeologica promosso dal territorio lanuvino, orientato a coniugare ricerca scientifica, divulgazione e partecipazione civica.

Lanuvio e il patto millenario tra uomo e ape: archeologia e cultura nel Mediterraneo
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Maria Calabretta Modifica articolo

26 Gennaio 2026 - 12.56


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La presentazione del volume di Giorgio Franchetti, L’apicoltura nel Mediterraneo antico. Archeologia del rapporto tra uomo e api dalla Preistoria alla Tarda Antichità, tenutasi nelle Segrete di Palazzo Colonna a Lanuvio, ha offerto un’importante occasione di riflessione sulle radici storiche, simboliche e culturali dell’apicoltura. L’incontro ha assunto la forma di un vero e proprio itinerario conoscitivo, capace di attraversare secoli e millenni e di restituire profondità storica a uno dei legami più antichi e persistenti della storia umana: quello tra l’uomo e l’ape.

L’evento rientra nel più ampio percorso di valorizzazione culturale e archeologica promosso dal territorio lanuvino, orientato a coniugare ricerca scientifica, divulgazione e partecipazione civica. La presenza del sindaco Andrea Volpi e del presidente del Consiglio comunale Alessandro De Santis ha testimoniato l’attenzione delle istituzioni locali verso la cultura intesa come strumento di sviluppo e coesione sociale, all’interno di una politica culturale condivisa e articolata. Centrale resta il ruolo del Museo Diffuso Lanuvino, impegnato nella tutela e nella valorizzazione del patrimonio archeologico e storico attraverso mostre, studi scientifici, laboratori e percorsi didattici, sotto la direzione scientifica di Luca Attenni.

Nel suo intervento, Giorgio Franchetti – archeologo e divulgatore capace di coniugare rigore scientifico e chiarezza espositiva – ha illustrato l’impianto concettuale e metodologico del volume, ripercorrendo anche il cammino intellettuale che ne ha guidato la genesi. Il progetto prende avvio da un incontro quasi fortuito con un oggetto rivelatore: un vaso proveniente da Vulci, decorato con figure umane in fuga inseguite da api. Da quell’immagine, insieme ironica e perturbante, nasce la domanda che orienta l’intera ricerca: quando l’uomo ha iniziato a riconoscere nell’ape non soltanto una risorsa o una minaccia, ma un interlocutore stabile del proprio orizzonte culturale?

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Da questo interrogativo si sviluppa un viaggio a ritroso nel tempo, capace di oltrepassare i confini dell’archeologia classica per spingersi fino alla preistoria e alla paleontologia. La complessità del tema ha richiesto un approccio multidisciplinare: entomologi, antropologi, egittologi, orientalisti, etnografi e archeologi hanno contribuito a delineare un quadro articolato, nel quale il rapporto uomo–ape emerge come uno dei più continui e longevi della storia dell’umanità. Hanno collaborato alla realizzazione del volume la paleontologa Adria Faraone, l’antropologo Manuele Demi, l’egittologa Valentina Santini, l’orientalista Giulio Vignati e l’egeista Alessia Filosi.

Di particolare forza evocativa è il riferimento a un’ape inglobata nell’ambra, datata a circa 99 milioni di anni fa, una delle testimonianze più antiche oggi conosciute. Questo reperto non solo colloca l’ape in un orizzonte temporale immensamente precedente alla comparsa dell’uomo, ma suggerisce anche che, al momento del nostro incontro con essa, questo insetto svolgeva già un ruolo cruciale nell’equilibrio ecologico del pianeta. La collaborazione con il professor George Poinar, entomologo dell’Università dell’Oregon e massimo esperto mondiale nello studio degli insetti intrappolati nell’ambra, ha consentito di arricchire il volume con immagini e dati di altissimo valore scientifico.

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Le prime tracce iconografiche dell’interazione tra uomo e ape risalgono al Paleolitico superiore: le pitture rupestri della Cueva de la Araña, in Spagna, datate all’VIII millennio a.C., raffigurano figure umane impegnate nella raccolta del miele su pareti rocciose. Scene analoghe, rinvenute in altre aree della Spagna e della Francia, attestano una sorprendente continuità nei gesti e nelle tecniche, ulteriormente confermata da pratiche apistiche tradizionali ancora osservabili in alcune comunità africane e asiatiche.

È tuttavia nell’Egitto del III millennio a.C. che il rapporto tra uomo e ape raggiunge una piena strutturazione. Le raffigurazioni di arnie in terracotta, l’uso del fumo e le tecniche di conservazione del miele testimoniano una conoscenza tecnica avanzata, frutto di una tradizione consolidata. In questo contesto, miele e cera assumono una valenza simbolica e rituale profonda, legandosi alle principali divinità del pantheon e confermando il ruolo dell’apicoltura come elemento strutturale della vita economica, religiosa e culturale.

Il percorso tracciato dal volume attraversa l’intero bacino del Mediterraneo, dalla Mesopotamia al mondo egeo, dalla Grecia continentale alle isole, da Creta a Malta, fino all’Italia, mettendo in luce una continuità culturale e tecnologica di straordinaria ampiezza. In ambito italico, l’assenza di arnie in terracotta è compensata dall’uso di materiali deperibili – giunchi, cortecce, fango – che, pur garantendo adattabilità climatica, hanno lasciato poche tracce archeologiche. Fonti letterarie e indizi indiretti confermano tuttavia l’esistenza di una pratica apistica diffusa e radicata.

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Negli ultimi anni, il recupero e la valorizzazione degli alveari tradizionali, come quelli conservati nel Museo del Miele di Canale Monterano, hanno restituito visibilità a una cultura materiale che rischiava di andare perduta.

Nel concludere il suo intervento, Franchetti ha affidato al pubblico una riflessione di forte valenza etica: le api rappresentano le più antiche compagne dell’uomo, legate a noi da un patto che precede persino la domesticazione del cane. Un patto fragile e prezioso, del quale oggi siamo custodi e responsabili.

Non è casuale che il volume si chiuda con un’immagine di grande potenza simbolica: un’ape stremata, posata su un davanzale, salvata da una goccia di miele. In quel gesto semplice si condensano secoli di conoscenze, pratiche e responsabilità collettive. Come ha sottolineato l’autore: «Il miele non è solo nutrimento, è memoria: custodire le api significa custodire la storia dell’uomo e del suo ambiente».

La giornata di Lanuvio si è proposta come un autentico atto culturale, capace di intrecciare ricerca scientifica, consapevolezza civica e visione territoriale. A suggellare l’incontro, una degustazione di miele ha coinvolto i partecipanti in un’esperienza sensoriale, rafforzando in modo concreto la percezione di quel legame millenario tra uomo e ape.

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